Gioco
Le cento sinistre all’ultimo abbraccio a Mauro Nocchi con “Bella ciao”
Il sindaco Salvetti: «Era una persona speciale con ideali belli» Omaggi alla Barontini, al teatro del Pci, alla cantina del Pontino
“L’Internazionale”, l’aveva cantato con la sfrontatezza dei suoi otto anni insieme a babbo Alcide, braccato dalla polizia fascista, quel Primo Maggio del ’42 di nascosto, rinchiusi in casa del parroco di Santa Giulia: perfino il prete si mise a cantare quel canto da comunisti. Adesso che Mauro Nocchi – coscienza critica della sinistra e punto di riferimento dell’antifascismo – se n’è andato per sempre, davanti alla camera ardente nei locali Svs al piano terra del Palazzo del Portuale, la “fortezza rossa” dell’architetto Salghetti Drioli davanti alla Fortezza, c’è una folla di ombrelli, di pugni chiusi e di compagni a cantarla per lui: appena l’ha intonata chitarra e voce Pio Gianelli, anima di Aeroc. «Rosso un fiore in petto c'è fiorito / una fede ci è nata in cuor». Poi con Pardo Fornaciari (coro Garibaldi d’Assalto) ecco “Bandiera rossa” che forse non oggi ma prima o poi «la trionferà».
Altrove ci sarà il coronavirus, qui nessuno se la sente di tirarsi indietro dall’ultimo abbraccio a quest’uomo che ha incrociato tante storie dei militanti di sinistra che lo accompagnano nel viaggio dell’addio, con la bandiera rossa e la falce e martello che coprono la bara.
Altro che distanza di sicurezza, c’è da stringersi attorno a Iolanda Catanorchi che è stata l’altra metà di Nocchi, attorno alla figlia Dalia e ai nipoti Gaia e Diego. In realtà, è una confederazione di anime della sinistra – la sinistra più plurale che ci sia – che sentono il bisogno per una volta di non accapigliarsi bensì di stringersi l’una accanto all’altra.
Il puzzle della sinistra
Il giovane con il distintivo della stella rossa accanto all’ex giovane col fazzoletto partigiano della Brigata Garibaldi, il gonfalone del Corpo volontari della Libertà e quello della Svs con la presidente Marida Bolognesi, gli esponenti delle istituzioni (il sindaco Luca Salvetti, gli assessori Andrea Raspanti e Giovanna Cepparello) come qualche ragazzo della galassia dei centri sociali o il mondo del remo (Gino Corradi, Massimiliano Talini, Monica Ria, Maurizio Paolini e Jari de Filicaia), dirigenti Pd (Francesco Gazzetti e Alessio Ciampini) come figure della sinistra radicale (Alessandro Trotta) o della galassia ecopacifista (Corrado Bendinelli), solo per fare un pugno di nomi. Ma alla camera ardente sono venuti a rendergli omaggio anche tanti che forse non la pensavano come lui, magari ex dc che l’hanno avuto avversario.
Nocchi era una delle figure di riferimento della Livorno comunista e non era uno di quelli che rifiutavano le responsabilità di dirigente. Ma più che le inevitabili guerricciole di posizione all’interno della nomenklatura “rossa” preferiva stare nell’associazionismo, a far lievitare le idee e la vita quotidiana: nel segno dell’egemonia gramsciana più che della frequentazione delle stanze dei bottoni. Era stato all’Eca e da lì aveva concluso l’emergenza baraccati, era stato al timone dell’Arci a far crescere la cultura popolare (e a intercettare i bisogni giovanili), era stato nella trincea del volontariato (con la Svs e la Socrem). Soprattutto era stato l’anima di quelle singolari comunità di sinistra plurale che sono tanto la Coppa Barontini che l’Anpi e l’Istoreco.
i libri di nocchi
Torna sotto gli occhi di chissà quanti di noi che siamo qui il libro che Nocchi ha curato insieme a Maurizio Mini: i quattro discorsi tenuti da Enrico Berlinguer a Livorno, compreso quello sull’eurocomunismo con Santiago Carrillo. L’ha pubblicato nel 30° anniversario della morte del leader Pci durante un comizio-testamento con quell'«andate casa per casa» che suona nell’immaginario di tutta una generazione di sinistra. C’era l’intervento di Mario Baglini, così come in quel “Fascisti a Livorno” con cui Nocchi volle alzare il velo sull’idea forse troppo indulgente che i livornesi hanno di sé come ribelli: se all’inizio le squadracce di Perrone Compagni furono costretti a cercare in mezza Toscana gli sgherri per dare l’assalto al municipio “rosso” del sindaco Mondolfi, poi a dirla tutta il regime non mancò di costruirsi una base di consenso diffuso.
Quest’attitudine alla ricerca delle radici popolari la vedevi quando raccontava il 1° Maggio prima che auto e scooter si diffondessero in ogni casa: la scampagnata al Cisternino era contrassegnata da «carovane di persone a bordo di barrocci trainati da cavalli», si fermavano a caricare chi si era incamminato a piedi «come se fossero stati autobus». Era una festa che nei quartieri popolari nord era salutata da una stesa di bandiere rosse alle finestre.
«Era una persona speciale con ideali belli: la democrazia, l’antifascismo, le tradizioni popolari», dice il sindaco Luca Salvetti. «L’abbiamo conosciuto tutti: aveva quell’autorevolezza che non ha paura del confronto anche accesso. Quante volte in campagna elettorale, l’ho sentito dire: “Senti, ti devo dare un consiglio”».
Da piazza del Pamiglione il corteo funebre si incammina – quasi senza mestizia, a dispetto d’un cielo color pioggia che pesa come piombo – verso i “luoghi del cuore”. La prima tappa è sul Ponte di Marmo, che sulle spallette ospita i marmi di alcuni sepolcri: «Caro Mauro, ti salutiamo da casa tua», scandisce Claudio Ritorni, presidente della Coppa Barontini la cui sede è nella cantina giù sullo scalandrone: «Davanti al tuo popolo ti promettiamo che la Barontini manterremo così bella».
là dove nacque il pci
È proprio difficile passare davanti all’ex teatro San Marco, dove è nato il comunismo made in Italy, senza che qualcuno faccia partire “Bella ciao”. C’è da arrivare alla cantina del San Marco Pontino, «là dove tutto è cominciato»: ad aspettare il feretro c’è la sezione nautica giallorossa con una lunga bandiera e i remi issati in segno d’omaggio. Pochissime parole di Attilio Lemmi, che di questo mondo è da sempre il cuore: «Ci mancherai», e si sente il nodo alla gola.
Lì davanti si spalanca il prato della Fortezza, il regno di Nocchi nelle vesti di speaker della Barontini: «Le sue non erano cronache di una gara, - sono le parole di Gino Niccolai, presidente dell’Associazione partigiani - erano il racconto di una città. Di un quartiere dove l’antifascismo era prassi quotidiana fin dai tempi del funerale a Mario Camici in pieno Ventennio. Mauro era la memoria della città: bastava un colpo di telefono e ti diceva chi, come e quando».
Ora bisognerà farcela da soli per non disperdere questo patrimonio di storie: è l’ultima promessa, prima che il carro funebre prenda la via dei Lupi. È lì che, dopo la cremazione, resteranno le ceneri di Mauro Nocchi. Vicino a quelle di un’altra anima “rossa” dal cuore amaranto: Edda Fagni. —
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