Il Tirreno

Livorno

il racconto 

Alunno lasciato fuori da scuola «perché sua sorella è malata»

Cristiana Grasso

Un’incomprensione fra la madre e un’insegnante ha scatenato il contenzioso in un istituto «Era semplice febbre e tosse e nessuno ha parlato di virus»

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LIVORNO. La psicosi coronavirus unita a una serie di incomprensioni nei giorni scorsi hanno creato un falso allarme con “obbligo” per un alunno in perfetta salute e senza nessun sintomo di malattia «a non frequentare la scuola e a tornare solo, così come la sorella che invece era a casa da due giorni per una semplice influenza e frequenza la stessa scuola – racconta la mamma – con un certificato di “negatività al coronavirus”».

Una storia paradossale che si è risolta nel giro di un paio di giorni e già a inizio settimana i due ragazzi sono potuti tornare a scuola (prima che chiudessero ndr) ma per risolvere la situazione è intervenuto anche il sindaco Luca Salvetti e la vicenda si è trasformata in un “caso”. Tutto sarebbe cominciato quando una ragazza, che frequenta un istituto superiore insieme al fratello, è rimasta a casa per febbre e tosse. La mamma si è preoccupata e ha chiamato il medico, che le ha consigliato di curarla con i farmaci antinfluenzali e di aggiornarlo sull’evolversi della situazione, ma nessuno ha parlato di coronavirus. «A quel punto – racconta la mamma – ho chiamato un’insegnante con cui mi relaziono spesso: le ho detto che la ragazza era malata e se potevano rinviare una verifica importante che avrebbe dovuto sostenere. Alla conversazione era presente anche mio figlio».

Sembra però che l’insegnante che ha parlato con la mamma si sia preoccupata e alla preside sia arrivata la notizia allarmante che uno degli alunni della scuola poteva essere un caso sospetto e che quindi anche il fratello poteva essere a rischio. Fatto sta che a fine mattinata la mamma ha ricevuto una telefonata dalla scuola: «Mi hanno letto il provvedimento firmato dalla preside definendo questa comunicazione un fonogramma. Si diceva che ambedue i miei figli non potevano più presentarsi a scuola se non con un certificato che provasse la negatività al coronavirus. Una follia, perché al massimo mia figlia, se avesse superato i 5 giorni di malattia, avrebbe dovuto portare un certificato di avvenuta guarigione, non c’erano gli estremi per fare il tampone quindi nemmeno per certificarne la negatività. Per il ragazzo poi, che stava e sta benissimo, che certificato avremmo mai potuto produrre?».

Eppure, arrivato a scuola il giorno dopo il “fonogramma” l’alunno non è stato fatto entrare. Indignata la mamma si è rivolta al sindaco. «È vero – racconta Salvetti - sono intervenuto perché mi sembra doveroso far sì che le direttive del Comune e del ministero siano rispettate, non travisate. Mi sono offerto di accompagnare io il ragazzo a scuola se la cosa non si risolveva».

In realtà è bastata una sua telefonata all’Ufficio Scolastico provinciale e la cosa si è risolta: lunedì il ragazzo è tornato a scuola, la ragazza subito dopo. «Però intanto lui ha perso ore di lezione e verifiche senza alcuna ragione». —

Cristiana Grasso

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