Il Tirreno

Livorno

il giorno della memoria 

«Quei giusti livornesi che salvarono gli ebrei Esempio per i giovani»

Simone Fulciniti
«Quei giusti livornesi che salvarono gli ebrei Esempio per i giovani»

Dal poliziotto Mario Canessa al podestà Giovanni Gelati il prefetto e il sindaco ricordano chi aiutò centinaia di persone

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«L’olocausto è una pagina del libro dell’umanità da cui non dovremmo mai togliere il segnalibro della memoria», scriveva Primo Levi. Il 27 gennaio è da anni quel segnalibro, necessario per ricordare i milioni di persone innocenti, sterminate dalla follia della Germania nazista. Una data fondamentale, che coincide con la liberazione, per mano delle truppe sovietiche, del terribile lager di Auschwitz-Birkenau, nel 1945.

Nella sala grande del palazzo delle prefettura, Livorno partecipa alla giornata della memoria, con un incontro dall’alto tasso emozionale, dopo la cerimonia di deposizione della corona e l'omaggio alle vittime della Shoah al cimitero ebraico.

Presenti le più alte autorità, civili e militari, rappresentanti della comunità ebraica, associazioni, e tre classi di studenti delle medie Bartolena. «Perdendo il valore di questa giornata - spiega il prefetto Gianfranco Tomao -, ci priveremmo di un prezioso freno inibitorio contro una brutta malattia, dell’anima e della mente. Dobbiamo mantenere una strategia di civiltà e umanizzazione, rintracciabile nella nostra carta costituzionale».

Tomao rammenta gli oltre 600 italiani nominati giusti tra le nazioni: «Il questore di Fiume Giovanni Palatucci, il diplomatico Angelo Perlasca, Monsignor Angelo Roncalli, Carlo Angela (padre di Piero), medico piemontese, che nascose nella sua clinica numerosi ebrei e antifascisti, facendoli passare per malati». Tra loro ci sono 121 toscani. «Il più famoso è il ciclista Gino Bartali. A lui venne chiesto di portare da Firenze ad Assisi foto di profughi ebrei, affinché potessero essere realizzati documenti falsi che avrebbero salvato loro la vita. Bartali nascose il materiale nel telaio della bici, e riuscì nella rischiosissima impresa».

Gli fa eco il sindaco Luca Salvetti, che ricorda i giusti livornesi. «Non voglio richiamare alla memoria solo il male, ma anche il bene che qualcuno seppe donare: Mario Canessa, poliziotto in servizio al confine della Valtellina, che con coraggio salvò centinaia di persone. Giovanni Gelati, repubblicano e antifascista, che sfruttando la posizione di Podestà, salvò i figli piccoli del suo amico Cesarino. Poi Frida Misul, col suo diario, Isacco Baione». E rivolgendosi ai ragazzi: «La nostra attenzione si deve concentrare sul presente: vediamo molti fatti spiacevoli, e i nuovi mezzi di comunicazione possono diventare strumenti per diffondere odio. Voi giovani dovete essere vigilare affinché ciò non accada».

Intense le parole di Vittorio Mosseri, presidente della comunità ebraica livornese. «L’antisemitismo - sottolinea - si riaffaccia in maniera inquietante. Oggi per noi ebrei è difficile camminare indisturbati indossando la Kippah (il copricapo), o portando al collo la stella di Davide. In Francia per questo si può anche morire. È il momento di porre un freno alla deriva. Non dobbiamo sottovalutare il ritorno antisemitico in politica, sui mezzi di comunicazione di massa, e quello sui social network. Servono leggi ad hoc, e controlli maggiori sui social, corsi di studio, operatori preparati».

Dopo l'intervento del professor Claudio Vercelli, che mette l’accento sulla parola condivisione, basilare in chiave futura, arriva il momento degli studenti: il racconto crudo del loro viaggio nel campo di Fossoli, è davvero toccante. E, inarrestabile, scende qualche lacrima di commozione. —

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