Il Tirreno

Livorno

Coronavirus, la moglie del 55enne contagiato: «Il nostro medico sapeva di Bologna, ci ha detto lui di non chiamare il 118»

Gianni Tacchi
Coronavirus, la moglie del 55enne contagiato: «Il nostro medico sapeva di Bologna, ci ha detto lui di non chiamare il 118»

Livorno: dall’isolamento la donna racconta, giorno dopo giorno, tutti gli spostamenti del marito e l’aggravarsi delle sue condizioni. «Quando il dottore l’ha visitato e ci ha spedito in ospedale, noi volevamo andare in ambulanza ma ci ha sconsigliato...»

7 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Piange, racconta al telefono la sua quarantena mentre il marito è ricoverato in condizioni gravissime. Non può vederlo, costretta a non uscire di casa. Lei come la figlia, adolescente. Si misurano la febbre due volte al giorno, come da protocollo, e poi aggiornano l’ospedale.

Ogni mattina un funzionario controlla che siano a casa, ogni giorno – in caso di necessità – c’è un addetto incaricato di portare loro i medicinali, lasciando una busta fuori dalla porta. In mezzo a questo dramma, ci sono i post infamanti, le accuse della gente sui social. «Siamo distrutte, a pezzi», dice tra le lacrime la moglie del 55enne contagiato dal Coronavirus, al quarto giorno di quarantena con la figlia.

Dopo aver letto la ricostruzione fatta dal direttore dell’ospedale, Luca Carneglia, racconta al Tirreno la sua versione, la sua verità: «Non è vero che mio marito aveva negato di essere andato a Bologna, il medico di famiglia (Fabrizio Cosci, che intervistiamo nelle pagine seguenti, ndr) lo sapeva fin dall’inizio».

«Poi - continua - hanno raccontato che era malato di diabete, che aveva una bronchite cronica e che era al limite dell’obesità. Tutto questo non è vero. Mio marito non ha il diabete, ora i valori della glicemia sono alti a causa del cortisone assunto in dosi massicce nei giorni scorsi. Non ha neanche mai avuto problemi di bronchite e sì, è sovrappeso, ma stiamo parlando di un uomo di un metro e 90 che pesa 124 chili. Basta con queste falsità». Poi racconta cosa ha fatto il marito nei venti giorni precedenti al ricovero. Con grande precisione e dettagli. Ecco gli spostamenti del 55enne livornese giorno per giorno nelle virgolette della moglie.

SABATO 15 FEBBRAIO

«Mio marito va a Bologna per un torneo di boccette: parte da solo e torna il giorno dopo, domenica 16. In quel momento sta bene, non ha alcun sintomo. Poi, nei giorni successivi, parlerà di quel viaggio al nostro medico di famiglia. Lunedì 17 si presenta invece al lavoro: da allora non vi ha più messo piede».

MARTEDI' 18 FEBBRAIO

«Martedì prende un giorno di permesso per andare al funerale di un parente fuori Livorno, in provincia di Grosseto: parte con la sorella, il nipote e il cognato, che adesso non sono in quarantena perché sono passati 14 giorni dall’ultimo contatto con lui. Quel giorno inizia a non star bene, comincia a tossire, ma ovviamente non sembra qualcosa di grave. Per riguardarsi non va al lavoro neanche il giorno dopo, mercoledì 19, quando andiamo a pranzo fuori e poi rientriamo perché inizia a sentire qualche brivido di freddo».

GIOVEDI' 20 FEBBRAIO

«Quella mattina mio marito si sveglia con la febbre, non sta bene e resta a casa tutto il giorno. A quel punto chiamiamo il medico di famiglia per la prima volta: la febbre non è alta, così per telefono gli vengono dati due giorni di malattia (lo stesso giovedì e venerdì 21, ndr). Resta a casa anche sabato e domenica, visto che nel fine settimana non lavora».

LUNEDI' 24 FEBBRAIO

«Richiamiamo il dottore perché la febbre non è scesa, anzi è più alta dei giorni precedenti: gli fa, sempre via telefono, un altro certificato per l’assenza al lavoro valido fino a venerdì 28, senza però visitarlo. Anch’io comincio a non star bene, contatto nuovamente il nostro medico, che mi rilascia un certificato della stessa durata, mentre mia figlia va regolarmente a scuola. Il medico di famiglia non prende neanche in considerazione che possa trattarsi di Coronavirus, nonostante l’allarme di quei giorni in tutta Italia e il viaggio di mio marito a Bologna».

GIOVEDI' 27 FEBBRAIO

«Io sto meglio, mentre mio marito ha la febbre: è passata una settimana esatta e la situazione non migliora. Tutt’altro: comincia a disidratarsi e inizia ad avere anche problemi intestinali. “Fategli una radiografia al torace”, ci dice il nostro medico di famiglia, ancora al telefono. Così andiamo subito in un centro specializzato: gli mettono la mascherina, fa la radiografia e torniamo a casa. Nel pomeriggio vado a ritirare il risultato delle lastre e faccio vedere tutto al nostro medico: per lui si tratta di una bronchite acuta che potrebbe degenerare in una polmonite. Così gli prescrive due antibiotici e un cortisone. “Non preoccupatevi”, ci rassicura. Di sera mio marito inizia la terapia ed effettivamente la temperatura si abbassa. E il giorno dopo (venerdì 28, ndr) si sente leggermente meglio».

