Gioco
Com'eravamo secondo Carlo Pucciarelli: "La mia storia dentro la storia"
Ecco il racconto che Carlo Pucciarelli, grande innovatore del giornalismo locale nel nostro Paese, scomparso alle soglie dei 90 anni, ha fatto della propria avventura umana e professionale affidandola al blog del nipote Matteo, anch'egli giornalista
LIVORNO. Riprendiamo dall'edizione on-line di Micromega il racconto che Carlo Pucciarelli ha fatto della propria storia professionale, umana, politica all'interno della storia dei giornali e della vita del nostro Paese: l'ha affidato al blog del nipote Matteo che l'ha proposto ai lettori nel 2013.
CON LA PELLE DEI SIGNORI CI FAREM TANTI TAMBURI
Da appassionato di storia resto convinto che si è ciò che si è stati prima di noi, e che si percorre una direzione grazie ai sacrifici e alle idee di chi ci ha preceduti. Dipende da noi, certo, chi vogliamo essere e perché. Ma siamo comunque frutto di qualcosa, e di qualcuno. Dei suoi ideali e delle sue passioni. Questa che andrete leggendo è una storia a cui sono molto affezionato. È il racconto di un’Italia lontana, ma che ha qualcosa da insegnare ancora oggi. Ringrazio mio nonno, Carlo Pucciarelli, per avermela affidata. Ne vado fiero (m.p.).
"Primi anni del ‘900. Mio padre Angiolo resta orfano: aveva sei anni, un fratello di sette, l’altro neonato. Il più piccolo fu dato alla balia ed è praticamente cresciuto con la sorella di latte, gli altri affidati agli zii tutori. Erano tempi di miseria, babbo e mamma mi hanno raccontato poco della loro vita infantile, so solo che mio padre, «per gioco» a sette anni andava alla fornace per ammucchiare i mattoni.
Nel 1915, con la Prima grande guerra in corso, mio padre diciassettenne fu spedito in prima linea dopo solo una quindicina di giorni di esercitazione, il fratello maggiore era già da mesi a combattere. Entrambi feriti: babbo lievemente alla testa (ha portato fino alla morte una scheggia di granata dietro l’orecchio destro: io mi divertivo da bimbo a sentirgliela sotto la pelle), mio zio gravemente, tanto che, esonerato dal servizio militare, è morto pochi anni dopo e al suo funerale irruppero squadracce di fascisti che manganellarono tutti i partecipanti: la colpa di mio zio era di essere socialista. Mio padre, invece, nel 1921, aderì alla frazione comunista. L’altro fratello minore si iscrisse invece al fascio, e tanto fece successivamente per avere «l’alto onore», il riconoscimento di fascista antemarcia.
Passano gli anni, si arriva al 1940: devo fare la prima comunione. Ci arrivai impaurito per le “minacce” di don Giulio che ci parlava di angeli custodi e di atti impuri da confessare per non andare all’inferno. Ora, di atti impuri da bimbetti se ne commettevano abbastanza (certo non come ai nostri giorni) ma fra giochi del dottore, perché «io c’ho il pipi e tu la topa», qualche toccatina più o meno innocente, il nostro angelo custode doveva aver riempito di note il suo taccuino. Al momento dell’ostia non accadde nulla, né fulmini né roghi: e così mi resi conto che anche i preti dicevano le bugie, e la mia fiducia credulona crollò.
Mussolini dichiara guerra, accodandosi alla Germania: manifestazione, evviva, vinceremo, guerra lampo... Io mi sentivo orgoglioso nella mia divisa di figlio della lupa: tornai a casa e trovai i miei genitori come imbronciati, poche parole, tristi. Non me ne rendevo conto: babbo mi disse che la guerra non era una cosa buona. Pochi giorni dopo arrivò il primo bombardamento su Livorno: un solo aereo partito dalla Corsica, qualche bomba, colpito un obiettivo “strategico”, cioè l’albergo Palazzo sul lungomare. Fu una fuga: colonne di livornesi con carri, carretti, qualche camion abbandonarono la città verso la “sicura” Montenero, o Quercianella e il Gabbro. Erano i primi sfollati.
Arrivarono le tessere annonarie per gestire il razionamento: 150 grammi di pane al giorno, cosa che per molti è una dose enorme ma che a quei tempi bastava solo per fare merenda. Cominciai a riflettere su fatti, episodi e avvenimenti degli ultimi anni.
E così ripensai alla raccolta del ferro per la patria, la fede di mamma donata per la raccolta dell’oro, la guerra d’Abissinia, il motto della conquista dell’impero prima e dell’Albania dopo con le sfilate in divisa per inneggiare a Vittorio Emanuele III re d’Italia e d’Albania, Imperatore d’Etiopia.
A scuola eravamo bombardati dagli slogan sul Duce condottiero, su Roma Imperiale, sulle nemiche plutocrazie occidentali che volevano punire la Grande Nazione Italiana. Tornavo da scuola orgoglioso del Duce e mio padre scuoteva le testa in silenzio. Sentii mamma canticchiare, più di una volta, un ritornello del quale ricordo poche parole: «Con la pelle dei signori ci farem tanti tamburi...». Quando andavamo in visita dai parenti di mamma, contadini, una famiglia di 20 persone (il vecchio capoccia al quale figli e moglie si rivolgevano dandogli del “voi”) li sentivo sempre bestemmiare e maledire il «capoccione» perché mandava i figli della terra a combattere in terre lontane invece di farli lavorare nei loro campi: infatti un figlio, Angiolino, era stato mandato in Africa, poi "volontario" in Spagna, tornato a casa fu rispedito in Albania, poi con l’Armir in Russia dove fu fatto prigioniero e rimpatriato, per fortuna, subito la fine delle ostilità: era partito per l’Africa con un figlio appena nato, tornò e lo trovò ragazzetto.
Un episodio mi colpì duramente: mio zio, l’ultimo fratello di babbo, era fattore in un paese a 20 chilometri da Livorno. Ci avvisarono che l’avevano portato, ferito, all’ospedale: era stato preso a forcate da un contadino durante la trebbiatura. Non capivo il motivo, poi scoprii che era stato aggredito perché litigava con un contadino che aveva accusato di aver nascosto del grano. Mi dicevo: perché zio non lo aveva lasciato perdere, in fin dei conti quel grano era del contadino che l’aveva seminato... Mio padre e lo zio, per questo episodio li sentii poi litigare: babbo lo rimproverava, ma sentii lo zio dire «guarda chi sono e non ricordar chi ero». Frase sibillina per me bimbo, ma chiara in seguito.
Con la dichiarazione di guerra era un susseguirsi di richiami alle armi, i goliardi marciavano spavaldi in piazza Cavour cantando inni di guerra, inneggiando all’invincibile Duce, sui muri delle case comparvero gli slogan fascisti: credere obbedire combattere, vincere, vinceremo, se avanzo seguitemi se indietreggio uccidetemi, la parola "Dux" dominava su tutto.
