Gioco
È morto Giuliano Gallanti: per anni presidente dell'Autorità portuale
L'avvocato apparteneva a un mondo che non c'è più: quello di una classe dirigente che si assume la responsabilità di dirigere le dinamiche collettive
LIVORNO. Si è spento Giuliano Gallanti, che a Livorno è stato al timone dell'Authority livornese dal gennaio 2011 al marzo di sei anni più tardi, dopo esser stato presidente per due mandati del porto di Genova e alla guida di Espo, l'organizzazione che raggruppa le istituzioni portuali di tutta Europa, oltre che, in precedenza, vicepresidente della. Regione Liguria e presidente di quel consiglio regionale.
Sei anni e spiccioli a Livorno, mettendo insieme il mandato quadriennale con un breve affidamento come commissario prima della nomina da presidente e poi con una "coda" di quasi due anni, ma con proroghe a colpi di pochi mesi per volta in attesa di una "riforma della riforma" che arriverà solo dopo una lunghissima fase estenuante di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze (e, sia chiaro, certo non per colpa di Gallanti ma del pantano della politica romana).
L'eredità di Gallanti è una: il nuovo Piano regolatore del porto. Arrivato a oltre sessant'anni di distanza da quello precedente quando non c'erano i container, i traffici erano un decimo dello standard attuale, le navi incomparabilmente differenti e, quanto alla geografia dei flussi delle merci, non parliamone neanche. Eppure era arrivato solo dopo che sulla poltronissima di Palazzo Rosciano, quartier generale dell'istituzione portuale, era arrivato un non livornese. Anzi, due: visto che il genovese Giuliano Gallanti ha fatto squadra con il romano Massimo Provinciali reclutato come numero due in faccia alla locale community delle banchine che già aveva mal digerito l'arrivo di un genovese come presidente e scalpitava per avere come contrappeso un livornese come segretario generale. Per farcela, insomma, avevamo dovuto prenderli da fuori.
Il Prg è esente da pecche? Di sicuro no. Probabilmente è velleitaria la speranza di gestire la trasformazione attraverso un incastro di spostamenti, chissà se è sovradimensionato lo spazio per il porto passeggeri (ma l'Alto Fondale è lì dov'è e già dagli inizi del decennio è la banchina dove fa tappa la maggior parte delle love boat anche se formalmente fuori dagli accosti destinati ai turisti). Ma senza Prg non avremo nemmeno sognato di poter avere in futuro la Darsena Europa. L'unica possibilità che abbiamo per fuggire da un orizzonte di declino annunciato: finora abbiamo scongiurato il patatrac perché la prospettiva dell'espansione a mare ha evitato la fuga degli operatori in cerca di riposizionamento (che si tratti di container o di altri traffici, a cominciare dalle "autostrade del mare", che sperano di ricavare qualcosa dall'ampliamento degli spazi).
Già, la maxi-Darsena. È innegabile che il bando messo nero su bianco negli anni di Gallanti si sia rivelato mal costruito negli ingranaggi pubblico-privato, visto che i bandi a caccia di investitori privati sono andati deserti l'uno dopo l'altro. Ma è in Gallanti che il governatore Enrico Rossi trova sponda per lanciare un investimento mai così ingente in un porto per una istituzione regionale in Italia, pur di impedire il collasso di Livorno la cui fragilità economica sta diventando - insieme al resto della costa - la palla al piede della Toscana. Quel che a livello nazionale è l'abisso fra Nord e Sud, qui in Toscana rischia di esserlo fra Costa e polo fiorentino-valdarnese.
Fra poche settimane avrebbe spento 81 candeline sulla torta di compleanno. Era nato nello stesso giorno di Loris Malaguzzi e Jacques Séguéla, destinati a rivoluzionare l'uno la gestione dei servizi educativi all'infanzia e l'altro il modo di fare pubblicità. Ma lui avrebbe detestato sia la frivolezza di questa sottolineatura sia l'accostamento retorico a un tipo come Séguéla che aveva inventato lo stile dell'apparire come l'escamotage per vendere frigoriferi agli eschimesi. Come mi disse una volta, "sono stato il responsabile giustizia del Partito Comunista nella Genova in cui le Brigate Rosse ammazzavano o sequestravano magistrati e noi Pci sapevamo di essere nel mirino". Tradotto: figurati se mi impressiona tizio o caio che alza la voce o agita qualche mugugno...
Mi avrebbe mandato a quel paese anche se gli avessi detto che lui, così aggrappato alla sua Genova mentre i figli sono affermati professionisti l'uno in Canada e l'altro a Londra, a Livorno era a modo suo rimasto affezionato: glielo avevo detto pochi mesi fa quando, per una iniziativa sulla portualità, l'avevo visto arrivare - con un po' di fatica e affanno - nel cortile interno di quella Fortezza Vecchia che aveva restituito ai livornesi accollandosene come Authority la gestione. Grazie ai buoni uffici della Regione Toscana, via dalle secche di un eterno restauro, dopo che già in anni precedenti qualche modalità di riapertura era stata fatta in via sperimentale. Del resto, è difficile trovare una città-porto che abbia un fortilizio storico di tale rilevanza a meno di 200 metri dallo sbarco dei croceristi e lo lasci lì, bello e impossibile perché off limits.
L'avvocato Gallanti apparteneva a un mondo che non c'è più: quello di una classe dirigente che si assume la responsabilità di dirigere le dinamiche collettive: non gli piaceva granché l'idea di fare il surf sui fatti cercando di catturare il consenso momentaneo a suon di selfie, nutelle e gattini.
Figurarsi che era amico di Beppe Grillo fin da quando erano ragazzi, con Gallanti di nove anni più vecchio. «Beppe - racconterà Gallanti al Tirreno - abitava praticamente di fronte a casa mia: io al civico 6 di via Filippo Casoni, lui al 5». Nello stesso palazzo della famiglia Gallanti abitava don Gianni Baget Bozzo, ex prete rosso poi folgorato da Berlusconi, mentre in quello del comico-guru politico vivevano Gino Giugni, il padre dello Statuto dei lavoratori, e il serial killer Donato Bilancia ("però a quel tempo sembrava più che altro un bamboccione"). L'ultima volta che si sono visti? Alla presentazione di una azienda del settore subacqueo. «Beppe mi vede e mi dice: "Ma tu sei Palla di Gomma..."».
Una parolina amichevole di Grillo avrebbe contato parecchio nel valzer delle nomine. Aveva preferito lasciar quel soprannome agganciato solo all'album dei ricordi di quando «andavamo tutti a giocare in piazza Martinez, a due passi dalle nostre case, e io con il pallone me la cavavo benino».
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