Gioco
«Vi racconto i 7 vescovi che ho avuto nella mia vita»
LIVORNO. Monsignor Paolo Razzauti, di vescovi alla guida della diocesi di Livorno ne ha visti passare una sfilza: sette con Savio, e coprono l'arco di un secolo.
Cominciamo da Piccioni. Fratello di Attilio, papabile come il nuovo De Gasperi se la sua ascesa non fosse stata stroncata dal falso scandalo Montesi. «Non è solo il “fratello di”, Giovanni Piccioni – tiene a precisare monsignor Razzauti – è stato capogruppo dei popolari in consiglio comunale a Pistoia, faceva i comizi davanti alla cattedrale col “saturnino” in testa. È stato un grande intellettuale, il più grande vescovo che abbiamo avuto nel secolo scorso».
Poi arriva Pangrazio e finisce l'anomalia di Livorno ultima città ad avere ancora una “giunta del Cln” alla metà degli anni ’50. Razzauti ricorda che Pangrazio «era di origini ungheresi, il comunismo l'aveva vissuto sulla sua pelle: arriva forse con un ordine preciso da Roma, il suo episcopato è di difficile lettura ma non ha saputo legare granché con la città».
Poi il vento del Concilio, qui più che altrove. «Il grande cambiamento – afferma – è stato l'arrivo di Guano, uno dei “padri” del rinnovamento conciliare. Solo 7 anni ma sono bastati per cambiare il rapporto fra diocesi e città: ai suoi funerali per la prima volta il sindaco comunista mette piede in cattedrale».
Durante la malattia di Guano arriva a Livorno Ablondi, poi titolare per un trentennio dal ’70. «Fra l’affiancamento a Guano e il periodo dopo la nomina di Coletti – ribadisce don Paolo – Ablondi è stato qui 44 anni. Tantissimi, e con un forte legame con la città, e senza far invasione di campo. Ma tutti sapevano che in caso di bisogno lui c’era: come quando il sindaco Lamberti si ritrovò in una situazione di tensione con una folla di operai».
Nel frattempo Savio diventa braccio destra di Ablondi. «Ha avuto il merito – segnala – di gestire situazioni complicate in modo saggio, anche nel rapporto con noi preti».
Anno 2000, ecco Coletti. «Grande preparazione culturale, prediche straordinarie», dice Razzauti: «Aveva un senso di appartenenza alla diocesi ma non si è percepito quello di appartenenza alla città».
Infine, l’episcopato di Giusti. «Ormai – sostiene – è qui da una dozzina di anni e dunque non è una fase di passaggio: sa come incidere e la sua bussola è valida sul piano catechetico e progettuale». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google