Gioco
«Sicurezza, viabilità e parcheggi meno cari», un futuro ai negozi in fuga dal Palazzo Grande
Livorno, la crisi di una piazza e del suo edificio “simbolo”. Il presidente della Confcommercio Carraresi: demolirlo? Macché, va pulito dal degrado
LIVORNO. «Il malato non è sotto controllo, è in prognosi riservata». La metafora con cui Alessio Carraresi fotografa lo stato di salute di Piazza Grande è efficace. Anche se il presidente di Confcommercio allarga il campo della diagnosi. «Attenzione, non c’è solo il chilometro di via Grande. La situazione di degrado e insicurezza si estende a tutto il pentagono del Buontalenti». Da qui l’invito ad elaborare, al più presto, un piano di riqualificazione dell’area. A partire proprio da Palazzo Grande, quel parallelepipedo di cemento progettato dall’architetto romano Luigi Vagnetti e tirato su nel 1950 fra le polemiche per il suo impatto imponente. E dove oggi il commercio e il mondo della piccola imprenditoria livornese hanno ormai da anni issato bandiera bianca. Prima il cinema, chiuso nel 2013. Poi il bar Dolly, bersagliato dai furti. Ora il Mc Donald’s con le valige pronte per il Parco Levante. E anni fa era sfumata l’ipotesi – più volte ricorrente – dell’arrivo di Oscar Farinetti, con Eataly.
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Carraresi, c’è ancora chi propone l’abbattimento di Palazzo Grande per ridare spazio e volumetrie alla piazza. Ai livornesi non è mai piaciuto.
«Non sono d’accordo. Prima di tutto parliamo di un immobile privato. Dovrebbe essere acquistato dal Comune e poi demolito. Ma per cosa? Non dobbiamo demolire per lasciare spazio a nuovo, dobbiamo creare occasioni di sviluppo e rilancio»
Lei cosa farebbe?
«Occorre riqualificarlo. Prima di tutto rendendolo vivibile. Oggi, quando cala il sole, sappiamo bene chi circola abitualmente sotto le logge»
E i commercianti scappano...
«Quello che ci chiedono i nostri associati è soprattutto liberare l’area da degrado e delinquenza. Certo, non siamo a Napoli o a Milano, ma questa percezione di insicurezza scoraggia e genera malessere tra i commercianti. Noi lavoriamo e collaboriamo con le forze dell’ordine, comprendiamo bene le difficoltà che ci sono nel controllare una città complessa come questa, ma serve una risposta da più parti».
Cosa servirebbe?
«C’è la necessità di un intervento che metta al centro la lotta al degrado ma anche un nuovo piano di viabilità. Ben vengano iniziative capaci di attrarre turisti, come la mostra di Modigliani. Ma non basta. Oggi chi abita alla Rosa o ad Ardenza perché deve venire in centro se non trova parcheggio, se è costretto a girare mezzora con l’auto, se poi paga a caro prezzo la sosta quando, in pochi minuti può raggiungere, e gratis, i centri commerciali?».
La colpa e di Porta a Terra e Levante?
«No. Sia chiaro, non ho niente contro i centri commerciali. Ma è evidente che c’è una sperequazione. Quanti fondi sfitti si vedono, oggi? Non mi era mai capitato, negli anni, di passeggiare in via Ricasoli e vedere, anche qui, fondi chiusi. Così accade anche in via Grande, anche se non sembra perché c’è un certo turnover. Ma è un turnover malato. Prima c’erano attività che andavano avanti per 25 e 30 anni. Ora non più. È il segno che il centro non è attrattivo. E per farlo occorrono più parcheggi e magari rimodulare le tariffe. Credo che questa amministrazione comunale abbia questa consapevolezza. E noi siamo pronti a sederci ad un tavolo e lavorare insieme».
Via Grande pedonabile?
«Discutiamone. Ma ripeto, non ci si può fermare a questo chilometro di strada, ma occorre una riflessione più complessiva che si estenda a tutto il pentagono, con un progetto che interessi viabilità, parcheggi, costi della sosta incentivando, per esempio, la prima e la seconda ora. Si parla di uniformare le tariffe in città, noi siamo d’accordo».
È un’impresa aprire un’attività qui?
«Oltre al degrado e ai problemi di viabilità abbiamo un livello di tassazione altissima. E non solo la Tari. In queste condizioni è già difficile tenere aperto. Altro che produrre profitto. Eppure il commercio ha assorbito e può ancora assorbire molti posti di lavoro che industria e porto non sono più in grado di generare come prima. Ma bisogna crederci».
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