Il Tirreno

Livorno

Con le parole di Santini alla scoperta dei conti in sospeso con i due Modigliani

mauro zucchelli
Con le parole di Santini alla scoperta dei conti in sospeso con i due Modigliani

Sulle tracce del grande giornalista livornese scomparso nel 2011 per capire i fratelli Modì e Menè (e il loro rapporto con Livorno) 

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personaggi

mauro zucchelli

La penna di Aldo Santini era in realtà la sua “Olivetti lettera 22” e l’artigianato del racconto arrivava in redazione sotto forma di cartelle di una geometria cartesiana, interlinea doppia per lasciar spazio alle rare correzioni (e ancor più rari ripensamenti) con il pennarello rosso e le parentesi quadre per marcare l’inizio del capoverso.

Chissà quanto avrebbe riso a vedersi dall’altra parte della trincea: personaggio che vive in un romanzo anziché cronista che racconta la realtà. Lo troviamo in “Spiaggia a mano armata” di Umberto Lenzi, regista cult del poliziottesco all’italiana così amato da Quentin Tarantino e Tim Burton, con un ex pugile e ex questurino messo ai margini perché antifascista che fra le macerie della Livorno del’46 va a cercare al Tirreno «il reporter Aldo Santini» per andare insieme a caccia dell’assassino dell’aiuto parrucchiera di una troupe che sta girando un film nella Tombolo paradiso nero di magnaccia, “segnorine”, disertori e ladri. L’ha pubblicato un big come Rizzoli pochi mesi dopo la morte nell’agosto 2011 di Aldo Santini, che all’inizio di quell’estate aveva ricevuto la “Livornina d’Oro” dalle mani dell’allora sindaco Alessandro Cosimi.

l’inviato di punta

Non potrebbe esserci miglior consacrazione per un reporter: come se davvero esistesse in carne e ossa in una qualche redazione un giornalista “disegnato” da Georges Simenon come «Gérard Lombras veterano di cronaca nera che faceva ogni sera una capatina al Quai des Orfèvres». Aldo invece, possiamo assicurarlo, non era un personaggio di carta: aveva mosso i primi passi nel nostro giornale fino a diventarne l’inviato di punta, poi era stato chiamato a raccontare il mondo nei grandi reportage per l’Europeo, infine per Oggi, prima di tornare a riannodare i fili con il pubblico del Tirreno con una gallery di ritratti ora di personaggi da leggenda o di situazioni da amarcord.

«La figura di Aldo non può finire nel cassetto e stop», dice Giuliana Cervi che gli è stata al fianco per una vita: «È forse l’autore che ha dedicato più libri a Livorno sotto tanti aspetti». I cent’anni dell’Accademia Navale e l’arte della scherma di Nedo Nadi angariato dal padre padrone, la Madonna di Montenero e le biografie dei livornesi del Novecento in tre volumi, l’epopea delle “segnorine” a Tombolo e quella di Madama Sitrì, l’elogio del ponce alla livornese e la polemica sul cacciucco da salvare, le gesta di Nuvolari sulle strade di Livorno col Gran Premio di automobilismo che lascia Monza per il circuito di Montenero, Mascagni «fra viva e abbasso». E soprattutto i due fratelli Modgliani: così differenti e così uguali. E poi fuori dai confini: le grandi storie dell'ippica con Ribot il cavallo-campionissimo, la terra di nessuno a Tombolo nel dopoguerra, una carrellata di santi toscani in mezzo a una regione di peccatori, l'arte del narrare di Oriana Fallaci vista da vicino e gli amarcord di lui “inviato speciale”, compresa la battaglia della Meloria che costò la leadership geopolitica a Pisa, i pugni e il cuore di Primo Carnera, la cucina toscana con i suoi “delitti” e i suoi “castighi”...

l’incontro di venerdì

Se torniamo a puntare i riflettori adesso su Aldo Santini è perché venerdì alle 17,30 verrà a ricordarne la figura Bruno Manfellotto, ex direttore del Tirreno e editorialista del gruppo Gedi.

Non è un capriccio del destino se gli Amici dei Musei e dei Monumenti livornesi organizzando in tandem con il Comune di Livorno l’iniziativa hanno scelto di farla nella sala conferenze del complesso del nuovo Museo della Città che sta ospitando la mostra dedicata a Modì. Lo dicono il titolo (“Santini e Modigliani, quando si incontrano due livornesi speciali”) e il contesto (è la sesta conferenza del ciclo “Amedeo: la sua famiglia, la sua Livorno, la sua arte” nel calendario per il centenario della morte di Dedo). Lo segnala Annamaria Tomassi a nome degli organizzatori: Santini è stato «forse il primo livornese a capire il valore dell’arte di Amedeo».