Un sabato pomeriggio, all’adunata settimanale, ero schierato con i compagni di scuola, di fronte a noi c’erano i grandi in camicia nera: mio padre arrivò in ritardo e con la camicia da lavoro; il ducetto di Antignano, inveendo, lo strattonò minacciando di prenderlo a schiaffi, lo fece allontanare. Io rimasi senza fiato a vedere mio padre trattato in quella maniera, quando tornai a casa piangevo. Babbo mi abbracciò e disse: non te la prendere, «è un fascista carogna», era la prima volta che usava simili termini. Ma qualcosa si era rotto in me, incominciai a odiare le marce, le manifestazioni, la montura. Presi a litigare con Marcello, l’amico del cuore, fascistello, figlio di un fascista accanito. Mi ricordo che sosteneva che Mussolini non era un uomo come tutti gli altri: addirittura che lui (con la "l" maiuscola) non andava al bagno, in pratica non cacava come tutti noi. Per vendicarmi gli dissi: «Guarda che fa degli stronzoli enormi con quel culo che ha». Facemmo la pace dopo di muso nero.
Eravamo nel 1942, era estate, per andare al mare passai lungo la ferrovia fino alla galleria del Boccale: lì c’era mio padre, ferroviere, che lavorava con altri cinque o sei operai. Mi disse: «Vieni con me che ti faccio vedere una cosa». Seguito dai sui colleghi entrò in galleria e si fermò in una garitta (lo spazio dove trovar rifugio quando passavano i treni), tolse un mattone dal muro, infilò la mano nel buco e tirò fuori un sacchetto. Lo aprì mostrandomi un distico rosso con la scritta PCI, una tessera con la stessa sigla e alcuni manifestini sui quali compariva la parola Unità. «Ecco — mi disse — questi sono i simboli dei comunisti, in un paese lontano c’è un uomo che si chiama Stalin, che guida una grande nazione nella lotta per liberare dalla schiavitù tutti gli uomini della Terra, per difendere chi vive del proprio lavoro, contro i ricchi padroni». Fu così che diventai comunista".
4 giugno 2013
LE VOGLIE DEI PADRONI E IL SIBILO DELLE BOMBE
La seconda parte della storia racconta cos’è la paura. Quella vera però. Negli ultimi anni la paura è diventata un potente motore di consenso elettorale. Una paura molto spesso ingiustificata e ignorante, utilizzata furbescamente per accattivarsi simpatie di pancia. Utilizzata molto spesso, oltretutto, dai figli e dai nipoti (se non di sangue, di cultura politica) di quelli che incutevano la paura vera, settanta anni fa. Ecco perché è utile conoscere la storia. Lascio raccontare Carlo Pucciarelli (m.p.)
“Babbo non mi disse che era una cosa segreta, lo capii da me, ma era un segreto che mi inorgogliva e sull’atlante andai a vedere la cartina dell’Urss, dove era Mosca, cosa che a scuola quasi avevamo ignorato. In seguito mio padre mi spiegò quello che volevano i comunisti, in particolare la giustizia sociale. Da una parte ci sono i ricchi, e mi citò i nomi di alcuni antignanesi con ville, auto e servi, dall’altra i poveri ai quali manca quasi tutto, e che ciò era una ingiustizia sociale, che i comunisti volevano togliere il superfluo ai ricchi per dare più soldi ai poveri. Una cosa che mi sembrava più che giusta; mi parlò del suo duro lavoro in ferrovia (era cantoniere, cioè curava che i binari fossero sempre in ordine, sia la massicciata, che le verghe e le traverse) e tutti i giorni, sole, vento, acque e freddo, la sua squadra doveva controllare 10 chilometri di tratta. Mi parlò delle fatiche dei contadini, al lavoro dall’alba al tramonto, oberati dagli obblighi verso il “padrone” (e qui richiamò la mia attenzione sulla violenza della parola: l’uomo deve essere libero, un cane ha il padrone) che pretendevano, oltre al raccolto, anche certe servitù come una parte dei polli o conigli che allevavano per il loro sostentamento, la frutta o la verdura, le uova ed altro. Per non parlare poi delle ragazze che andavano a lavorare in villa, sempre prese di mira dalle voglie dei padroni...
Passarono i mesi, il razionamento si fece più duro, inventarono i surrogati. Via il caffè sostituito dalla cicoria, addirittura qualcuno tostò le ghiande e ne utilizzò il macinato; via le banane (sostituite dalle carrube, cibo da cavalli), per fare lo stufate di fave si utilizzò anche il baccello, divenne di moda il cavolfiore il cui odore si sentiva fin dalle scale delle case (a Livorno fu coniato il detto: «Palle, sempre palle, le pupe scemano»). Siamo al ‘43: oltre alla fame sempre più pungente, arrivarono i bombardamenti, terribili, devastanti che lasciavano a una scia di morti e di feriti. A Livorno la mattina del 18 maggio cominciarono a suonare le sirene dell’allarme, pochi minuti e i “liberatori” cominciarono a sganciare le bombe, una pioggia micidiale che colpì la città nel centro e nei quartieri popolari: le bombe non sono mai state «intelligenti» (anche ai giorni nostri le tanto decantate bombe teleguidate, colpiscono a casaccio, vedi Iraq e Afganistan) tanto che il duomo fu uno dei primi edifici ad essere distrutti; il fatto è che i bombardamenti sono stati sempre effettuati sia per distruggere gli obiettive strategici, sia per colpire le popolazioni e quindi per demolirne il morale.
Il 18 giugno ci fu la replica, un inferno. Mia sorella era in centro, alle poste, colpite dalle bombe, se la cavò per fortuna con tanto spavento, io ero alla scuola media in piazza della Sinagoga, scappai col cuore che mi scoppiava e in 40 minuti arrivai a casa ad Antignano. Da quel momento i bombardamenti si susseguirono a intervalli più fitti; la mattina, alcuni ricognitori, a volo radente sul mare, controllavano gli effetti delle bombe sganciate nella notte: noi li chiamavamo i “lattaioli” perché passavano sempre verso le 8 del mattino. Io e mia sorella andammo sfollati dallo zio fattore, e perlomeno non patimmo la fame, ma nei periodi che tornavamo a casa avevo il compito di macinare il grano spigolato nei campi dopo la trebbiatura; usavo il macinino del caffè (oggi sconosciuto ai giovani): avevo un panchetto dove babbo aveva inchiodato due listerelle di legno che tenevano fermo il macinino, e io giravo, giravo, giravo ottenendo ogni volta pochi grammi di farina. Mi ci volevano un paio d’ore per accumulare sei o setti etti di farina con la quale mamma cuoceva nel forno della stufa o il pane o un dolce.
