Il Tirreno

Livorno

Allarme Mercatino Americano: chiusi 15 banchi su 39

Flavio Lombardi
Allarme Mercatino Americano: chiusi 15 banchi su 39

Dal trasferimento del 2009 la crisi è peggiorata e ora non sanno nulla del futuro: «Investimmo molti soldi per le nuove strutture e dopo dieci anni ci sfrattano»

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LIVORNO. Quando si trasferirono nel 2009, il Mercatino Americano, che ha sempre tanta roba bella e di marca, poteva contare su una batteria di 39 banchi. Erano tutti quei commercianti che, salutando piazza XX Settembre, avevano pensato che la nuova avventura, sistemati lì vicini alla Stazione Marittima, a un tiro di schioppo da croceristi in cerca d’affari, poteva farli salpare verso le acque sicure della prosperità. A distanza di dieci anni, le serrande aperte sono rimaste 15. Quasi un meno quaranta per cento, vittime di una crisi che non cessa, del passaggio turistico che lì non è mai andato forte e della location mai digerita dai livornesi.

Arrivare al parcheggio lungo la via della Cinta Esterna e percorrere i pochi metri che servono prima di scorgere i punti vendita, mette tristezza. Desolazione e saracinesche abbassate, danno il benvenuto. Poco dopo la metà, si comincia a scorgere qualche attività aperta. Gente che resiste, come fossero Navajo nella riserva, ricordando i tempi in cui, all’ombra di Canapone, gli affari si facevano e Piazza XX era la prateria del benessere. La concessione dell’area da parte di Porto 2000 è ormai scaduta e il terreno, nelle nuove strategie aziendali, è immaginato come parcheggio dei bus per i passeggeri delle navi da crociera. Un colpo che già era nell’aria, ma che si fa ancor più duro perché l’altro ieri è tramontata anche la possibilità di tornare dove tutto nacque.

«Per fare queste strutture, ciascuno di noi spese 35-40 mila euro - dice Piero Salvini -; una cifra già da sola importante, alla quale aggiungemmo anche lo smaltimento, tutto a carico nostro, delle vecchie baracche di Piazza XX. Adesso esiste la possibilità concreta che si debba andare via anche da qui, senza avere al momento alternativa. Ma anche se ne concretizzasse una nel prossimo futuro, non ci garantisce che le strutture siano ritenute idonee per il contesto urbanistico in cui ci potremmo andare a collocare. In parole povere, becchi e bastonati, impossibilitati a rimetterci le mani in tasca per una cosa tutta nuova. Il motivo? Non abbiamo più soldi. E siamo gli unici commercianti al mondo che si è buttato via una cosa nostra, ricomprandone un’altra che dopo dieci anni non serve più. Siamo venuti qui per fare un piacere alla città e restituire una piazza libera. Ora diamo noia anche qui...».

A dire la verità esiste un mezzo discorso di accorpare il mercatino Americano con quella che sarà la nuova piazza in via Buontalenti. «Vanno viste tante cosa, magari ci dividono pur stando accanto - riprende Salvini -; noi vogliamo solo poter lavorare». «No, il nostro è un marchio registrato, e dobbiamo stare da soli - dice Tano Salvi ex gloria amaranto. Ho ereditato il banco dalla mia famiglie e mi piange il cuore vedere questa situazione. Per quanto mi riguarda, sto valutando anche di smettere. Il commercialista sta facendo i conti e se con quota cento tutto tornasse, mi ritiro».

Fabrizio Giovanelli è polemico. «Non sappiamo quale sarà la nostra fine. Alle Vettovaglie potrebbe anche andare bene, ma a noi serve una risposta veloce perché fra pochi mesi dobbiamo sloggiare. A meno che i pochi rimasti, restino qui, da una parte, come ci è anche stato proposto come extrema ratio». Il padre, Carlo Giovannelli, dice: «Avevamo chiesto notizie prima della scadenza della concessione. Silenzio assoluto, seguito poi da questa sorta di sfratto. Siamo disperati». Chiude Maura Pagni. Vendeva articoli da sub, casalinghi e campeggio. «Con la forte ed insistita diminuzione delle vendite, ho messo tutto in liquidazione e fra pochi giorni saluto tutti. Auguro a chi ha la forza di proseguire di poter restare qui, specialmente se arrivassero i pullman pieni di turisti con la possibilità di girare per i banchi e fare acquisti. Sarebbe una rinascita».

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