Gioco
Voltolino Fontani, l'erede di Modigliani che rimase fedele a Livorno
L’11 febbraio 1920 nasceva l’artista. Le figlie Adila e Maria Grazia: «Un’anima generosa che non volle andare a Parigi»
LIVORNO. Se fosse nato a Parigi, oggi probabilmente scriveremmo un’altra storia. Ma lui era livornese, la sua città gli piaceva moltissimo. E ci ha vissuto per tutta la vita, anche quando gli altri, che avevano intuito il suo immenso talento, lo incoraggiavano ad espatriare, a tentare fortuna per terre lontane. Ci provò la moglie, rilanciò il famoso gallerista Bruno Giraldi, ma niente. Di viaggiare, Voltolino Fontani, non voleva sentirne neppure parlare, voleva dormire nel suo letto, operare nella zona di conforto. E poi aveva una famiglia da mantenere: «Vai a Parigi - laggiù vendi un quadro al mese, prendi un milione, e sei a posto», gli dicevano. In effetti, l’idea poteva risultare interessante: Fontani però non ambiva al denaro, anzi spesso e volentieri tendeva a liberarsene. Nel giorno del centenario dalla sua nascita, l’11 febbraio 1920 (venne alla luce in via Sant’Andrea), lo ricordano le figlie. «Era molto generoso - racconta la figlia Adila - se vedeva che qualcuno necessitava un aiuto, non si tirava indietro. Gli dava dei soldi, o gli regalava un suo quadro. A lui bastava il necessario per vivere tranquillo, e non far mancare nulla a quelli a cui voleva bene».
Per avere una sicurezza economica lavorò tanti anni in vetreria, fino a quando, nel 1966, decise di licenziarsi per dedicarsi all’insegnamento. Pratica che aveva già cominciato una ventina di anni prima, fondando a spese personali, e senza nessunissimo supporto, la scuola “Amedeo Modigliani”. «Mio padre - ricorda l’altra figlia Maria Grazia - amava molto Modigliani, e nel corso della vita ebbe pure modo di trarne ispirazione in alcuni dipinti. Essendo nato pochi giorni dopo la sua morte, aveva quasi la sensazione che Dedo gli avesse lasciato il testimone: si tratta di due livornesi, che furono grandi innovatori, ognuno a suo modo». Voltolino (questo nome curioso è dovuto al fatto che avesse avuto un padre cacciatore, innamorato dei piccoli volatili palustri), nacque infatti il 9 febbraio del 1920, ma venne registrato soltanto il giorno 11.
La sua anima artistica si manifestò presto, e fin dall’adolescenza fu tormentato da un ’ incertezza: prendere la via della musica o quella della pittura ? Furono i parenti a spingerlo verso la seconda strada, e lui andò a studiare col maestro Beppe Guzzi, cominciando a dipingere quadri su quadri. «Dipingeva in continuazione, all’inizio in casa, dove capitava, per la disperazione di mia madre. Poi prese un piccolo studio. Lavorava su due fronti: i quadri su commissione, paesaggi, ritratti, che realizzava per guadagnare qualcosa, e altri, quelli più intimi, che sentiva dentro, il suo lato più vero». Era molto veloce nel farli e difficilmente ci rimetteva le mani. «Io mi ricordo che prendeva il pennellino nero faceva la sagoma, sbozzava il grosso e poi col colore riempiva - dice Maria Grazia - Per un paesaggio poteva impiegare tre quarti d’ora. Ne faceva tanti perché aveva ansia di mantenere la famiglia, era molto responsabile». Un’urgenza che arrivava dalla sua vicenda personale: ebbe infatti un’ infanzia complicata, un padre cacciatore, sensale e giocatore d’azzardo. E per lui era come vivere su un ottovolante, un giorno alle stelle, quello dopo nelle stalle.
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