Fame e paura diventarono un binomio inseparabile. La fame fu una dieta obbligatoria per quasi tutti gli italiani, si salvavano i ricchi che facevano gli acquisti a borsa nera, proibita ma anche tollerata dai gerarchi fascisti che ne traevano profitto. La paura è una cosa indescrivibile: ho visto tanti film sulla guerra, ti mostrano scoppi, distruzione, morti, ma li senti come una cosa non vera, artefatta. A me, per rabbrividire ancora oggi, basta richiamare alla mente il sibilo delle bombe «a catena» (5 ordigni uniti da una catena usati per assicurare una maggiore devastazione dell’obiettivo da colpire: o dovunque cascassero). Li avevo uditi mentre fuggivo dal centro di Livorno, li udii una notte ad Antignano: babbo cercò di calmarmi, mi disse: «Stai tranquillo, non aver paura, quando li sentì fischiare non ti uccidono». Vero nei fatti, ma la paura restava.
Ecco il 25 luglio, Mussolini arrestato, la fine del fascismo. Esultanza nelle strade e nelle piazze, fuggi fuggi di gerarchi e gerarchetti, vendette grandi e piccole. Ricordo un episodio: la madre di un giovane che nel ‘22 era stato purgato con l’olio di ricino da un fascista antignanese, aveva conservato in una bottiglia una parte della cacca provocata dalla purga. Teneva la bottiglia sulla mensola del camino. La prese e affrontò il fascista, diventato medico, e gli rovesciò il contenuto sulla testa. Quel fascista non l’abbiamo più visto.
Tutti pensavano che con la caduta di Mussolini la guerra finisse, arrivò la firma dell’armistizio, i soldati che scapparono, le armi abbandonate, l’agghiacciante occupazione tedesca. Se prima si stava male, ora era peggio, perché le truppe tedesche, in particolar modo le famigerate SS, fecero vedere subito il loro volto cattivo. E tornarono i fascisti, rabbiosi come non mai. Fu la caccia all’uomo. Racconto subito un episodio agghiacciante: nel paese dove ero sfollato, a Castell’Anselmo, era tornato a casa il figlio di un contadino che aveva abbandonato il reggimento. Per timore che fosse catturato dalle SS i genitori lo avevano murato in una piccola stanza e gli passavo il vitto da un pertugio. Lì trascorse dieci mesi, fino al giorno dell’arrivo delle truppe americane. Quando scoppiò la guerra di Corea fu sconvolto dalla paura: si tolse la vita gettandosi in un pozzo.
Furono mesi terribili, a Livorno i bombardamenti si susseguivano giorno e notte. Una volta era il turno degli americani, l’altra erano gli inglesi: Livorno diventò una città devastata, gli edifici sventrati, le chiese colpite, le fabbriche rase a zero, il porto reso impraticabile, pieno di relitti.
I tedeschi delimitarono la zona nera, sulla fascia costiera, dove i pochi civili che erano rimasti non potevano entrare. Era un susseguirsi di rastrellamenti: gli uomini validi presi e portati a lavorare per costruire le linee di difesa lungo l’Arno, per ripristinare ponti e strade.
Io e mia sorella eravamo sfollati dallo zio a Castell’Anselmo: potevamo ritenerci fortunati, cercavo di essere utile, avevo imparato a governare il cavallo che mio zio usava per recarsi nei poderi o nella vicina Collesalvetti, sapevo guidare il calesse, avevo tanti amici.
Ma tutto cambiò il giorno che il comando di zona delle SS fu trasferito proprio in una sezione della fattoria: a noi rimase la cucina e poche camere, la sala e tutto il resto a loro. Il fronte si avvicinava, la notte vedevamo i bagliori delle cannonate verso Rosignano Marittimo (il castello diventò un baluardo tenuto a lungo dai tedeschi), le truppe tornavano al comando sfatte, stravolte.
Anche babbo e mamma erano sfollati da noi: la ferrovia era interrotta e mio padre aveva potuto lasciare il lavoro: il tenente tedesco voleva fare amicizia con mia madre, le fece vedere le foto della moglie e dei figli, «tu mamma!» le diceva. Sembrava una persona trattabile anche se sosteneva, incredibile, che cattivi erano gli italiani perché «sparavano agli uccellini». Non solo: mio zio aveva una cagnetta vecchia e malata: il tenente un giorno la vide sul marciapiede davanti all’ingresso, «malata, non buono» estrasse la pistola dalla fondina e la uccise.
Ma il peggio doveva ancora venire”.
6 giugno 2013
CHI SUDAVA IL PANE E CHI GODEVA DEL VIZIO
La fine della guerra è a un passo. Le bombe non cadono più, ma restano le macerie. E le ingiustizie, comprese quelle commesse dai “liberatori”. Ecco la terza parte della storia (m.p).
"Castell’Anselmo domina la via Emilia: colonne di auto, carri armati e cannoni marciavano lentamente verso Pisa: spesso caccia americani sorvolavano i convogli, mitragliandoli. I tedeschi avevano piazzato una batteria contraerea su un poggio dove si trovava la casa colonica dei Ciuti (amici di mio padre: il capoccia, caporale durante la Grande Guerra, aveva accolto babbo al suo arrivo al fronte e aveva cercato di proteggerlo): una mattina i cannoncini aprirono il fuoco contro un caccia che passava a volo radente. Colpito, il pilota riuscì a prendere quota, quindi i due a bordo si lanciarono col paracadute. Tutto si svolse sotto i miei occhi: dalla postazione tedesca partirono sventagliate di mitraglia contro i due aviatori, li colpirono come al tiro a segno. Dal cielo scesero due morti: uno era un nero. Fu una scena che mi ha ossessionato per tanto tempo, mi svegliavo di notte sudando freddo. E tuttora, qualche volta la sogno ancora.
Si combatteva ormai sulla Malavolta, al Gabbro, a pochi chilometri da Castell’Anselmo. Un giorno portarono al comando delle SS il pilota di una autoblinda: aveva la testa scoperchiata ma non aveva perso conoscenza: il tenente ci parlò, poi prese la sigaretta accesa e gliela mise fra le labbra, due tirate e morì. Eravamo ormai a luglio del ‘44, per la precisione il 16. Alle Capanne, una località sulla via per Livorno, proprio alla biforcazione per Castell’Anselmo, scoppiò una lite fra tedeschi e polacchi, che si erano arruolati dopo l’invasione della Polonia, e che non erano certo inferiori, in ferocia, delle SS: ci scappò il morto. Per discolparsi i soldati dissero che erano stati attaccati dai partigiani. Il tenente ordinò immediatamente una rappresaglia, rastrellando tutti gli uomini: davanti a me presero anche mio padre, e tutti furono portati a Collesalvetti. Io, avevo 14 anni, sotto la minaccia delle pistole impugnate da due tedeschi, dovetti portarli a perquisire tutti i locali della fattoria, dal frantoio, ai magazzini fino alla soffitta. Poi cominciarono a cadere le cannonate americane.
