Sicurezza
Come un quadro in bianco e nero
Eccola, la guerra, che torna nei nostri discorsi e ci innesca inquietudini
«Uno Stato in guerra si permette tutte le nefandezze e tutti gli atti di inaudita violenza che squalificherebbero un singolo essere umano». È passato più di un secolo da queste parole. Sigmund Freud le scrive nel 1915, mentre deflagra il primo grande conflitto mondiale: vuole smantellare la tesi di Hobbes, con la quale si descrive lo Stato come lo strumento per regimare la violenza istintiva di ogni individuo. Invece lo Stato non è un calmiere né un mediatore. Talvolta esercita violenza deliberata. E ormai di questo abbiamo avuto tante, troppe conferme; ma sembra che non ci importi.
Chris Hedges, americano del Vermont, è un grande corrispondente da scenari bellici, ha vinto un Pulitzer e ha insegnato giornalismo a Princeton. Centra una sintesi intelligente. La guerra, scrive, «rende il mondo comprensibile, come un quadro in bianco e nero. Sospende il pensiero. E soprattutto il pensiero autocritico».
Eccola, la guerra, che torna nei nostri discorsi e ci innesca inquietudini. Trova un’intercapedine e si insinua: è minuscola eppure enorme, sa mutare dimensione e confonderci. Sa sedurci. Lo scacchiere internazionale, i missili chirurgici, le “lezioni” da impartire, le vendette da prendersi. I droni, che ganzi. I bottoni da premere. Tutto il vocabolario della guerra è attraente, brutale e magnetico. Come certi angoli dell’inferno.
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