Il Tirreno

Livorno

Coronavirus, il medico del 55enne contagiato: «Se non lo avessi visitato a casa quell’uomo sarebbe morto»

Giulio Corsi
Coronavirus, il medico del 55enne contagiato: «Se non lo avessi visitato a casa quell’uomo sarebbe morto»

Livorno, il dottore finito in isolamento corregge la versione dell’Asl: «Diabetico e affetto da bronchite cronica? Per me stava molto bene» 

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Fabrizio Cosci, medico di famiglia del paziente contagiato dal coronavirus. È finito in isolamento anche lei per aver visitato il suo assistito. Come si sente?

«Sto benissimo. Toccandomi le palle...».

Da quanto tempo è chiuso in casa?

«Da martedì sera. Mi ha telefonato il dottor Sani per dirmi che il tampone fatto al mio assistito era positivo. Da allora non sono più uscito. L’isolamento è diventato ufficiale da mercoledì quando mi ha chiamato l'ingegnere della protezione civile».

Deve tenere sotto controllo eventuali sintomi.

«Devo controllarmi la febbre, la sto misurando due volte al giorno. Ho sempre 36.3».

Come passano le ore?

«Non so cosa fare, ho una fame da lupo, mangio. Arriverò al 16 marzo, ultimo giorno di isolamento, ingrassato».

Ha chiamato un sostituto per l’ambulatorio?

«No, non ci sono sostituti. Mi sta dando una mano il gruppo di medici del mio studio. Ma il grosso continuo a farlo io per telefono: faccio certificati e mi sto organizzando per le ricette».

Cosa le dicono i pazienti?

«Mi chiedono le cose più assurde. “Dottore, sono venuto dieci giorni fa in ambulatorio, sono a rischio?”. Ma via...».

È comprensibile che vogliano essere tranquillizzati.

«Mah, sta venendo fuori la loro personalità vera: il livornese che era quello buono, aperto a tutto, mi sembra un po' diverso da come siamo abituati a descriverlo. Poi se la prendevano a male se avevo smesso di dargli la mano...».

Sta seguendo l’evoluzione del paziente contagiato?

«Certo, parlo al telefono con i primari che lo hanno in cura. È stabile».

Avrà sicuramente letto la ricostruzione fatta dall’Asl: conferma tutto?

«No. Non so dove abbiano preso quelle informazioni».

Cosa non le torna?

«Diverse cose».

Ce le spieghi

«Dopo alcuni giorni in cui stava male, giovedì 27 febbraio ho mandato il paziente a fare una radiografia al torace in un istituto privato. Da quell’esame è stata diagnosticata una broncopolmonite. Gli ho prescritto due antibiotici e cortisone che ha iniziato a fare già dalla sera».

Dunque non è vero come dice l’Asl che il paziente, da quando si è sentito male il 20 febbraio non è più uscito dalla sua abitazione.

«È andato solo in questo centro privato a fare la radiografia ed è tornato a casa. Ma non creiamo allarmismi inutili».

Dopo giovedì 27 febbraio che cosa è successo?

«Sabato 29 mi hanno detto che aveva ancora febbre. E così il lunedì mattina, 2 marzo, sono andato a visitarlo a domicilio».

Come stava?

«Era sfebbrato. Dal punto di vista clinico si poteva pensare che fosse in fase di guarigione dopo 4-5 giorni di antibiotico».

Ma non era così...

«No. L’ho visitato, ma essendo una polmonite interstiziale, all’auscultazione non si sentiva niente. Ho deciso di fargli la saturimetria, cioè la misurazione della quantità di ossigeno presente nel sangue. Per fortuna mi porto sempre dietro l’apparecchio: aveva l’88%. Ho avuto culo, sennò sarebbe morto il pomeriggio in casa, al momento in cui ha avuto quel tracollo».

A quel punto cosa ha fatto?

«Preoccupato, ho parlato con la primaria di Pneumologia, Rigoletta Vincenti, che però mi ha risposto che non poteva vederlo lei in reparto, ma dovevo passare dal pronto soccorso. Così ho chiamato il primario Bertini: era smontato dalla notte, mi ha chiesto nome e cognome del paziente per avvertire i suoi colleghi in pronto soccorso».

Ma lei, nei vari contatti telefonici che ha avuto col paziente, gli ha chiesto come previsto dai protocolli se avesse frequentato posti o persone considerate a rischio per il coronavirus?

«Certo. E quando sono andato a casa sua gliel’ho chiesto di nuovo. Gli ho fatto anche una battuta: “Ti sei fatto fare un massaggio in qualche centro cinese?”. “Via dottore, mi ha risposto” sorridendo».

In effetti non era stato in Cina ma a Bologna. Davvero non glielo ha mai detto?

«Di Bologna l'ho saputo il giorno dopo, quando è arrivata la positività al tampone. Sennò col cavolo che sarei andato a casa sua, ci mandavo il 118! Aggiungo che non solo non lo sapevo io, ma non lo sapeva neanche l’ospedale: anche l’infettivologo in pronto soccorso gli ha chiesto di eventuali viaggi e anche a lui ha risposto che non si era mai mosso da qui».

La moglie sostiene che lei sapesse fin dall’inizio...

«Assolutamente non è così».

Secondo lei perché il paziente ha omesso questo importante particolare?

«Non lo so, non ho la minima idea: ci tengo a precisare che quest’uomo è una persona non per bene, di più. Non è un untore, è una persona per bene che ora sta male».

Lo conosce da molto?

«Da 35 anni».

Dunque le era noto il suo quadro clinico compromesso: diabetico, sovrappeso quasi obeso, affetto da bronchite cronica, dice l’Asl.

«Non entro nel merito di questa cosa».

Sta dicendo che non era a conoscenza di questa situazione?

«Il mio ultimo contatto con lui era stato un anno fa per un problema banale. Negli ultimi 7 anni l'ho visto 3 volte».

Dunque stava bene?

«Molto bene».

Perché allora è stato descritto un quadro così grave precedente all’infezione?

«Parlano sulla base degli esami che hanno fatto, non entro nel merito. Ma posso dire che a proposito di diabete e bronchite cronica la moglie farà portare i responsi delle visite sul lavoro: se ci fossero stati problemi li avrei visti».

Cos’altro non le torna della versione dell’ospedale?

«Non è vero che sia andato al pronto soccorso da solo come un paziente qualunque, sconosciuto. L’ha accompagnato la moglie, quando si sono presentati, sapevano che stavano arrivando, gli hanno messo la mascherina, lo stavano aspettando. Questi sono dettagli importanti».

Sull’arrivo al pronto soccorso la moglie del suo paziente sostiene in un’intervista al Tirreno (alla pagina precedente) che quella mattina lei sconsigliò di chiamare il 118 e usare l’ambulanza, dicendo di andare autonomamente.

«Non rispondo». 

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