Una spiegazione: fra gli abitanti del paese, c’era un giovane, figlio di un medico, che soggiornava nella casa di famiglia perché ammalato, sembra di Tbc, e lì poteva respirare aria. Questo giovane, sembra di idee socialiste (così si sussurrava in paese) era amico del parroco, anche lui avversario del fascismo e per questo benvoluto da tutti, il quale era in contatto con gli americani: le segnalazioni partivano, sembra, dal campanile. Fatto è che le prime due cannonate sul paese colpirono proprio la fattoria, dove era il comando delle SS. Squarciarono la grande cucina, erano circa le 14, dove fino a pochi minuti prima eravamo tutti a pranzo (io, babbo, mamma, mia sorella, mio zio e la fattoressa) e la sala adiacente, dove si trovavano militari, i quali per fuggire saltarono dal secondo piano, fratturandosi le gambe entrambi. Io ero nel lungo corridoio, mi salvò una porta che, divelta, mi fece da scudo mentre cadevano le mezzane del soffitto. La fattoressa cadde nella voragine che si era aperta nel pavimento del corridoio, e finì nel sottostante magazzino, per fortuna su un mucchio di balle di fieno.
Una nota curiosa: nella soffitta sul corridoio, erano conservate centinaia di bottiglie di vino pregiato, di uso esclusivo del “padrone” e io feci un mezzo bagno di un buon rosso invecchiato oltre vent’anni: quando saltai dalla finestra, frastornato dallo scoppio e mezzo asfissiato dalla polvere, stordito dall’onore della cordite, la gente che era accorsa, sgomenta gridava «ecco Carlo, è ferito...». Invece non mi ero fatto nulla, o quasi: due taglienti in volta per schegge di vetro e la spalla piena di lividi perché la porta divelta mi aveva salvato ma le botte le avevo sentite. Tutti gli abitanti del paese trovarono rifugio nella grande cantina della fattoria.
Il 17 mattina in paese furono scorti degli strani soldati, piccoli, con una divisa che non avevamo mai visto, avanzare furtivi. Alla fine del paese, scrutarono la campagna, al limitare del bosco videro degli uomini armati, forse li scambiarono per soldati tedeschi (erano invece contadini armati di doppiette che proteggevano tutto il bestiame nascosto), comunque tornarono indietro e poco dopo ripresero a cadere le cannonate. Il giorno dopo arrivarono le truppe americane, i liberatori, e non trovarono nemmeno l’ombra di un tedesco: gli ultimi erano fuggiti nella notte. Tutti gli abitanti li festeggiarono, e assaggiammo di nuovo la cioccolata, mangiammo la crema di noccioline e ci mettemmo in bocca per la prima volta la “gomma da masticare”.
Pur nella felicità eravamo in apprensione per babbo, che tornò in fattoria nelle prime ore del pomeriggio: lui e gli altri uomini rastrellati erano riusciti a fuggire sotto le cannonate che avevano colpito i locali (credo la scuola) dove li avevano chiusi i tedeschi.
Babbo stava male, aveva una colica di reni, fu curato da un medico americano che fece, per prima cosa, una iniezione di morfina. Livorno fu liberata il giorno dopo, 19 luglio 1944.
Pur ancora malandato, babbo prese la bicicletta per andare ad Antignano a vedere se la casa dove abitavamo era rimasta indenne: trovò tutto tranquillo, riabbracciò i vicini di cosa, incolumi ma tutti pelle e ossa per la fame patita. Ci raccontò che il centro Livorno era irraggiungibile: solo macerie, palazzi sventrati e strade minate dai tedeschi in fuga; quello che non avevano distrutto le bombe era sotto demolito con le mine. Gli americani si accamparono nella Piana da Collesalvetti a Stagno: decine di batterie sparavano verso Pisa e i paesi lungo i monti oltre l’Arno: il fronte si fermò per giorni e giorni. Fu liberata prima Firenze e poi Pisa, il 2 settembre. Era un dilagare di truppe della Buffalo, la pineta di Tombolo offrì riparo ai soldati e all’arsenale: poi arrivarono le “signorine” al seguito delle truppe e nacque la leggenda di Tombolo paradiso nero.
Sul lungomare di Antignano si accamparono le truppe congolesi, i Baluba, che nella notte facevano rullare i loro tamburi, danzando attorno ai fuochi accesi. Sembrava folclore, ma erano soldati temuti, quelli quasi sempre in prima linea. Il ritorno a casa ci pose davanti a una triste realtà: mancava tutto, il razionamento continuava, la borsa nera imperava, i servizi era inesistenti; Livorno era raggiungibile solo a piedi, in bicicletta, o trovando un passaggio su qualche camion militare. Ma poi trovavi solo il deserto di macerie (vedi foto a lato): piazza Grande, il Duomo, l’antica sinagoga (una delle più antiche e importanti d’Europa), il mercato centrale, il palazzo Granducale, la sede del comune, tutto era crollato, distrutto danneggiato. Il porto era una desolazione, le banchine quasi non esistevano più (le navi americane utilizzavano i relitti per attraccare e scaricare armi e vettovaglie). Furono mesi e mesi terribili, non c’erano più i bombardamenti, ma le condizioni di vita non miglioravano. Le fabbriche erano distrutte, il cantiere navale devastato dalle bombe degli alleati e dalle mine dei tedeschi mostrava solo qualche troncone di gru. Passarono mesi prima che la rimozione delle macerie permettesse di transitare nelle via del centro, sormontate dagli scheletri dei palazzi.
La vita tardava a riprendere. La disoccupazione era totale, all’Eca, l’ente comunale di assistenza, file interminabili di disperati attendevano la distribuzione di un piatto di minestra, i “bombolotti” di pasta e fagioli. Ma dai quegli anni voglio anche ricordare il campo di prigionia, la galera, dove erano chiusi in genere i disertori americani, e altri condannati. Era a sulla via del Litorale, dopo Miramare, dove ora c’è uno stabilimento balneare. I detenuti vivevano in tende singole; il campo era organizzato come una base militare per reclute. Erano disegnati tutti i percorsi di guerra: le pareti da scalare, i fossi da superare (ma non c’era l’acqua, bensì il filo spinato), i tunnel e tutte le altre amenità per le esercitazioni. I detenuti, equipaggiati con l’armamento di guerra (ovviamente senza a proiettili) dovevano ripetere il percorso mattina e sera, sole, acqua e vento. C’era anche un padiglione con la forca: che mi ricordi ci furono impiccati solo quattro soldati, forse tedeschi; ne fu testimone un unico giornalista italiano, Ulisse, corrispondente dell’Unità. Il campo era il centro della borsa nera: gli americani di guardia vendevano di tutto, ma spesso i capi, avvisati dagli stessi commilitoni, catturavano l’acquirente, sequestravano i generi acquistati che poi rivenivano venduti. E il ciclo si perpetuava.
In una cava abbandonata, dietro la torre di Calafuria, gli americani avevano allestito una grande discarica dove gettavano un po’ di tutto. Radio rotte, legname, scatole di cibo ritenute avariate, divise rotte, ma anche moto danneggiate ma riparabilissime queste, ad altro materiale simile, erano destinate ad acquirenti di fiducia, e qualcuno a Livorno ci fece i cosiddetti milioni. Gli sfollati che lentamente rientravano in città non trovavano più le loro case, i «senzatetto» trovarono rifugio negli accampamenti di baracche: piazza Maria Lavagna, via della Bastia, la Fortezza nuova, i Bottini dell’olio si trasformarono in tristi gironi infernali. Ci sono voluti anni e anni per dare una casa a tutti: a metà anni Cinquanta le baracche erano ancora una triste realtà.
