Il Tirreno

Livorno

Santini ha riscoperto la memoria della città: ora il sindaco gli intitoli una via o una piazza

Mauro Zucchelli
Bruno Manfellotto con Santini il giorno della Livornina d'Oro
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Bruno Manfellotto con Santini il giorno della Livornina d'Oro

L’idea del giornalista Bruno Manfellotto nella conferenza degli Amici dei Musei e dei Monumenti livornesi 

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LIVORNO. «Sulla cantonata ecco cosa dovrebbero scriverci: “via (Aldo Santini), giornalista e scrittore livornese”. Nient’altro che questo». L’applauso della folla che riempie la sala conferenze della Biblioteca dei Bottini dell’Olio dice chiaro e tondo il proprio sì alla proposta di Bruno Manfellotto, ex direttore del Tirreno e dell’Espresso (e ora editoralista del gruppo Gedi): la presenta nell’ultimo incontro del ciclo che gli Amici dei Musei e dei Monumenti livornesi, l’associazione presieduta da Annamaria Pecchioli Tomassi, hanno organizzato per “accompagnare” la maxi-mostra dedicata a Amedeo Modigliani. E dietro quella sottolineatura (“livornese”) non c’è un dato anagrafico o un aspetto localistico ma «il senso degli ultimi vent’anni del lavoro di Santini: usare i ferri del mestiere del giornalista e la sua capacità di raccontare per far riscoprire la memoria della città» , dice Manfellotto. È sull’ultimo periodo della carriera di Santini – prima ancora che sui fasti degli anni da grande inviato di “Europeo” e “Oggi” – che punta la propria proposta di intitolare a Santini una via o una piazza.

Cosa c’entra Santini con Modì? C’entra eccome: basti pensare che, appena prima di tutta la sarabanda capitata nel 1984 in occasione del centenario della nascita del grande artista labronico, era stato lui a dare alle stampe dall’editore Belforte un libro cult come “Modigliani maledetto dai livornesi”: era forse la prima volta che il caso Modì veniva preso di petto dopo anni di oblìo (anche se alla metà degli anni ’50 un altro talento da riscoprire, Silvano Filippelli, l’aveva richiamato all’attenzione).

E tre anni più tardi, dopo il tourbillon delle false teste, era stato sempre Santini a provare a ricomporre la ferita della disillusione con un altro libro, edito stavolta da Rizzoli, sull’asse fra Livorno e Parigi per disegnare nel mondo di Modigliani “l’ultima Bohème”. Ma senza lisciare nessuno per il verso del pelo, – dice Manfellotto – neanche l’artista che vendeva per dieci franchi e una bevuta disegni che adesso varrebbero un milione di volte tanto. «Il problema numero uno era ripulire la storia da tutte le leggende. E Santini cosa faceva? Ascoltava i testimoni, metteva a confronto i ricordi». Con una bussola: fra il provincialismo dei post-post-macchiaioli e un Modigliani con un caratteraccio intemperante, nessuna esitazione a dire che aveva ragione Modì. A tal riguardo, cita una intervista a Gastone Razzaguta: la descrizione di Modì è quella di un mezzo ceffo da galera.

Salta fuori anche l’idea di valorizzare tutto questo lavoro di Aldo Santini: Fabrizio Brancoli, direttore del Tirreno, accetta il suggerimento.

In platea – oltre a Giuliana Cervi, al fianco di Aldo per lunghi anni – l’ex sindaco Alessandro Cosimi che a Santini dette la Livornina e l’ex assessore Mario Tredici che ne pubblicò il libro sull’altro Modigliani, il fratello leader socialista Menè. Ma anche ex colleghi come Furio Domenici.

Chissà cosa avrebbe detto Aldo Santini se ieri uscendo dalla biblioteca avesse visto la lunga coda per andare a vedere la mostra di Modì. «Non sembra nemmeno d’essere a Livorno», dice una ragazza in fila. No, è che ci siamo abituati a una Livorno che aveva smesso di assomigliare a Livorno. Come vorremmo che tu fossi qui, Aldo: correndo diqua e di là cosa abbiamo trovato? Solo le solite vecchie paure. 

 

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