Il Tirreno

Livorno

il ricordo

Si è spento a 90 anni Carlo Pucciarelli: così ha rinnovato il giornalismo locale

Mauro Zucchelli
Carlo Pucciarelli durante una prova di stampa
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Carlo Pucciarelli durante una prova di stampa

Con Mario Lenzi ha modernizzato la stampa dei territori. Oggi alle ore 17 l’ultimo saluto nella sede del Tirreno

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LIVORNO. «Se fatto con onestà il giornalismo è il più bel mestiere al mondo, e i figli non han vergogna se i padri lavorano di notte». Quello del nipote Matteo, alias @il_pucciarelli, è un tweet di oltre due anni fa ma è il modo migliore per salutare in maniera così livornese e così affettuosa il nonno che se n’è andato per l’ultima volta a chiudere le pagine del giornale in una tipografia dalla quale è difficile tornare. Carlo Pucciarelli forse avrebbe rimbrottato il cronista per un attacco del genere («la gente non spende mica i soldi all’edicola per leggere pezzi che comincino già con una ipotetica, figuriamoci cosa sarà il resto»): era un maestro di giornalismo, senza prosopopea né arroganza e con l’idea di un giornale che non facesse fronzoli.

Quasi 90 anni

Se n’è andato alle soglie dei 90 anni, li avrebbe compiuti in aprile: compleanno nello stesso giorno di Helenio Herrera, altro “mago” nel gestire le personalità altrui per portare a casa un risultato di squadra.
L'estate scorsa Pucciarelli era stato al centro di un episodio di cronaca: prima lui e la moglie Mara, investiti da un carrello all'interno del punto vendita di Obi, avevano riportati serie ferite ed era stato necessario il ricovero, poi in ospedale entrambi erano stati derubati forse durante il trasferimento in reparto.

Carlo Pucciarelli apparteneva a quella leva di grandi giornalisti livornesi che tanto ha dato alla stampa del nostro Paese: ne aveva trovato le tracce nella colonia labronica ritrovata prima trasferendosi nella redazione centrale di Paese Sera, poi all’interno del gruppo Espresso-Repubblica.

Nei giornali del Pci

Nel ’49 Livorno è ancora una montagna di macerie, il porto deve fare i conti con le devastazioni causate prima dai bombardamenti alleati e poi dagli affondamenti di navi con cui i nazisti in ritirata volevano renderlo inservibile per la logistica delle truppe americane: è in questo scenario che Pucciarelli muove i primi passi da giornalista, lo fa all’Indicatore, organo della federazione del Pci. E quando lo racconta in una lunga rievocazione pubblicata sul blog del nipote giornalista nell’edizione on-line di Micromega, parla sì dell’esperienza personale ma senza indulgere all’ “io” senza un “noi”. Del resto, si sentiva comunista: era una scelta che aveva fatto da ragazzo dopo che il padre lo aveva messo a parte del suo segreto di militante clandestino negli anni del fascismo.
L’allergia alla retorica gliela deve aver trasmessa un episodio di famiglia: proprio mentre tutti gioiscono per la liberazione dai nazifascisti, una colica di reni mette ko il babbo e il medico americano può solo fargli una iniezione di morfina.

Al fianco di Mario Lenzi

Dopo la guerra la sua strada si incrocia con quella di Mario Lenzi: è il figlio di un collega di suo padre, è stato un giovanissimo partigiano nella colonna della Brigata Garibaldi che entra a liberare la città e lo ritrova redattore capo alla Gazzetta. Sarà – come dirà Carlo – «mio maestro nella lunga carriera giornalistica, compagno di ferro fino alla morte». Non è un modo di dire: quando Lenzi è alla testa del team del gruppo Caracciolo per reinventare il modo di fare i giornali locali, e Il Tirreno è il primo di una serie di iniziative in campo editoriale, Pucciarelli viene chiamato al fianco di Lenzi.
Chiude la Gazzetta: i conti non tornano anche se fa 60mila copie, forse c’entra semmai il carattere un po’ garibaldino del giornale e non stupirà dunque se alle prime difficoltà i dirigenti comunisti preferiscono tenere in piedi il Nuovo Corriere di Firenze: Lenzi chiama Pucciarelli a Firenze. Poi anche il giornale di Bilenchi diventa troppo poco allineato, dunque lo stop. Ma sul fronte di sinistra arriva Il Paese: non solo distribuzione extra, apre una redazione e Pucciarelli ne diventa il responsabile. E’ una Livorno in cui si leggono cinque cronache locali: il Tirreno, la Nazione e il Mattino di Firenze, l'Unità e Paese Sera.

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La scuola di Paese sera

E’ proprio quest’ultima testata che chiama a Roma Pucciarelli all’inizio degli anni ’60. Carlo sale i gradini della carriera: non è però sui galloni che mette l’accento, e neanche si adagia sulla retorica celebrativa di una scuola di giornalismo moderno che è stata quel giornale. Anzi, casomai alza il velo sugli scontri interni e sugli errori. Con un mix di problemi: 1) i rapporti del direttore con la sua “squadra”; 2) la scelta della nomenklatura Pci di puntare sull’Unità sacrificando Paese Sera (e in realtà non facendo altro che regalare lettori agli altri giornali); 3) le difficoltà tecnico-operative nella rivoluzione del passaggio dalla tipografia tradizionale alla nuova era informatica con la composizione a freddo. Risultato: Lenzi lo chiama alla nuova avventura col gruppo Espresso, Pucciarelli fa la valigia e torna a Livorno per fare il caporedattore del Tirreno.

I modernizzatori

E’ l’inizio di quell’impegno – in tandem con Lenzi - per la modernizzazione del modo d’esser del giornalismo locale, con cui per altri versi aveva iniziato a fare i conti tanti anni prima ma dalla trincea di un giornale dichiaratamente di partito. Stavolta c’è da guidare una squadra più che da cercare la singola notizia. Prima a Livorno, poi nelle varie realtà del gruppo: fino a fondare il nuovo quotidiano abruzzese.
Noi al Tirreno lo abbiamo conosciuto bene: non è affatto un caso se l’iniziale del suo cognome figurasse fra le tre “P” che per lunghi anni hanno contraddistinto il sistema informatico editoriale che ha mandato in edicola Il Tirreno così come gli altri quotidiani del gruppo.

Al Tirreno oggi, sabato 8 febbraio, alle 17

Passando di giornale in giornale alla guida di varie testate della galassia Espresso-Repubblica, aveva messo radici in tanti quotidiani sotto differenti latitudini (basta guardare sui social le tante provenienze professionali di chi lo ricorda con affetto). Ai familiari tutti l’abbraccio del Tirreno, e soprattutto a Matteo che con un tweet ha dato appuntamento qui da noi «con un ricordo aperto a tutti»: oggi alle 17 in viale Alfieri 9, nel salone del Tirreno – del nostro, del suo giornale – i parenti, gli amici e quanti gli hanno voluto bene e ne hanno apprezzato le doti umane e professionali gli daranno l’ultimo abbraccio nel giorno dell’addio. Dice il nipote giornalista che «ogni giornale era un po’ casa sua»: ma se alla fine di una lunga stagione di vita Carlo era tornato nella “sua” Livorno, nella “sua” Antignano, lasciateci dire che dentro questa casa Il Tirreno era la stanza forse ancora più sua.

 

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di Redazione web