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I familiari delle vittime del Moby Prince fanno causa allo Stato: prima udienza a marzo
Un nuovo capitolo della vicenda giudiziaria con il procedimento in sede civile dopo che la Commissione parlamentare ha rovesciato la verità processuale. Chessa: «Non è ancora finita...»
Il 2020 si apre con un nuovo capitolo della vicenda giudiziaria legata alla tragedia del traghetto Moby Prince, dove la sera del 10 aprile 1991 morirono 140 persone a bordo.
I familiari delle vittime hanno infatti intrapreso un procedimento in sede civile contro lo Stato e si apprende che la prima udienza è stata fissata al Tribunale di Firenze il 26 marzo prossimo. Nello specifico i familiari hanno citato in giudizio i ministeri delle Infrastrutture e Trasposti e della Difesa sulla base delle evidenze scaturite dal lavoro della Commissione parlamentare, riguardo alla mancata azione di controllo sul porto di Livorno e alla omissione dei soccorsi al Moby Prince da parte degli organi competenti.
Nella relazione conclusiva della commissione, infatti, è emerso - tra l’altro - che la notte del disastro non c’era nebbia nella rada del porto di Livorno (la visibilità si ridusse per il fumo dell’incendio); il comando della petroliera non pose in essere condotte pienamente doverose; è stato appurato che la sagoma della nave investitrice risultava inconfondibile dal ponte della petroliera e fu percepita con precisione; dalla Capitaneria di porto di Livorno non partirono ordini precisi per chiarire l’entità e la dinamica dell’evento e per ricercare la seconda imbarcazione, quasi non si sapesse cosa fare; ci fu un’assenza del coordinamento nei soccorsi fino alle ore 5 del mattino dell’11 aprile; la vita a bordo durò molto di più dei 20-30 minuti stabiliti dall’inchiesta penale.
In pratica, la Commissione d’inchiesta ha dimostrato «che i tragici effetti sulla vita di almeno una parte delle persone a bordo sono stati determinati dalla sostanziale abdicazione delle autorità responsabili rispetto ad una efficace funzione di soccorso pubblico in mare». Una conclusione che contrasta con le verità processuale che si è cristallizzata negli anni precedenti, tant’è che gli atti sono stati trasmessi alla Procura della Livorno che ha aperto un fascicolo di indagine sul disastro.
Ed è proprio sulla base della relazione della Commissione che i familiari delle vittime hanno citato in un giudizio civile lo Stato. A darne notizia è stato Luchino Chessa, figlio del comandante del traghetto che entrò in collisione con una petroliera della Snam e presidente dell'«Associazione 10 aprile», che ha sempre lottato al fianco del livornese Loris Rispoli che guida invece l’«Associazione 140» .
«Inizia l'anno 2020 e la storia del Moby Prince non ancora finita - scrive Chessa su Facebook - 29 anni, un'eternità, per molti una buona fetta di vita nella speranza di una giustizia. Una speranza ancora in attesa per le 140 famiglie delle vittime, che vogliono sapere cosa realmente accaduto quella notte del 10 aprile 1991 nella rada del porto di Livorno. Ma anche per tutti i cittadini italiani, che hanno il diritto-dovere di conoscere la verità sulla più grave sciagura della marina mercantile italiana dal dopo-guerra. 29 anni subiti sulla nostra pelle di familiari, un fardello che ci accompagna ogni giorno, ogni notte, che non ci lascia mai, anche nel sonno o quando pensiamo di essere felici! Per tanti anni soli, con la consapevolezza che le istituzioni nel passato poco hanno voluto fare, con la certezza di un travaglio processuale volto unicamente a costruire una verità di comodo».
Chessa prosegue ringraziando «il lavoro della Commissione parlamentare» e anche «il grande contributo arrivato dal libro di Francesco Sanna e Gabriele Bardazza “Il caso Moby Prince: la strage impunita”». E aggiunge: «In pochi anni è stata squarciato il muro di silenzio e sono state scardinate le conclusioni processuali del passato. La verità è sempre più vicina e due Procure, quella di Livorno e di Roma, lavorano sui reati non prescritti». —
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