In tanta devastazione si era salvato lo stabilimento tipografico del Telegrafo, il giornale fondato dal garibaldino Athos Gastone Banti e poi organo ufficiale di Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri fascista, fucilato per aver «tradito» il suocero, Benito Mussolini. Riprese le pubblicazioni sotto il nome de Il Tirreno, controllato dal CLN; poi fu fondata La Gazzetta, giornale portavoce della sinistra; quindi nel ‘48 uscì il primo numero del settimanale comunista L’Indicatore dove ho iniziato la mia professione di giornalista. Ero rimasto da mio zio fino alla riapertura delle scuole (all’inizio le classi si riunivano nei locali di una villa sequestrata), e per molti anni, dopo la scuola e un po’ di mare, andavo in fattoria e dai miei parenti contadini alle Badie di Collesalvetti. Di questi soggiorni ho ricordi belli e brutti, ma in particolare sono alla base della mia coscienza sociale, del mio essere comunista. Ho vissuto la diversità, spesso penosa e feroce, fra ricchi e poveri, tra chi sudava per un pezzo di pane e chi viveva nell’ozio e spesso nel vizio".
9 giugno 2013
ROSSO UN FIORE IN PETTO C'È FIORITO
Era quasi intuitivo, qualche decennio fa, diventare comunisti. Bastava guardarsi attorno, guardare le mani spaccate dei propri genitori. Un'Italia arretrata, eppure - sentendone i racconti - più genuina, più sana, nella vita di tutti i giorni e nella forza, nella coscienza delle proprie rivendicazioni. È la quarta parte della storia di mio nonno Carlo. Lo ringrazio di nuovo per avermela affidata. La guerra è finita da poco, si ricomincia a vivere, a seguire i propri sogni (m.p.)
"All'epoca, e ancora per molti anni, sui campi e nelle miniere, sui porti e nelle fabbriche, il lavoro era duro, faticoso, estenuante: il "sudore della fronte" corrispondeva al "sangue dei lavoratori" e le mani erano veramente callose, così come il "volto abbronzato" non era la tintarella delle spiagge. Io parlo dei contadini, un mondo che conoscevo bene, direttamente, non per sentito dire. Si dice "sveglia all'alba" ma bisognava saltare dal letto (dove si dormiva su materassi di foglie di granturco, di vegetale e d'inverno, quelli fortunati, di lana) per mungere le mucche, la prima operazione della giornata, seguita dalla pulitura della stalle (la raccolta della paglia piena di strame, che andava ammassata nel letamaio a maturare per poi essere utilizzata per concimare i campi), e poi il governo degli animali: tritare il foraggio (e il taglio delle dita che finivano sotto la lama per spingere l'erba era cosa ritenuta normale), da versare nella mangiatoia col fieno e un po' di avena. Una rapida colazione col latte appena munto (un sapore acuto, untuoso per la presenza del grasso: e col latte al naturale venivano anche allevati i neonati se le mamme, stanche dal lavoro, non potevano allattarli al seno), un po' di caffè, una fetta di pane raffermo, e poi via, sui campi; e come dice un detto popolare, «la terra è bassa, quindi bisogna stare chini per lavorarla». Arare, sarchiare, seminare, estirpare le erbacce, potare gli alberi, le piante da frutto, i filari di viti, mantenere liberi i fossati per evitare gli allagamenti in caso di pioggia: e tutto con l'ausilio di buoi e mucche. I trattori verranno molti anni dopo, in genere ce ne era uno solo, o massimo due, par fattoria, e il loro compito principale era legato alla trebbiatura. C'era da curare l'orto, gli animali da cortile, i fienili, i pagliai, riparare gli attrezzi: tutto con l'uso esclusivo della forza delle mani, delle braccia, dei muscoli.
Nella vita dei contadini c'erano solo tre avvenimenti che, sia pur faticosi all'estremo, portavano allegria e speranza per i giorni futuri: la trebbiatura, la vendemmia, la macellazione dei maiali. Dal buon esito dei raccolti dipendeva la vita, il sostentamento di tutta la famiglia, quel po' di risparmio per affrontare le spese dell'anno a venire. Quando ero piccolo mi chiedevo come mai i contadini, e la gente come la mia famiglia, comprassero sempre scarponi, e per di più larghi, perlomeno un numero in più di quanto necessario: e, appena comprati venivano sottoposti a una operazione, la chiodatura. Tutti gli scarponi erano dotati, ben allineati, dall'esterno verso il centro, odi robusti chiodi che sporgevano dalla suola per mezzo centimetro, mentre punte e tacchi finivano con una lastra metallica: le scarpe erano rarissime, da usare in eventi eccezionali: matrimoni, funerali, battesimi, comunioni, poi sempre scarponi.
L'utilità era evidente perché lo scarpone più largo durava per più anni e seguiva la crescita del piede, i chiodi ne eliminavano la usura. La sugna, ovvero il grasso animale, li manteneva morbidi e impermeabili.
Per la raccolta del grano e la trebbiatura la mobilitazione era generale: i contadini si univano a turno per aiutarsi. Bisognava falciare a mano il grano, legarlo a fasci, ammucchiarlo in covoni, poi con i carri portarlo sulle aie dove era piazzata la macchina trebbiatrice abbinata a un trattore: i meccanismi erano mossi da una lunga cinghia di cuoio che univa le due pulegge: e bisognava fare molta attenzione perché la cinghia si poteva spezzare o saltare dalla puleggia, ed erano guai per chi ne era vicino. Con le forche i contadini porgevano i fasci di grano, venivano infilati nella bocca della trebbiatrice che compiva tre operazione: da una bocca usciva il grano, subito insaccato, da un'altra la pula che asfissiava gli addetti a raccoglierla, in genere i ragazzi, poi la paglia con la quale subito veniva innalzato il pagliaio ammassandola per strati intorno allo stollo.
E poi c'era la grande mangiata: pastasciutta, prosciutto, pane appena sfornato con la schiacciata (tutt'altra cosa di quella che troviamo ora nei bar: un sapore e un odore irripetibili perché ora mancano i veri forni a legna, l'impasto un po' grezzo, l'olio oliva dei vecchi frantoi, veramente extra vergine estratto a freddo. Al tramonto, quando la trebbiatura era finita, canti e balli al suono delle fisarmoniche e delle chitarra, e non mancavano i mandolini. Tutto bello, ma quando andavi a letto, cascavi giù come un ciocco.
Anche la vendemmia era molto faticosa ma anche bella: la raccolta dei grappoli, uno per uno, poi messi nei bigonci di legno, quindi versati in piccoli tini scoperchiati dove le ragazze, gonne raccolte in alto sulle cosce, pigiavano l'uva con i piedi e con un mastello: il mosto veniva portato nelle cantine e versato nei tini di legno, che precedentemente erano stati scrostati, ripuliti, e quindi resi stagni con lo zolfo bruciato.
