Gioco
La "Bambina in azzurro" di Modì si racconta: «Le carezze di Livorno mi hanno trasformato in principessa»
Intervista immaginaria col simbolo della mostra: adottata dalla città, la piccola ritratta da Modigliani racconta le umili origini, il contatto con l’artista e la sua gioia
LIVORNO. Il vuoto più grande lo lascerà lei, la più piccola. E non ci sono rivali, Jeanne, Elvire o Lèopold, che possano strapparle l’onore e il peso di essere stata la più amata, la più ammirata, anche la più misteriosa, della mostra. Lei, la “Bambina in azzurro” che mentre i quadri si smontano volta le spalle ai suoi compagni di viaggio e si prepara a camminare da sola con questi scarponcini neri fino ad ora piantati sul pavimento che ti verrebbe voglia di toglierle per farla riposare un po’. Gli occhi sono fissi, celesti e stralunati, forse dolenti. «Ciao Livorno, ciao grandi pareti celesti che mi hanno coccolato per 100 giorni, ciao signore e signori che immobili come me mi siete stati vicini e ciao 100mila sguardi che vi siete posati su di me con una tenerezza, un’ammirazione, un’empatia che mai mi aveva toccato così forte il cuore».
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.38480553:Video:https://video.iltirreno.gelocal.it/locale/la-bambina-in-azzurro-di-modigliani-incontro-immaginario-con-il-simbolo-della-mostra-di-livorno/132495/134110]]
Quindi, Bimba in azzurro, è giunto il momento degli addii. Sai quanto mancherai ai livornesi che ti hanno prima scoperta e poi adottata?
«Credo di immaginarlo. In tutti questi giorni ho capito che dai miei occhi, dai colori che mi circondano, persino da quel fiocco sbilenco che porto sulla testa, usciva come una specie di incantesimo che spingeva le persone a volermi bene».
Si dice che conducessi un’esistenza dura nella vita reale, quando Modigliani eseguì il tuo ritratto, nel 1918. Forse una serva bambina, continuamente rimproverata, una alla quale l’infanzia è stata rubata... E ora tutto questo amore da parte degli adulti: ti imbarazza?
«No, non ho provato imbarazzo, ma stupore. E ho capito come voi gente di questo millennio amate i vostri cuccioli. Vedevo bambini coccolati, rispettati come adulti. Per me la vita è stata tutta un’altra cosa. Ero povera, c’era la guerra. Mi trattavano con durezza. Qui mi sono sentita continuamente abbracciata, visitatore dopo visitatore, non ce ne è uno dei centomila che sono passati di qui che non mi abbia rivolto una carezza con gli occhi. Ed è stato bello».
I bambini non erano i soggetti preferiti di Modigliani. Gli sei grata di averti reso, per caso, immortale?
«Grazie a Modigliani sono rimasta una bambina e chissà quali vere sofferenze mi sono risparmiata. Chissà che fine ha fatto la vera me. Sarà cresciuta, avrà sfornato figli fino a sfiancarsi o magari a morire di parto. Il destino degli altri, degli amici di Modigliani, per quanto tragico, è un destino scritto. Il mio no, si è fermato in questo abitino celeste, in questi scarponcini da due soldi. E credo che sia meglio così».
Questa è la città di Modigliani e forse per la prima volta i livornesi lo hanno capito davvero, ne hanno colto l’anima e il talento. Sai che è in gran parte merito tuo? Sai che migliaia di copie di te sono ora nelle case, sui poster, nelle riproduzioni, persino nei soprammobili e nelle calamite?
«Ho capito che ero importante quando ho visto quelle gigantografie all’ingresso della mostra e poi tutte le foto che mi hanno fatto. Magari non si capiva ma io ogni volta sorridevo a chi mi fotografava, con il cuore».
E la notte, quando il museo si vuotava, avevi paura?
«Io non ho paura di niente, c’è chi dice che Modigliani quando mi ha dipinto abbia pensato alla leggenda della bimba fantasma Azzurrina che aveva occhi azzurri come i miei. Io mi ricordo solo che mi fece stare lì impalata in un angolo e mi facevano male i piedi. Non sono un fantasma. Ma una bambina forte quello sì. E non ho paura di niente».
Non lontano da dove stavi tu c’era un’altra bambina, la bambina rosa, di Soutine. Un tipetto vivace, più o meno la tua età. Si dice dal carattere particolare, come del resto il pittore che l’ha dipinta, stravagante e geniale amico di Modigliani. Avete fatto amicizia tu e lei?
«La nostra amicizia viene da lontano, in molti ci hanno paragonate, studiate, apparteniamo alla collezione Netter, alla fine certo che pur così diverse abbiamo fatto amicizia. Lei non è poi così dispettosa come sembra, forse lo sono più io. Di certo è povera come me, ai nostri tempi o eri ricco o eri povero. Ma non ci lamentavamo perché così doveva essere».
Accanto a te, in tutti questi giorni, c’era Jeanne, la giovane compagna di Modigliani che lui tanto ha fatto soffrire e che era incinta della loro bambina quando lui ti incontrò e fece il tuo ritratto. Conosci la loro tragica storia d’amore?
«Qui quasi tutti noi, ritratti dagli artisti di Montparnasse, gli artisti stessi che si ritraevano tra loro, abbiamo storia drammatiche, romantiche, storie speciali alle spalle. E anche morti improvvise, premature. Quel mondo che ora si affaccia con tutti questi volti, e queste figure e questi colori su queste pareti era un mondo dove l’amore, la vita, la morte, il genio ma anche lo squallore, erano sempre dentro l’esistenza. Io sono una bambina ma non è mai stato difficile, visto che si viveva anche tutti ammucchiati in poche stanze, ascoltare i discorsi dei grandi. Jeanne mi fa tenerezza ma non ci parliamo. Forse le ricordo quella bambina che lei non ha potuto crescere perché si è suicidata così giovane».
Sai che tra i tanti occhi che ti si sono puntati addosso c’erano anche occhi di artisti, di persone importanti, anche gli occhi del nostro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella?
«Capivo quando c’era qualche visitatore importante perché l’atmosfera si faceva più elettrica. Il presidente Mattarella aveva gli occhi azzurri come i miei e quando i nostri sguardi si sono incrociati ho sentito che quasi mi scendeva una lacrima. Ho pensato a mio nonno che non c’è più mentre io per sempre sarò bambina».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
