Gioco
«Lì l’elettrodotto è spento, via i vincoli dell’Arpat così costruiremo alloggi»
LIVORNO. «L’Enel ha chiuso ormai da anni la centrale del Marzocco e ha esplicitamente detto che non ha nessuna intenzione di riattivarla». Il vescovo Simone Giusti ha sempre tenuto i riflettori puntati su quanto si muove in porto ma non bisogna cercare né sul Canale industriale né in via Salvatore Orlando il motivo per cui s’avventura a parlare di quest’argomento.
La cosa si chiarisce appena il presule sessantaquattrenne accenna a guardare fuori dalla finestra del centro Caritas di Corea: «Se quella centrale non produce più energia elettrica significa che da quest’elettrodotto qui sopra le nostre teste non passa più niente, per cui sarebbe opportuno che l’Arpat facesse le verifiche così da aggiornare i dati che ha e magari, visto che non c’è più nessun passaggio di corrente, rimuovere i vincoli contro i rischi dei campi elettromagnetici».
Tutto questo è il preambolo per un’idea che il monsignore-architetto ha in testa: il Villaggio della Carità di fronte alla chiesa di Nostra Signora di Fatima – in via La Pira, là dov’era il Villaggio Scolastico in cui negli anni ’60-70 batteva il cuore dell’utopia cristiana di don Alfredo Nesi – può diventare davvero un “villaggio” se vi si costruiscono alloggi per dare un tetto a chi è in difficoltà dal punto di vista della casa.
«Eppure l’idea c’era e i soldi anche», dice il vescovo Giusti. Ma nessuno gli ha dato la licenza edilizia in una zona contrassegnata dagli attuali vincoli anti-smog elettromagnetico, e «dunque poi non se n’è fatto di niente, ma quelle limitazioni credo non abbiano più ragion d’essere».
Non è un segreto che Giusti metta la casa al centro dei diritti negati a un arcipelago di persone che fanno fatica a svoltare la giornata: è da mesi che esamina e riesamina varie soluzioni per aggiungere uno stock di case all’offerta per le fasce sociali più in difficoltà. Ora l’idea del “villaggio” in Corea.
Anche suor Raffaella Spiezio, numero uno della Fondazione Caritas, insiste su quest’aspetto. Lo fa ribaltando la logica seguita finora: «Prima la possibilità di una doccia e un piatto di minestra, poi la trafila fra borse lavoro, corsi per imparare un mestiere e qualche occupazione, poi alla fine del tunnel finalmente la casa. Invece ora vorremmo partire dalla casa».
La Caritas livornese – aggiunge – non è il posto dove si danno vestiti e un piatto di pasta: «Ci vuole anche quello, ma per noi la base di tutto è la promozione della dignità della persona».
E’ una rivoluzione del modo d’essere del welfare che Andrea Raspanti, assessore al sociale nella giunta di Lucia Salvetti (ed ex operatore Caritas), reclama anche per Palazzo Civico: «Abbiamo messo sul sociale 420mila euro in più rispetto alle cifre dell’ultimo assestamento. Ma non basta parlare di numeri, serve anche qualità della spesa. Ecco perché, pur con tutte le difficoltà e i limiti, vogliamo dare una svolta ai criteri: ora è uno strumento che guarda a bisogni materialistici e individuali, e lo fa in forma standardizzata. Quel che bisogna costruire è invece un welfare comunitario in cui i servizi pubblici e il “terzo settore” si integrino».
È una svolta che Marcello Murziani, vicepresidente di Fondazione Livorno, ricorda che «anche in questa fase di crisi» il proprio ente mette in pista il bando per il volontariato sociale. Lo ripete dal versante di chi scende in campo per contribuire a trovare le risorse: «Bisogna evitare di pensare al vecchio modo di fare beneficenza, c’è necessità di una certa imprenditorialità e una certa managerialità per far funzionare le cose». —
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