Gioco
La Piazza e il Mercato ai tempi del coronavirus: le voci del silenzio nel centro svuotato
Pensieri, parole e gesti che cambiano nell’era della Grande Paura. Anche nell’ora di punta i parcheggi spesso restano per metà liberi
LIVORNO. Mannaggia, nemmeno in piazza Cavallotti si sente più gridare: quelle urla che alla fine dovevano scivolare sul doppiosenso un po' naif un po' guascone («guardate che belle palle» e quel che sventola ovviamente sono cavolfiori record). Zitti no, ma è tutt'al più quel brusio da panche in fondo di chiesa al matrimonio del cugino. Del resto, cosa ci sarebbe mai da strillare? Ciascuno è perso nei propri pensieri o in quelli del proprio smartphone ai tempi del colera-virus.
Mica è vietato parlare e nemmeno è colpa delle mascherine perché in realtà pochi la indossano, ma le uniche voci che si sentono sono quelle di chi sta parlando al telefonino. Anzi, magari “col” proprio telefonino, spesso tenendolo davanti: magari in videochiamata o forse per immaginarsi davvero di avere un interlocutore di fronte.
«Ero bimbo quando in tempo di guerra dovevamo scappare nel rifugio appena suonava l’allarme ma, anche se sembra brutto dirlo, quasi ci si divertiva o perlomeno si scherzava», dice Mario Filippi, borse della spesa in mano fuori dal Mercato: «Sarà stata l’incoscienza da ragazzini o il fatto che ridere teneva lontana la paura ma ci si faceva coraggio. Forse sono io che non ho più quell’allegria, però ora ti senti da solo di fronte a questo nemico invisibile che è il virus. Da solo davanti alla tv che ti ripete ogni minuto che il contagio avanza, che muore la gente, che l’economia crollerà…».
Quieti come svizzeri
Non era così che ricordavamo la Piazza, neanche quando era una folla di ombrelli: figuriamoci ieri mattina col solicchio di quasi primavera. Non era così neppure il mercato coperto: altro che nella sala delle gabbrigiane o la salona dei pesciaioli, adesso è come essere in punta di piedi al “Bürklimäärt” tra castagni e lago manco fossimo diventati tutti precisini e compassati come zurighesi. La gente c’è ma meno del solito: e tutt’attorno al polo mercatale, anche meno di meno.
I numeri dei parcheggi
Basta contare. Le persone: alle 12,30 in punto ieri mattina in piazza Grande c’erano più piccioni (quindici) che persone (undici). Soprattutto le auto parcheggiate: fra mezzogiorno e le 13 in via de Larderel vuota quasi la metà dei posti auto, idem sugli scali Olandesi nella settantina di posti lato Benci; un susseguirsi di 15 posti auto deserti peggio che a ferragosto vicino al ponte (mentre l’altra metà verso piazza Cavour risulta strapiena come sempre); cinque spazi liberi perfino a lato del Mercato centrale anche se i lavori in corso hanno “mangiato” parecchie strisce blu. In via Garibaldi ieri prima dell’ora di pranzo saltavano agli occhi sei posti vuoti, pochi visto che sono una settantina ma talvolta si arriva a ficcare i veicoli in doppia fila. Da stropicciarsi gli occhi per l’incredulità in via Gazzarrini: 41 gli spazi blu a lisca di pesce, dieci auto. Anzi, alle 13,11 è arrivata l’undicesima.
Zitti no: ma solo in piazza Cavallotti (dove però si sente più il rumore delle cassette spostate che il cicaleccio delle voci). All’inizio del lungomare – in zona Bellana, là dove c’era quella buffa statua di Bud Spencer blu shocking – le panchine hanno anticipato la distanza anti-contagio come da decreto: 15 metri l’una dall’altra, tutte rivolte a guardare il mare e guai a qualsiasi velleità di socializzazione. In effetti, spaesate più che Marcovaldo in mezzo ai degenti del sanatorio, tre persone di mezz’età ciascuna per sé. Si sentono a malapena i gabbiani, e poco anche loro: per un momento o forse per il momento.
Condizione da esplorare
Silenzio, anche perché cos’ha da parlare chi va in bici o porta a spasso il cane? Tanti, tantissimi: ma, come da regolamento, ciascuno per conto proprio. Guardandosi attorno come per esplorare una nuova condizione con cui non si è ancora presa dimestichezza. Disorientati da questo scombussolamento che ribalta tutto quanto si raccomandava fin qui: «I ragazzi devono rinchiudersi in casa e spappolarsi di playstation, Netflix o storie su Instagram dopo che gli hai detto per anni che devono avere una vita sociale vera e non solo virtuale», dice Riccardo Ricci.
Le distanze non riguardano solo il decreto anti-coronavirus: hanno a che fare con quel che ci “diciamo” l’un l’altro con i gesti e le posture, senza passare dalle parole (e spesso conta più delle parole): lo stiamo vedendo in questo tempo sbandato che abbiamo la fortuna di vivere adesso. Stare più o meno vicini significa anche la confidenza che abbiamo ma, lo vedono i prof a scuola, ficcare – genitori, figli e il vecchio nonno – tutti dentro due stanze a contatto di gomito, fra faccende, bizze e lezione per casa non è detto che salti fuori qualcosa di buono.
«No, non è una vacanza»
«È assurdo, mi immaginavo che l’avrei presa come una pausa, un rallentamento della routine incasinata di tutti i giorni. Invece no: davvero pensi che la gente stia in casa a leggersi “I fratelli Karamazov”? O stai su Facebook e vedi quanti stanno sfogando scemenze e rancori da poveracci, o ti impasticchi di tv con il rullo continuo di quanti contagiati e quanti morti. Immaginati se non ti sale l’ansia». Parola di Dina Cecchi, in fila per entrare alla Coop Levante: nello sterminato parcheggio appena raddoppiato non ci sono più di sessanta auto. E laggiù Decathlon ha già chiuso e stop: arrivederci a lunedì.
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