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Moby, riecco segnali di tregua per disinnescare i guai dei debiti

Mauro Zucchelli
Moby, riecco segnali di tregua per disinnescare i guai dei debiti

Il fronte dei bond offre un armistizio (e soldi) per rimettere in sesto i conti. I danesi disposti a trattare di nuovo dopo che la vendita delle navi è saltata

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Nella mappa delle crisi aziendali c’è un caso che è una bomba quasi quanto l’Ilva ma non sta tutti i giorni sotto i riflettori di tg, stampa, parlamentari e ministri: grossomodo la metà per impatto sull’occupazione ma ancor di più in termini di servizi pubblici di collegamento marittimo. Stiamo parlando di Moby, la compagnia di navigazione della famiglia Onorato, il cui gruppo (comprendente anche le flotte di Tirrenia, Spl e Toremar) conta 5.800 addetti. A Livorno lo scossone è ancor più rilevante, visto che è uno dei centri-chiave nella geografia della società: oltre alle navi, ci sono terminal come Ltm (autostrade del mare) e Porto 2000 (porto passeggeri) più agenzie marittime e varie altre società.

La novità sta nel fatto che fa un passo in avanti la procedura per salvare l’azienda grazie alla ristrutturazione del debito, come anticipato dal Tirreno: è stato individuato l’advisor in Pwc e nello studio legale Gianni Origoni Grippo Cappelli & partners, ora resta da capire su quali strumenti giuridici si appoggerà l’operazione sul riassetto dell’indebitamento. Ma soprattutto c’è uno spiraglio per un armistizio nella guerra con fondi e banche.

Il doppio segnale

Dove sono i segnali di tregua? Il primo arriva dagli acquirenti danesi: secondo quanto riferisce l’autorevole Meditelegraph, Dfds ha sì dichiarato rotto il contratto di acquisto delle due navi Moby ma si è detto disposto a non lasciar cadere l’affare (intanto, perché il prezzo era già buono e poi magari spera in condizioni ancor più favorevoli). Il secondo è del “fronte del bond” da 300 milioni: dice che è interesse anche degli obbligazionisti tutelare il valore aziendale (dunque sono essenziali «la continuità aziendale, la salvaguardia dei collegamenti marittimi e della continuità territoriale, e la conservazione dei posti di lavoro di quella che auspica possa continuare a essere una primaria compagnia navale italiana».

Parla il fronte dei bond

Non solo belle parole, ci si dice disponibili a: 1) «sostenere un’adeguata ristrutturazione dei debiti del gruppo (anche a costo di rinunziare a parte dei propri crediti nel contesto dell’operazione)»; 2) apportare «nuova finanza nel contesto dell’auspicata ristrutturazione».

La reazione degli Onorato? Gelidala prima battuta: ci si dice sorpresi perché «questa disponibilità arriva tardivamente» e dopo aver presentato un’istanza di fallimento che ha causato (col flop della vendita a Dfds) il mancato rispetto del piano industriale «fino ad allora rispettato», senza contare che hanno fatto un affare rastrellando obbligazioni «a forte sconto sul mercato secondario». Fortuna che resta la razionalità per tener la porta aperta a «trovare soluzioni condivise a tutela del piano di crescita della compagnia e della creazione di ulteriori posti di lavoro».

In questa telenovela in cui i colpi di scena non sono mai mancati: si pensi al fatto che i fondi con una mano mandavano segnali di pace (niente appello contro il no al fallimento) e con l’altra inviavano alle banche la diffida contro la vendita ai danesi; si pensi al durissimo attacco personale che Vincenzo Onorato ha scagliato via Facebook contro il gestore di un fondo e un alto dirigente di banca.

Fra ring e trattativa

Ma, al di là degli uppercut sul ring, benché complicata da gesta plateali e colpi sotto la cintura, nelle retrovie è in atto una trattativa per disinnescare la bomba prima che sia troppo tardi. L’avvisaglia la troviamo nel tam tam confidenziale riportato da Repubblica citando fonti bancarie: nel mezzo della bufera con UniCredit era pur sempre rimasto aperto un canale “diplomatico” con il fronte delle banche (che include anche Intesa, Mps, Ubi e Bpm) attraverso il quale sarebbe stata chiesta una moratoria, gli istituti di credito – esposti per 160 milioni – avrebbero dato almeno un mese in più.

Nel frattempo: è in pista la vendita di altre due navi ro-ro e si profila l’altra tegola della fine della concessione del “cuore” del porto di Olbia a Sinergest (gruppo Moby), che è poi la società che a Livorno ha conquistato la privatizzazione della Porto 2000.

Si mobilitano anche i sindacati confederali, che in passato non hanno risparmiato critiche a Onorato: anch’essi in trincea per evitare il patatrac. Dal tribunale di Milano era arrivata la strigliata: non si rimettono in linea di galleggiamento i conti solo vendendo navi perché le navi servono per fare ricavi. Ma nell’immediato si tamponando le falle e già questo serve a guadagnarsi un po’di futuro. Poi domani è un altro giorno...

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