Durante la fermentazione l'aria nelle cantine era quasi irrespirabile, poi la svina: prima si spillava il vino, poi la vinaccia (i raspi sempre pregni di vino) veniva messa nella strettoia per spremerla e recuperare il resto del vino , che tornava nelle botti a riposare. La vinaccia veniva anche utilizzata per fare il vinello: rimessa in un tino con l'aggiunta di acqua si otteneva un vino leggero,5 o 6 gradi, frizzantino, che era il vino ad essere bevuto per primo. Ora la fermentazione è forzata e a novembre si beve il vino novello.
E arriviamo ai mesi freddi e quindi mentre i campi riposano, c'è da ammazzare il maiale, prima fonte di sostentamento delle famiglie contadine: del maiale, come è noto, non si butta via nulla. Bello grasso, veniva afferrato da più uomini, e gettato a terra, fra il feroce mugolio dell'animale, che sembra presagire la morte. Bloccato a terra arriva il norcino con lo spigolo in mano (lo spigolo è un arnese lungo fino a trenta centimetri, tondo e con la punta acuminata, la parte opposta è arrotondata, forma un grosso anello che fa da impugnatura) afferra una zampa e la piega ad angolo all'altezza della gola, dove fa gomito è il punto per infilare con un colpo secco lo spigolo nel cuore del maiale. L'agonia è breve ma gli stridii del maiale sono assordanti: legato alle zampe posteriori viene issato, in genere appoggiato a una scala, poi sgozzato: il sangue, schiumoso e caldo, viene raccolto in un secchio, sarà la base del mallegato o sanguinaccio, secondo i termini in uso nelle varie zone. Poi la carcassa, lavata ben bene con l'acqua bollente per togliere tutta la sporcizia, veniva raschiata per recuperare le setole, buone per le spazzole e alto, quindi veniva squartato e fatto a pezzi: il fegato per i fegatelli, la vescica e le interiora (le budella) servivano per conservare lo strutto e per fare le salsicce, il lardo, l'arista, i prosciutti e le spalle, e con gli scarti la soppressata. Fra le grandi feste rientrava anche la frangitura, con l'olio che finiva in una vasca di acqua tiepida e l'assaggio era obbligatorio: con i fagioli lessi.
La vita dei contadini, dura, in balia degli eventi atmosferici (sotto la neve pane, sotto il gelo fame), aveva un aspetto umano altamente positivo: la fratellanza, la solidarietà, l'aiuto reciproco, i guai di uno erano i guai di tutti. Belle erano le veglie: sull'aia d'estate, nelle stalle d'inverno, al caldo degli animali. Un bicchiere di vino, e tante storie; poi passavano i poeti o i narratori, che sostituivano radio e giornali: sembrano cose di secoli fa, ma io l'ho vissute in prima persona. Si raccontava di fatti accaduti in terre lontane ma anche in città vicine; a Collesalvetti, pochi chilometri da Livorno, c'erano persone anziane che non avevano mai visto il mare.
Dai campi all'officina. Non c'erano tante macchine né l'alienante catena di montaggio, ma dopo le otto o dieci passate ai torni, alle, presse, ai banchi di montaggio di forza ne rimaneva ben poca, ma fame tanta. Sui porti la maggior parte della merce veniva sbarcata a mano, e c'erano scaricatori che "volavano" sacchi e balle da 100 chili: braccia e funi, paranchi e muscoli, il tutto per una paga da miseria. Tutto ciò mi faceva riflettere e sempre più mi rendevo conto che la vita era ingiusta e che doveva essere modificata. Molti diventano, o diventavano, comunisti, socialisti, comunque di sinistra, per aver letto Marx, il Capitale, studiato le teorie sullo sfruttamento dell'uomo: tutto giusto. Ma il comunismo, la fratellanza, il no allo sfruttamento, nasce dal cuore che dice no alle ingiustizie, all'egoismo, al profitto. Sembra banale ma sta alla base di tutto: la sensazione che sia profondamente sbagliata la divisione dei beni, chi ha troppo e chi ha troppo poco, e il divario che, specie nei momenti di crisi, aumenta. Ai giorni nostri, in piena crisi, è accertato che il 19 per cento della popolazione possiede il 50 per cento della ricchezza nazionale, ma non paga le tasse in proporzione all'avere. È qui - ancora, molto banalmente - che bisogna colpire per pareggiare i conti del debito pubblico.
A scuola gli amici erano più di destra che di sinistra, ad Antignano era l'inverso. Molti amici erano i figli di ferrovieri, altri già lavoravano come garzoni o apprendisti: nel dopoguerra e per tutti gli anni ' 50 la disoccupazione galoppava. Le discussioni erano accese anche per la presenza di giovani che avevano fato la Resistenza e mal tolleravano il fatto di aver dovuto abbandonare le armi e il sogno della rivoluzione. A sedici anni mi iscrissi alla federazione giovanile comunista; a diciotto, presentato da due compagni del cantiere navale, che fecero da garanti, al Pci (c'era stato l'attentato a Togliatti, Livorno era in subbuglio, al cantiere navale avevano corazzato un camion pronti a intervenire nelle piazze , nei tafferugli fu ucciso un agente di polizia). Cominciai a frequentare la sezione prima, la federazione dopo.
Ero studente (a scuola fui sospeso per un giorno perché ero entrato in classe con l'Unità in mano), conobbi il segretario della sezione "Porto", Luciano, che si occupava anche del settimanale della federazione: il passo fu breve e nel'49 cominciò la mia collaborazione con L'Indicatore, organo della federazione comunista. Ricordo come fosse accaduto ieri l'incontro col direttore: mi regalò un libro (Storia del PCUS) stampato a Mosca per le edizioni estere, un paio di forbici e un barattolo di coccoina. «Ecco l'armamentario del giornalista», mi disse. Nei primi passi del mestiere mi aiuto' molto un amico di qualche anno più grande figlio di un ferroviere collega di babbo: Mario Lenzi, combattente partigiano, in prima fila nella colonna della brigata Garibaldi che entrò a Livorno con le truppe americane il giorno della liberazione; all'epoca era redattore capo alla Gazzetta, poi è stato il mio maestro nella lunga carriera giornalistica, compagno di ferro fino alla morte.
Fare il giornalista è sempre stata la mia aspirazione: ho lavorato duro, anche con sacrificio per mia moglie e in qualche misura anche per i figli, ma posso dire di essere soddisfatto del mio operato. Ho seguito sempre un principio: essere obiettivo. Cominciai a seguire la politica locale, feci servizi : uno mi costò una lite con mio zio perché descrissi le condizioni di vita dei contadini, con riferimenti a Castell'anselmo. Poi passai alla cronaca di Livorno dell'Unità e scrissi, da inviato, le lotte contadine per la suddivisone del raccolto e la fine delle servitù. Girai per tutta provincia, niente alberghi ma la calda e affettuosa accoglienza dei contadini, forse approfittai della tavola, erano i giorni della trebbiatura, e a Piombino dovetti rinviare la fissa telefonica per dettare il pezzo perché mi ero addormentato in sezione!
