Gioco
Dal nostro inviato speciale nel cuore operaio De Majo e il suo Cantiere
L’ultimo articolo, pochi giorni prima di lasciarci per sempre Nell’album di famiglia la passione per la fabbrica-simbolo
il ricordo
«Oggi, dove una volta sorgeva il Cantiere di San Rocco, campeggia l’insegna di Azimut Benetti. Non più gasiere o traghetti, ma yacht di lusso. I tanti “Flying Cloud” del terzo millennio». Sono le ultime righe dell’ultimo pezzo firmato da, il nostro collega cronista morto troppo presto a 40 anni nel febbraio 2011: sono nove anni che manca così tanto. Manca a noi che lo avevamo fra le scrivanie della cronaca. E manca anche a voi lettori, a giudicare dal gran numero di visualizzazioni che ottiene ciascuna delle raccolte di suoi articoli che pubblichiamo ogni anno nell’anniversario della sua scomparsa.
Era un articolo sul Cantiere Orlando. Aveva visto nei nuovi yacht extrachic non la fine di una storia ma l’ennesima evoluzione di uno stabilimento dal quale era uscito un po’di tutto: non solo i traghetti Mega Express o le gasiere ma anche la corazzata Lepanto o l’incrociatore Trento per la Regia Marina o la General Belgrano per la Marina argentina o anche ferry-boat per traghettare i treni nello stretto di Messina.
Alla storia del Cantiere in occasione di una mostra aveva dedicato una pagina: era andato a ripescare da una storia lunga un secolo e mezzo «il “Flying Cloud” costruito per il duca di Westminster, una dimora galleggiante sontuosa per gli anni’20». Avrebbe potuto indicare anche il motoyacht Makook III costruito alla vigilia della prima guerra mondiale per il viceré d’Egitto.
È l’ultimo articolo del nostro Luciano. Datato 3 febbraio 2011, neanche tre settimane prima di andarsene per sempre: stava già lottando con la malattia e nei pezzi che mandava di tanto in tanto c’erano le cose che gli hanno fatto battere il cuore. Lo aveva fatto magari con un po’ di magone per aver vissuto in prima persona la straordinaria stagione di una cooperativa forse unica in Italia: il padre Roberto in Cantiere aveva visto crescere l’abilità di mestiere nelle sue mani fino a mettersi in proprio (come avevano fatto anche altri ex operai poi artigiani e imprenditori di quella generazione), il suocero Vittorio Cioni che alla testa della Cgil aveva avuto nelle “tute blu” di questa fabbrica una delle roccaforti, lui stesso lavoratore nel team del Cnfo, nel cuore di quel bastione storico della Livorno “rossa” della cui storia si sentiva così fieramente parte.
Non era un modo di dire: in questa che possiamo vedere anche come una pagina-testamento, c’è anche l’accenno all’impegno del vescovo per la fabbrica e c’è la storia operaia. In almeno due sottolineature: a cominciare da quella dedicata al particolare impegno delle maestranze nel costruire l’incrociatore veloce “Tashkent” per la Marina militare sovietica di Stalin negli anni di (raggiungerà i 44 nodi e sarà allora la nave più veloce al mondo in tale classe).
E l’altra? È nel racconto di un episodio che risale al’48, ai giorni convulsi dell’attentato al leader comunista Palmiro Togliatti, con un gruppo di operai che prende un camion e lo trasforma in un blindato, quasi un piccolo carroarmato «per fare la rivoluzione», e lo affida orgoglioso ai vertici del Pci. Ci vuole un tipo come per dir loro: «L’avete fatto in tre giorni? Ecco, bravi: ora in tre giorni lo smontate». Mito? Mica poi tanto, l’episodio è confermato dai racconti di Sergio Manetti, ex combattente partigiano e ex dirigente sindacale di primo piano. Anni e anni più tardi ben nascosti all’interno della fabbrica saranno trovate anche armi.
È una singolare coincidenza del destino, così come lo è il fatto che pochi giorni prima il nostro Luciano avesse dedicato due lunghi pezzi al 90° anniversario del Pci. Raccontato andando a cercare cosa restava di quella storia che qui è stata per decenni governo e egemonia politico-culturale. Era il 2011, già più di vent’anni dopo la svolta della Bolognina, ma «qua e là, – scriveva – qualche insegna del vecchio Pci in città campeggia ancora». Un esempio? «Prendete Borgo Cappuccini: sulla facciata della sede di Rifondazione comunista la scritta è la solita degli anni passati, “Pci Borgo”». De Majo ricordava che «perfino Virzì, nel suo ultimo film, ha voluto rendere omaggio al vecchio Partito comunista, piazzando una sezione proprio sotto la casa della famiglia protagonista, a dimostrazione di quanto sia stata radicata la presenza comunista fra i livornesi». Un altro? «Da Borgo Cappuccini a Shangai: il circolo del Pd qui custodisce gelosamente ancora il busto in gesso di Palmiro Togliatti».
Andando a ritroso, bastano pochi giorni ed ecco che agli inizi di gennaio c’è un articolo che illumina un altro pezzetto di chi era Luciano De Majo cronista e uomo. Dalla parte degli ultimi: la storia di un ragazzo morto in carcere.
È un altro tassello del puzzle. Così come un puzzle era la confederazione di mondi dentro l’impegno personale nell’Arci come obiettore di coscienza, al Centro per la Pace, ai campi anti-mafia di Capaci, nell’associazionismo che si occupa di immigrati e nella Coppa Barontini. Un puzzle anche professionale, di testate e di tipologia di media: la sua voce era rimbalzata nelle dirette di Radio Flash e nelle radiocronache di basket, aveva lavorato nel web fondando il quotidiano on-line Greenreport, nelle agenzie di stampa (Agi), negli uffici comunicazione (con l’esperienza al Cantiere nell’era della coop), nella carta stampata aveva iniziato al Telegrafo, poi all’edizione toscana dell’Unità, infine al Tirreno.
Una confederazione di mondi: si incrociavano perché non era curioso e solidale. Capace di tener la porta aperta: quanto ce ne sarebbe bisogno in questi tempi dannati in cui l’Altro è peggio di un virus. —
Mauro Zucchelli
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