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sanità 

Morto per un’infezione all’ospedale ma non doveva essere operato

Lucia Aterini
Morto per un’infezione all’ospedale ma non doveva essere operato

La famiglia dell’uomo risarcita dall’Asl con 900mila euro. La figlia: «Mia madre non si è ripresa dal dolore e ho perso anche lei»

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Due interventi fatti a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro ed eseguiti all’ospedale di Livorno. E poi dopo un mese, a causa di un’infezione, la morte di Renzo Lorenzi, 82 anni, di Livorno. Ma, come è stato stabilito poi nell’ordinanza del giudice Franco Pastorelli, a seguito della causa civile promossa dai familiari, la prima operazione non doveva essere eseguita.

Il paziente, come spiegato dal consulente del tribunale di Livorno professor Giovanni Marello, aveva solamente alcuni calcoli senza sintomi e una diverticolite acuta. Da qui, a otto anni dalla morte dell’uomo, il risarcimento di quasi 900mila euro disposto dal tribunale per i due figli dell’uomo, Gabriella e Valter, per i quattro nipoti e per la moglie di Lorenzi, Vinicia Manetti, che nel frattempo è morta, a settembre dell’anno scorso.

«Di fatto però - spiega la figlia Gabriella - lei è andata via quando è morto mio padre perché, dopo sessanta anni di matrimonio, erano un’anima e un nocciolo». E continua: «Entrambi stavano bene nonostante l’età: erano vitali, avevano tanti interessi e facevano viaggi ancora da soli. Solo che, dopo la perdita di mio padre, la mia mamma non è stata più bene. È entrata in uno stato di depressione e progressivamente ha perso la testa». Tanto che, poi, le è stata riconosciuta un’invalidità del 22% per aver sviluppato un disturbo definito da “lutto permanente complicato”.

La vicenda ha avuto inizio il 22 maggio del 2012. È sempre la figlia a raccontare: «Mio padre aveva mal di pancia e ricordo che il giorno di Santa Giulia (festa della patrona della città ndr) avevamo chiamato la guardia medica a casa. La notte seguente continuò ad avere questi dolori e andò al pronto soccorso da solo. Io arrivai la mattina dopo (perché mio padre ci avvertì solo dopo alcune ore) quando già lo avevano trasferito in reparto». «I medici - va avanti la figlia - ci dissero che dovevano operarlo all’intestino e che temevano qualcosa di grave». L’intervento venne eseguito il 29 maggio. «Ci dissero - racconta ancora - che avevano tagliato un pezzo di intestino, era stata eseguita una colecistectomia ed era stata asportata anche l’appendice». Ma la mattina dopo Renzo Lorenzi cominciò ad accusare la febbre alta e forti dolori. «Ero molto preoccupata - va avanti la donna - chiesi più volte spiegazioni, lui stava male e non migliorava. Mi dissero che dovevo star tranquilla e alla fine lo trasferirono nel reparto di rianimazione». Dopo due giorni «la mattina, poco dopo che ero stata a fargli visita, mi chiamarono e mi dissero che dovevo tornare subito all’ospedale. Una volta lì, mi spiegarono che c’era un versamento nella zona addominale e che dovevano rioperarlo. Lo riferii poi a mio padre spiegandogli solo una parte della verità. Lui, a quel punto, però rimase male perché riteneva di avere un tumore».

L’intervento venne effettuato d’urgenza, dopo poche ore. «Il giorno dopo riparlai con i medici e mi spiegarono di aver trovato un ascesso epatico. In più mio padre aveva contratto anche un batterio, la klebsiella pneumoniae. Dopo avermi illustrato il quadro clinico, aggiunsero che avrebbero fatto di tutto per salvarlo. E che in ogni caso, nella migliore delle ipotesi, avrebbe dovuto fare la dialisi per le elevate dosi di antibiotico che dovevano somministrargli e che avrebbero danneggiato i reni e il fegato».

Da questo momento in poi, va avanti Gabriella Lorenzi « per mio padre è stato un calvario. Si risvegliò dopo qualche giorno ma in queste mese ebbe solo qualche sprazzo di lucidità, era poco reattivo e la febbre alta non calò mai». «Per cercare di tranquillizzarlo - ricorda - gli dicevo che non si sentiva bene perché era stato tanto fermo, che, una volta a casa, avremmo preso un fisioterapista. Lui era, tra l’altro, una grande sportivo. Faceva parte dei Runners Livorno, per quattro volte ha partecipato alla maratona di New York, più volte ha fatto anche il Passatore. E ogni giorno faceva venti chilometri a piedi». Purtroppo, però, il 23 giugno Renzo Lorenzi morì.

Da allora la figlia ha voluto cercare la verità sulla fine di suo padre perché aveva molti dubbi su come era stato curato. Richiese, dunque, le cartelle cliniche. Poi con gli altri familiari avviò il procedimento contro l’Asl: la famiglia riteneva che la diagnosi fatta all’uomo fosse stata sbagliata. Fallita la mediazione con l’azienda sanitaria, (obbligatoria quando c’è un danno medico), Gabriella e Valter Lorenzi, tramite il loro avvocato e con la consulenza del dottor Alberto Appicciafuoco, chiesero un accertamento tecnico preventivo che dopo alcuni anni ha portato al deposito della perizia del consulente del tribunale, il professor Marello, in cui è emersa la responsabilità dei medici dell’Asl Nord ovest che hanno operato l’anziano. Nel frattempo la famiglia ha chiesto anche i danni per la moglie di Lorenzi per “malattia collegata”. «Non riusciva più a dire niente - racconta la figlia -le uniche parole che metteva insieme erano “Mi hanno portato via il mio Renzino”».

Infine l’ordinanza del tribunale emessa a luglio 2019 in cui è stato disposto il risarcimento da quasi 900mila euro per la famiglia. Che a breve presenterà anche una denuncia penale contro i medici dell’Asl. —

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di Redazione web