Con la chiusura della Gazzetta per motivi finanziari, anche se vendeva sessantamila copie, il Pci preferì mantenere in vita il Nuovo Corriere di Firenze, direttore Romano Bilenchi; il giornale fiorentino aprì le cronache nella nostra provincia e Lenzi, che ne era il capo a Livorno, mi chiamò a lavorare con lui. Si cominciava a fare sul serio, dopo un periodo di "purga" alla cronaca nera, passai alla bianca dove dettavo legge grazie alle mie amicizie di partito. Conoscevo tutti, dal sindaco Badaloni, al presidente della Provincia Giorgio Stoppa (partigiano, nome di battaglia Paolo).
La direzione del Nuovo Corriere prediligeva le notizie marinare e temeva le querele: una mareggiata era un tifone, una notizia un po' azzardata era piena di "sembra", "secondo quanto riferiscono i carabinieri", "secondo informazione trapelate da fonti solitamente bene informate..."; insomma, una noia! Nel 1956 chiuse anche il Nuovo Corriere: Bilenchi criticò l'URSS per i fatti di Polonia e il Pci tagliò i fondi: e così a Livorno e in Toscana giunse Il Paese-Paese Sera di Roma: ci fu un immediato crollo di vendite perché il giornale arrivava tardi in edicola, e ne gioì il Tirreno: in quegli anni sulla piazza agivano ben cinque cronache, il Tirreno, la Nazione e il Mattino di Firenze, l'Unità e noi di Paese Sera: ne nacque una lotta spietata, un referto di tre giorni era un "buco" colossale.
Partito Lenzi per la sede centrale di Roma, io, da abusivo, assunsi la responsabilità della cronaca livornese in quanto seguivo la "bianca" quindi la parte più importante del giornale; al partito facevo parte del comitato cittadino, ero ritenuto un estremista, un settario, anzi fu coniata per me la definizione di "ottario". Roba passata , con gli anni sono cambiato nei giudizi su fatti e persone.
Fin da allora però mi rendevo conto di una contraddizione: un grande partito che localmente rappresentava il potere, su scala nazionale era sempre relegato all'opposizione: chiedevi ma non ottenevi. Negli anni '50 il mondo del lavoro fu sconvolto da grandi scioperi finiti in vere e proprie stragi di operai: la polizia sparava e uccideva. Il partito reagiva, protestava energicamente in parlamento, ma risultati zero.
Nel '62 fui trasferito a Roma dove trovai una folta schiera di toscani in genere, di livornesi in particolare, tutti provenienti dalla Gazzetta e dal Nuovo Corriere. Io ripartii dalle province, poi passai alla impaginazione, poi vicecaposervizio, fino a redattore capo di notte. Tanto lavoro, tante decisioni prese in autonomia sotto diverse direzioni: solo il direttore Giorgio Cingoli poteva essere svegliato a qualsiasi ora della notte, Arrigo Benedetti fino alle 23, Aniello Coppola se lo svegliavi protestava. Facevamo un bel giornale, all'avanguardia sia per i contenuti che per la forma: certe iniziative (supplemento libri, la pagina dei motori, quella dei fumetti, le inchieste, la pagina dei commenti, quella delle lettere) sono state copiate dagli altri con molto ritardo. Era un lavoro di soddisfazione ma duro, con turni estenuanti, tornavo a casa che già albeggiava o mi alzavo alle 4 del mattino quando curavo le edizioni del pomeriggio: scherzando dicevamo che il giornale era a "rotolazione continua" perché eravamo in edicola la mattina presto con Il Paese, alle 11, alle 14 e alle 17 con le edizioni di Paese Sera, e poi c'erano le straordinarie...
Avevo anche incarichi un po' particolari, non di censura - casomai si trattava di autocensura, come quando bloccai la pubblicazione della foto di Lama in fuga all'università dopo le contestazioni dei gruppettari, foto che conservo nel segreto del mio archivio - ma di controllo su notizie "suscettibili".
Non ho ancora ricordato Coen, il direttore al mio arrivo a Roma, perché non ci ho mai legato, così come con Coppola: Coen era puritano, per mettere una foto in terza pagina di Sophia Loren che faceva lo spogliarello per Mastroianni, una foto pudica, dovetti discutere per un'ora. Coen è rimasto famoso per la guerra dei 6 giorni, giugno 1967, quando Israele sbaragliò le truppe egiziane, siriane e giordane che loro avevano attaccato: la redazione si schierò con i palestinesi, il direttore con Israele: in tipografia arrivavano pezzi della redazione e pezzi d'agenzia corretti di Coen, fu un caos. E il direttore si dimise: arrivò Cingoli, sotto la cui direzione il giornale raggiunse la massima espansione".
23 giugno 2013
LE RAGIONI DI UN COMUNISTA CHE VOTA PD
Con colpevole ritardo pubblico l'ultima parte della storia a puntate - potrebbe diventare un genere... - della vita di mio nonno Carlo. Che è certo speciale per me, ma è allo stesso tempo il racconto di chi vissuto in prima persone fasi essenziali della storia di questo Paese. Una storia di (e per) tutti, insomma. Dall'infanzia a Livorno durante il fascismo alla guerra. Poi la fine del conflitto, la ricostruzione, la politica e il Partito Comunista, il giornalismo. Verso la fine del racconto ricevo anche una tirata di orecchi, e ben volentieri: so che è un segno di affetto. E di molte cose sono grato a nonno, in primis di stare al mondo. Con idee e passioni che somigliano molto alla sue. Anche se a volte si declinano diversamente... (m.p.)
"Non starò qui a fare la storia di Paese Sera (dovrei scrivere un libro) ma ne toccherò alcuni aspetti essenziali. È stato una fucina di grandi giornalisti che poi hanno lasciato il segno ovunque abbiano proseguito la loro carriera, in particolare a Repubblica e al Corriere della Sera, alla Stampa e al Messaggero. Con Arrigo Benedetti acquistò nuovo prestigio, con la direzione di Coppola cominciò il declino, non tanto per l'aspetto giornalistico (anche se l'emigrazione di molti colleghi verso Repubblica si fece sentire) quanto per quello economico. Mi spiego: il Pci, che era l'editore non tanto occulto del giornale, preferì dirottare i pochi finanziamenti a disposizione sull'Unità. La cosa era accaduta anche anni prima quando fu chiusa l'edizione del lunedì del Paese: pensavano i cervelloni di Botteghe Oscure, che i nostri lettori si travasassero sull'Unità o sulla prima edizione di Paese Sera, la cui uscita era stata anticipata. Ci guadagnò solo il Messaggero che raccattò tutti i nostri elettori. Poco dopo il Paese tornò in edicola il lunedì ma il primo colpo era stato assestato.
