Il Tirreno

Livorno

L’addio composto delle famiglie «Questo nido era la nostra vita»

stefano taglione
L’addio composto delle famiglie «Questo nido era la nostra vita»

In due ore e mezza la polizia municipale ha sgomberato gli ultimi occupanti: nessun disordine Situazione tranquilla nonostante il degrado: «Abitare qui era dura, insieme ci facevamo forza» 

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IL RACCONTO

stefano taglione

Dentro quegli appartamenti marci è stato infilato di tutto, pure una ventina di lavatrici scassate ammassate una sull’altra. «Ormai vivere in queste condizioni era diventata un’abitudine. Ci facevamo forza l’un l’altro». Valerio Ventroni è fra gli occupanti sgomberati della Chiccaia, l’immenso agglomerato popolare di via Nino Bixio che ieri mattina è stato quasi del tutto svuotato dalla polizia municipale, in un’operazione da tempo annunciata dal sindaco Luca Salvetti, ieri arrivato a lavori conclusi per congratularsi con le oltre 100 persone impegnate per diverse ore, fra cui 50 vigili urbani.

Nessun disordine: tutti gli inquilini interessati – 24 le ordinanze, dieci le famiglie trovate dentro e di fatto allontanate – hanno abbandonato le abitazioni in due ore e mezza, dalle 8 alle 10.30, sotto il coordinamento del responsabile delle sezioni specializzate degli agenti locali, Marco Vaccai. Restano ora da spostare gli altri nove nuclei, rimasti lì solo temporaneamente, che hanno la casa di proprietà. Presto verrà loro liquidata. «Matilde, tra milioni che vorrei, sempre te io sceglierei… sei speciale». Sulle scale degradate del civico 56 spuntano scritte d’amore, come nel film “Scusami se esisto!”, con Paola Cortellesi e Raoul Bova, che racconta del tormentato progetto di riqualificazione del “Chilometro verde” di Corviale, a Roma. Un gigantesco blocco di cemento trasformato in case popolari devastate e la storia di una brillante architetta osannata all’estero e tornata a Roma (dove per sopravvivere fa la cameriera) discriminata perché donna.

La Chiccaia come Corviale era arrivata al punto di non ritorno. E gli abitanti – che con le valigie lasciano il luogo dove hanno vissuto oltre trent’anni – quasi piangono. «Noi una casa ce l’abbiamo, ce l’hanno assegnata in via della Livornina, alle Sorgenti – racconta Massimo Fiorentini, che dall’88 abita al piano terra di uno dei civici dal 54 al 70 insieme alla moglie e alla figlia – quindi andremo lì. Ultimamente qui la situazione era peggiorata, ma fino a dieci anni fa non si stava male. Avrei preferito rimanere a Shangai, ci sto da 30 anni. Ormai è andata così…».

Il piano di ricollocazione è delineato da mesi. Quattro famiglie hanno già avuto l’assegnazione di altri alloggi popolari, fra cui i Fiorentini, mentre altre sei considerate «fragili» saranno ospitate per 60 giorni dalla Misericordia di via Verdi (quattro) o in una dependance dell’hotel Giappone, in via Gazzarrini (due) in attesa di trovare una sistemazione. Fra loro una signora di 70 anni, malata, portata lì dai volontari della Misericordia di via Verdi.

Ma il timore è finire in strada fra due mesi, visto che del futuro – dicono loro – non v’è certezza. «Spero di non finire sotto un ponte», dice Fabiana de Souza. «Lo sgombero è giusto ed eravamo pronti, avevo già preparato le valigie perché sapevamo che sarebbe arrivato il momento fatidico – dice suo figlio Maycon Lucas, 20 anni – La situazione era diventata difficile e anche ieri (martedì per chi legge ndr) qualcuno ha provato a sfondare un appartamento libero».

Ora le ditte specializzate – coadiuvate dai dipendenti Casalp, Aamps e Avr – li hanno murati, portando via in un magazzino ciò che gli abitanti non sono riusciti a portare via. «Cinque anni fa ho sfondato, l’ho fatto per necessità – ammette Adam Ben Nasr – ma voglio un’altra casa. La vecchia legge regionale me lo permette, mi sono rivolto a un avvocato. Intanto andiamo in albergo». Ma l’orizzonte è 60 giorni: poi il buio. Rimangono solo gli scatoloni e le valigie che vengono portate via, da quelle case piene di muffa e con i materassi sfondati dove per vivere, «ci si faceva forza l’un l’altro», ripete Ventroni. «Otto anni di ricordi, qui alla Chiccaia ci sono cresciuto. E ora il futuro mi spaventa». —

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