Gioco
Don Paolo prete da mezzo secolo: porte aperte alla “sua” Livorno
Livorno, monsignor Razzauti festeggia il 50° dell’ordinazione. Sempre in prima linea: dalla visita di papa Wojtyla ai funerali in duomo per i bimbi rom morti nel rogo
LIVORNO. Era lui l’amico di famiglia dell’allora sindaco Alessandro Cosimi, con i rispettivi padri fianco a fianco nella Livorno da ricostruire dopo la guerra (eppure non gli risparmiò una lettera pubblica quando pensò che il governo locale non stava girando a dovere). Era lui l’amico di Filippo Nogarin, l’ingegnere aerospaziale che nel 2014 portò in orbita i Cinque Stelle conquistando Palazzo Civico. Era lui, dopo che mons. Vincenzo Savio era stato inviato a Belluno, il sacerdote più vicino a Davide Cecio, il leader della Margherita impallinato dall’inchiesta choc su Salviano 2 mentre stava dando l’assalto al cielo del governo cittadino. . “Lui” è monsignor Paolo Razzauti, per tutti semplicemente “don Paolo”, classe ’45, mezzo secolo da prete da festeggiare in questi giorni. L’abbiamo “fotografato” accanto a tre figure chiave nelle trasformazioni della classe dirigente livornese ma sbaglierebbe chi si immaginasse di trovarlo solo in plancia di comando. Al contrario, è andato giù nell’ultima stiva quando è stato il caso. Come per i bimbi rom morti nel rogo: si era nell’interregno fra un vescovo e l’altro, la diocesi era affidata temporaneamente alla sua guida, e lui fece lo strappo simbolico più forte rispetto ai canoni del quieto vivere ecclesiastico: dette ai rom la chiesa più importante – il duomo – per il funerale a quei poveri piccoli da fare secondo i loro riti cristiani sì ma non cattolici.
Una cosa da poco? Andatelo a dire a quei prelatoni in tonaca impeccabile che ora storcono il naso di fronte a papa Francesco. Don Paolo non lo dirà mai ma dev’esser lì che si è giocato la nomina a vescovo: eppure era stato il regista dell’organizzazione della visita di papa Wojtyla e poi il braccio destro del vescovo come vicario; eppure gli era stata affidata per dieci mesi la diocesi livornese in attesa del nuovo vescovo; eppure era stato lui a compiere come “reggente” la visita “ad limina” a tu per tu con papa Benedetto XVI...
I rapporti con il vescovo Giusti? Dopo un anno, nel 2009, il nuovo vescovo punta a sostituirlo come braccio destro e lui scrive ai preti una lettera senza contestare la scelta ma evitando scuse diplomatica e parlando di tensioni. Le cose si ricomporranno poi in qualche modo: e il ruolo di don Paolo, come cerniera fra diocesi e città, porterà a inventare l’incarico di “vicario per la città”.
In questi cinquant’anni don Paolo, radici sanjacopine doc, il quartiere dove ha debuttato come viceparroco, poi tanti anni in servizio a Sant’Agostino e a Antignano, poi rettore del duomo, senza contare le responsabilità nello stato maggiore della curia (da vicario episcopale a amministratore diocesano ma anche guida del seminario). Ma il servizio pastorale di Razzauti non può esser rinchiuso in sacrestia fra incensi e lumini: lo racconta la frequentazione della sua pagina Facebook che è un crocevia di genti tutt’altro che allineate; lo spiega lo stile d’intervento sui temi della città badando più a suscitare dibattito che a far propaganda alle sue verità; lo dice la voglia di scendere in campo sui differenti fronti della convivenza civile, avendo imparato dal vescovo Ablondi, che in una città a bassa pratica religiosa ti fai ascoltare se eviti i soliti piagnistei clericali.
«Io ho sempre sostenuto che il prete è una persona che si sporca le mani, che sta fra la gente, che ne conosce i problemi: così si ottiene la fiducia». Lo aveva detto don Paolo in una intervista al nostro Luciano De Majo dieci anni fa. Lo ripeteva ricordando i giorni del Moby Prince e quelli degli scontri sulle banchine per i decreti Parndini. Lo sottolineava sognando che i livornesi la smettessero di farsi imprigionare da sé stessi e la piantassero di accontentarsi.
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