A Botteghe Oscure la precedenza era per l'Unità, che era una voragine di spese, e così Paese Sera languiva. Io non avevo legato con Coppola che voleva fare un giornale a modo suo, cosa legittima perché era lui il direttore, ma gli errori di impostazione prima o poi si pagano. Il dissenso si estese anche alla gestione della redazione, nominava e spostava redattori senza consultarsi con noi dell'ufficio del redattore capo. Io mi dovetti occupare del passaggio della composizione da caldo a quella a freddo, e ciò comportava la programmazione di tutta una serie di atti redazionali. In un primo momento fu delegato un collega, capo dei grafici, poi furono costretti a richiamarmi dalle ferie per riparare i danni. Fu un lavoro enorme, con dispute e contrasti: addirittura il giorno prima del passaggio di composizione, dopo una incazzatura col direttore e il suo vice, Gismondi, misi in festa tutta la squadra che lavorava con me. Ma il cambio fu un successo. In barba agli uccelli di malaugurio. Passarono altri pochi mesi, poi Mario Lenzi, del quale tutti si aspettavano la nomina a direttore dopo la morte improvvisa di Benedetti, e che se era andato al Gruppo Espresso del principe Caracciolo, mi propose di tornare a Livorno, caporedattore del Tirreno. Non ci pensai due volte, detti il preavviso per lasciare Paese Sera, dopo 24 anni di appassionato lavoro. Coppola insorse, mi fece chiamare dalle Botteghe Oscure, feci una lunga chiacchierata con Pavolini, che si occupava della stampa e propaganda, esposi i miei motivi e a fine luglio del 1979 lasciai Roma. Non so se è una coincidenza o altro, ma Coppola lasciò la direzione di Paese Sera e se andò a fare il corrispondente dall'America. E poi il giornale chiuse dopo tutta una serie di peripezie: una fine ingloriosa. Credo che ora ne esca una versione web, ma non ne conosco la paternità.
Da Livorno è poi cominciata la lunga marcia che mi ha portato in giro per tutta Italia, alternando il lavoro giornalistico vero e proprio a quello editoriale. Ma questa è tutta un'altra storia.
Ho detto che sono diventato comunista nel 1942, di cammino ne ho fatto passando tante traversie, seguendo passo passo, nel bene e nel male, la storia del Partito Comunista Italiano. Ho visto tramontare le speranze giovanili di una "rivoluzione" che portasse i proletari al potere, ho vissuto anche in prima persona le lotte per il lavoro e come giornalista ne sono stato anche protagonista sostenendo sempre la giustizia sociale. Gli anni '50 e '60 sono stati terribili: c'era ancora la fame, la disoccupazione dilagava, mancavano le case. Era un susseguirsi di scioperi e di manifestazioni che vedevano il Pci sempre impegnato in prima linea in tutta Italia: la celere di Mario Scelba interveniva sempre in forza con manganelli e spesso con le armi lasciando scie di sangue sulle piazze. Ho visto e descritto interventi brutali: donne incinta manganellate con rabbia, un ragazzino orfano, che campava andando a vendere negli uffici le penne biro, colpito, in piazza Cavour a Livorno, da un gruppo di celerini: aveva la colpa di stare a guardare i loro interventi contro un gruppo di disoccupati. Gli unici ad essere "rispettati" in quegli anni erano i portuali che, marciando compatti mettendo in mostra i loro arnesi di lavoro (catene e gaini) si facevano largo, aprendosi il varco fra le schiere di celerini.
Il Pci di allora era una potenza a Livorno, e ne andavamo fieri. Una volta su un muro dell'ospedale militare sul viale della stazione, comparve una scritta gigantesca: «Scelba sei un porco, scusa porco se ti chiamo Scelba!». Dalla prefettura arrivò al comune l'ordine di cancellare la scritta. Ci fu passata sopra una mano di bianco, la vernice si asciugò e la scritta si leggeva meglio di prima perché gli anonimi autori avevano usato il nero sottomarino, che si usa per gli scafi delle navi. Nuovo ordine, scalpellare la scritta, detto fatto, le lettere nere furono eliminate, e riempite di calce nuova e il muro verniciato... quando fu tutto asciutto la scritta si leggeva ancora. E c'è rimasta per anni, sbiadita poi col tempo.
Passavano gli anni, ma il Pci, pur con la sua grande forza, non sfondava, era sempre minoranza, era lontano dalle leve di comando, il governo era una chimera: protestavi, chiedevi, proponevi, ma la maggioranza governativa era saldamente nelle mani della Dc e dei suoi alleati-satelliti.
Bisognava cambiare politica per passare dal partito di lotta al partito di lotta e di governo, ma non solo, bisognava progredire. Non serve, non serviva ieri né oggi avere una larga forza ma non la guida del governo.
Quando Occhetto nel '91 volle cambiare il nome del partito in Pds, non rimasi convinto: il Pci non doveva vergognarsi del suo nome, la bandiera del Pci non andava ammainata, la falce e il martello erano ancora i simboli del lavoro. E non presi più la tessera, quella che porto in tasca è l'ultima del Pci. Poi il passaggio ai Ds, infine la fusione a freddo con la sinistra democristiana e la nascita del Pd. Un errore, secondo me: i due partiti dovevano federarsi, non fondersi.
Io non mi vergogno di definirmi comunista. Riconosco però che i tempi sono passati e che solo una Unione fra più forse democratiche può portare alla conquista del governo, nell'interesse di tutti. So bene che per unire più forze ognuno deve perdere un po' della sua identità, ma il tutto e subito è una chimera. Si procede per tappe, forse lentamente, ma su una strada che permette di raggiungere l'obiettivo finale.
In questi giorni travagliati per il Pd, ma non solo per il Pd, capisco le accuse, le proteste, anche chi deluso abbandona per scegliere, magari, di unirsi ai grillini. Capisco i giovani ribelli come mio nipote Matteo, hanno nelle vene il mio stesso fuoco di diciottenne, ma il tempo mi ha insegnato tante cose, prime fra tutte la pazienza, la perseveranza. Solo così andiamo avanti: chi milita nella sinistra più spinta, si deve rendere conto che non ci sono altre vie, gli esiti delle elezioni sono davanti agli occhi di tutti: resiste solo il Pd, che pur con tutti gli errori commessi, raccoglie ancora la fiducia di tanti italiani, la maggioranza della sinistra.
Anche a me non è piaciuta la soluzione del governo di larghe intese. Insomma il governo con Berlusconi: ma riconosco che non c'erano alternative data la drammatica situazione economica, la crisi che attanaglia non solo l'Italia. Esiste un vecchio proverbio (ed è un guaio che i giovani gli ignorino, perché nei proverbi è racchiusa la saggezza dei popoli) che pare coniato per l'occasione: «O bere o affogare». E gli italiani hanno dovuto bere all'amaro calice della realtà. Verranno tempi migliori: dipende da noi, dalla nostra intelligenza politica, dalla nostra capacità di reagire uniti. Solo l'unità fa la forza, divisi si perde, sempre".
Dedico questo scritto al compagno Urano Sarti, detto Pappa, operaio del Cantiere Ansaldo, poeta e scrittore, anima del giornalino Il Martello, che negli anni giovanili mi è stato maestro, mi ha passato la sua fede nel comunismo, la fiducia in chi vive onestamente del proprio lavoro. Riposa in pace".
22 agosto 2013
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