Basterebbe ricordare un libro controcorrente come “Modigliani maledetto dai livornesi”: lo stampa Paolo Belforte, esce dall’editore libraio livornese nell’aprile ’84, prima che il 1° luglio aprisse la mostra sulle sculture di Modì a Villa Maria, a quel tempo il tempio livornese dell’arte contemporanea con il “museo progressivo” (Mario Schifano, Emilio Vedova, Piero Manzoni, Alberto Burri, Lucio Fontana e via elencando…), il 19 luglio la ruspa dai denti gommati iniziasse a dragare il Fosso Reale e cinque giorni più tardi fosse pescata la prima (falsa) “testa”.

alle radici di modì

Adesso rivendichiamo le radici livornesi del genio di Modì? Sacrosanto, ma Santini già quasi quarant’anni fa strigliava la Livorno che era rimasta chiusa nella palla di vetro dei post-post-macchiaioli cristallizzata dentro le eterne marine e i tramonti di sempre al posto della neve. «Sono rimasti non soltanto provinciali, e questo sarebbe poco: sono rimasti perdutamente ottocenteschi, perennemente alla retroguardia della buona pittura, eternamente fuori del loro tempo, irrimediabilmente anacronistici». Tradotto: logico che Modì si sentisse senz’aria in quell’ambiente.

L’emblema è il faccia a faccia con Gino Romiti, che confida al suo taccuino di cronista: «Dedo è stato rovinato dalla Francia, da Parigi. Era un bravo ragazzo ma era troppo debole». E poi: «Fosse rimasto con noi sarebbe divenuto un ottimo artista, ne aveva tutte le qualità e aveva la nostra scuola».

Occhio che l’interruttore dell’interesse non si accende neanche con qualcun altro: ad esempio, Primo Conti è un precocissimo talento affamato di nuovo che si muove prima sulle orme di Cezanne e poi dei futuristi fino a richiamare il clan che ruota attorno a Filippo Tommaso Marinetti nella villa di Antignano che la sua famiglia fiorentina ha acquistato dai conti Ginori che, a loro volta, l’avevano comprata «dalla marchesa Spinola amante di Vittorio Emanuele II». Lo ricorda sul Tirreno Aldo Santini tornando nel 2001 indietro con la memoria all’intervista in cui il pittore gli raccontò il proprio «debutto a 11 anni», lo «sbigottimento di Aldo Palazzeschi» quando gli andò a bussare a casa e si ritrovò davanti un artista ragazzino.

L’insulto di picasso

C’è anche un’altra sottolineatura del ritratto dell’artista da bohémien che Santini “dipinge” a suon di parole: nell’intervista a Lunia Czechowska, la «sua modella preferita», che il giornalista livornese ha scovato nel 1985 a Nizza insieme ai fratelli Guido e Giorgio Guastalla. È lei a raccontargli di quella volta che Modì prese per il bavero Picasso che, per insultarlo, gli aveva dato dell’«ebreo, con disprezzo». Se ne accorse Herbert Lottman, biografo americano, che tempo dopo scrisse a casa Santini in via Coccoluto Ferrigni per chiedere qualcosa di più.

Non è tutto. L’altro fotogramma di Santini riguarda Amedeo Modigliani undicenne e la mamma Eugenia Garsin, forse imparentata col filosofo Baruch Spinoza ebreo sefardita. Lui non sa in quale bugigattolo finirà la sua esistenza e piange lacrime amare quando vede Silvestro Lega (ora quotato almeno 50mila euro a quadro) costretto a umiliarsi accettando l’affettuosa elemosina di un gruppo di discepoli.

l’altro modigliani

Bisogna dire però che è dedicato all’altro Modigliani – Giuseppe Emanuele (Menè), fratello di Dedo – il libro di una vita, quello che Santini ha scritto, rimuginato e riscritto fino a poche ore prima di lasciarci per sempre. Lo pubblicherà postumo il Comune di Livorno nella primavera 2014, per iniziativa dell’assessore Mario Tredici. Stavolta l’ambizione è quella di tracciare la parabola di una esistenza, strapiena di storie ma anche un groviglio di vicende politiche che attraversano mezzo secolo sulla plancia di comando del socialismo made in Italy.

Un altro Modigliani troppo trascurato perfino nella “sua” Livorno nonostante fosse un protagonista di rango nazionale. La città gli rende omaggio – dice Santini – un mese e mezzo dopo la sua morte nel’47. E lo fa con una cerimonia minore: niente sindaco né prefetto, anche i dirigenti nazionali del Psi si fanno rappresentare. Bisognerà aspettare vent’anni perché Pietro Nenni arrivi a Livorno ad alzare la bandiera di Mené Modigliani e farne un simbolo. Per Dedo noi ce ne abbiamo messi cento. –

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