Gioco
Addio “Uccellino”, simbolo del Palio e ultimo baluardo del mondo remiero
Umberto Marconcini era nato in viale Caprera. La figlia: «Amava quel posto, non si è mai mosso di lì. Una persona buona e altruista con tutti»
il racco nto
NICOLò CECIONI
Era nato l’8 febbraio del ’32, ma una forte nevicata che si abbatté su Livorno impedì ai suoi genitori di andarlo subito a registrare in Comune. Perciò Umberto Marconcini, sulla carta d’identità, ha sempre avuto scritto “nato il 10 febbraio”, quando finalmente poté essere registrato all’anagrafe. Basterebbero queste poche righe per capire che con “Uccellino”, così veniva chiamato, non se ne va solo l’ultimo baluardo del Palio Marinaro, ma un pezzo della storia di Livorno. Storia di personaggi mitici come Attao, come il cantiniere Filea, come la Ciucia e come Disgraziati, l’amico-nemico di mille battaglie in mare. «Babbo – spiega Cinzia, la figlia primogenita – se ne è andato stanotte (nella notte fra venerdì e sabato scorsi ndr) ed è tutta la mattina che riceviamo telefonate da chiunque».
Livornese doc, veneziano nel sangue e uomo dai valori di una volta, Marconcini era nato sul viale Caprera, che prima della guerra si chiama via delle Formiche. «Non si è mai mosso di lì. Amava Livorno e, soprattutto, amava la sua Venezia in modo viscerale. Da bambino era un monello. Per andare a scuola, mia nonna lo vestiva di tutto punto col grembiulino bianco e lui tornava completamente tinto di nero. In classe non ci andava, ma passava le mattinate tra i Navicelli a grattare dalle barche la polvere di carbone, che poi rivendeva». Uccellino, comunque, non era affatto avido, ma è sempre stato una persona buona e attenta agli altri. «Sotto il ponte di Santa Trinità – continua la figlia – c’era un vecchio magazzino dove producevano marmellata. Lui si tuffava nei fossi per attraversare il canale e andare a prendere più barattoli che poteva per distribuirli agli amici. Erano tempi di miseria e fame».
Durante la guerra, la mamma di Umberto capì che rimanere a Livorno non era sicuro e decise di sfollare al Gabbro. «A malincuore lasciò la sua Venezia. Aveva solo 12 anni ma era molto perspicace. Sapeva già fare il carbonaro e grazie al carbone che produceva riusciva a portare a casa parecchie lire». Nel ’45 il giogo fascista per fortuna ebbe fine e Uccellino tornò a Livorno. «Era forte e perciò lo chiamarono in porto per aiutare i palombari a ripulire i fondali dai relitti. Con le braccia doveva far girare una manovella per far circolare l’aria nelle bombole di chi si immergeva. Lì conobbe alcuni dirigenti dell’Unione canottieri che lo convinsero ad avvicinarsi al mondo del canottaggio». E fu amore a prima vista. «Il canottaggio ce l’aveva nel sangue perché suo zio materno era lo scarronzone Attao.
In quella cantina sugli scali Manzoni ha imparato tutto e divenne un canottiere tra i più forti in Italia. A livello nazionale ed europeo ha vinto tantissime medaglie e campionati». Ma tra canottaggio e gozzi del Palio, Umberto non ha mai avuto dubbi. «Diceva sempre che il canottaggio è uno sport da signori, mentre i gozzi sono da uomini veri. Perciò preferiva il nostro Palio. Ed essendo nato e cresciuto in Venezia, non poteva che vogare sul Cavallino Rosso». E proprio durante uno dei tanti Pali vinti, Umberto conobbe l’amore della sua vita. «Conobbe mia mamma, Liliana Ceccarelli, sui Pancaldi. Il Venezia vinse il Palio e allora i vogatori vincitori tornavano a riva per andare a festeggiare. Ma mia mamma era di Borgo, come tutti i suoi parenti e questa cosa non andava giù alla famiglia di babbo.
Ci furono parecchie discussioni e fino all’ultimo entrambe le parti cercarono di impedire il matrimonio». Che però alla fine venne celebrato ed è durato 63 anni. «In viaggio di nozze andarono prima a Roma e poi a Castelgandolfo, su un lago dove si allenava la Nazionale di Canottaggio. Io nacqui 9 mesi dopo. Poco più tardi nacque mio fratello Alessandro, mentre 12 anni dopo arrivò anche Marco. Era d’estate e con la mia famiglia si andava in campagna dove avevamo una casa. Mio babbo però doveva preparare la Coppa Barontini e dunque rimaneva sempre a Livorno. Ma dopo averla vinta, venne a trovarci e la mattina più tardi mia mamma mi chiese se mi sarebbe piaciuto avere un altro fratellino». Finito di vogare, Marconcini è rimasto nell’ambiente del Palio e ha fatto di tutto: timoniere, allenatore, dirigente e cantiniere. «Quello per la voga era un amore che non abbandonava mai. È stato in Venezia fino al 1982, poi venne via e andò ad aiutare mio fratello sull’Ovosodo.
Nel Benci prima riconquistò il gozzo a 10 remi e poi vinse il Palio, battendo il Venezia. Da allora sono state tante le cantine in cui è andato a dare una mano. Come al Montenero, dove conquistò una storica Barontini. Ma da qualche anno era tornato in Venezia, a dare una mano come cantiniere per dare consigli ai vogatori. Con il tempo aveva visto andare via tanti amici e vecchi rivali di battaglie. L’ultimo è stato il grande Alberto Disgraziati, storico timoniere del Pontino. Erano acerrimi nemici durante le gare, ma fuori si rispettavano. Adesso potranno rincontrarsi». —
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