SABATO 29 FEBBRAIO

«È un giorno pesante: mio marito si sveglia praticamente disidratato, con la febbre alta. Non sta in piedi, è in uno stato quasi confusionale. Richiamiamo il medico: dice di andare avanti con la stessa terapia, i due antibiotici e il cortisone. “Vengo a visitarlo lunedì mattina”, ci assicura».

LUNEDI' 2 MARZO

«Passa la domenica e lui sta sempre peggio, parla poco e non si ricorda neanche le cose. Il medico arriva poco prima delle 9: entra in casa nostra senza mascherina, d’altronde ha sempre sottovalutato la situazione, e lo visita per la prima volta da quando ha la febbre. Dalla prima telefonata che gli abbiamo fatto, sono passati undici giorni».

«“A livello di respirazione si sta riprendendo”, ci dice il dottore. Poi tira fuori lo strumento per misurare la saturazione dell’ossigeno nel sangue: siamo intorno all’88%, un valore inferiore al minimo. A quel punto anche lui comincia a preoccuparsi, chiama subito il pronto soccorso e fissa una visita con il pneumologo. Alle 10 andiamo in auto all’ospedale, siamo io e mio marito: ci fermano al varco di via Gramsci, ci danno le mascherine ed entriamo. La sala d’aspetto del pronto soccorso è chiusa: aspettiamo qualche minuto all’ingresso, dove ci sono le macchinette per il caffè, poi mio marito entra. E da quel momento comincia l’odissea. Passano due, tre, quattro ore. Mio marito mi manda qualche foto su WhatsApp tra un controllo e l’altro, mentre io inizio ad avvisare qualche parente. Alle 18 esce una dottoressa, parliamo e mi spiega che mio marito verrà trasferito in Terapia Intensiva: me lo fanno vedere e mi danno un sacco con i suoi vestiti, il cellulare e la fede, ma nessuno parla di polmonite né di sospetto Coronavirus».

«Passano altre ore, io rimango fuori dalla sala d’attesa del pronto soccorso, quasi sotto la pioggia. Sono preoccupata e non ho notizie. Il tempo passa lentamente, arrivano le 22, quando decido di tornare dalla stessa dottoressa: sul referto scrive che non ci sono i parametri per effettuare il test Covid-19, ma poi il tampone verrà comunque fatto la mattina seguente. Poco dopo mi consigliano di tornare a casa. Da quel momento non sono più uscita, così come mia figlia».

MARTEDI' 3 MARZO

«Di notte, verso le 1, ricevo una chiamata dal reparto di Terapia intensiva: mi aggiornano sulla situazione. “C’è un addensamento ai polmoni”, mi spiega il primario».

«Passata la notte, di prima mattina, per la prima volta iniziano a parlare di un serio sospetto Coronavirus. Mi dicono di aver effettuato il tampone e di averlo mandato a Pisa, la risposta è attesa per le 13 ma non arriva. Di slittamento in slittamento passa anche il pomeriggio. Io sono a casa con mia figlia, angosciate, non possiamo muoverci e siamo sempre più disperate. Mando mia cognata all’ospedale per avere qualche novità, fino a quando arriva la risposta del tampone: positivo al Covid-19. E purtroppo le sue condizioni peggiorano».

MERCOLEDI' 4 E GIOVEDI' 5 MARZO

«Io e mia figlia siamo chiuse in casa, non possiamo avere contatti con nessuno, non possiamo vederlo, stargli vicine. Siamo a pezzi, distrutte. Mio marito è all’ospedale in condizioni gravissime, noi abbiamo anche paura di essere state contagiate, ma non possiamo essere sottoposte al tampone perché non abbiamo sintomi: gli esperti dicono che risulterebbe negativo. E poi ci sono tutti quei discorsi della gente, quelle accuse sui social: c’è chi gli augura la morte, chi dice che non abbiamo avuto rispetto. Ma come si fa? È una vergogna, un uomo, un padre di famiglia in quelle condizioni e le persone lo attaccano. Quando il nostro medico ha fissato la visita con il pneumologo, lunedì mattina, noi volevamo chiamare il 118 per avere un’ambulanza, ma lui ci ha consigliato di andare autonomamente. Qui le responsabilità sono evidenti, invece siamo nel mirino di mezza città. Che vergogna...». 

[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.38559010:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2020/03/06/news/coronavirus-il-medico-di-famiglia-se-non-lo-avessi-visitato-a-casa-quell-uomo-sarebbe-morto-1.38559010]]

[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.38558128:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2020/03/06/news/c-e-il-secondo-livornese-contagiato-ha-66-anni-era-stato-in-viaggio-a-milano-1.38558128]]

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web