Il Tirreno

Livorno

Dallo Stato di diritto allo stato di natura: «Così la giustizia diventa solo vendetta»

Simone Fulciniti
Dallo Stato di diritto allo stato di natura: «Così la giustizia diventa solo vendetta»

Ennio Amodio, avvocato e professore di diritto penale  ha presentato in via De Larderel il suo ultimo libro “A furor di popolo” 

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LIVORNO. In occasione del recente sciopero degli avvocati penalisti (che hanno portato avanti come forma di protesta contro l’imminente entrata in vigore della norma che di fatto abroga la prescrizione del reato, dopo la sentenza resa dal giudice di primo grado), la sala degli specchi di palazzo De Larderel, ha ospitato la presentazione del libro “A furor di popolo”, la giustizia vendicativa gialloverde, alla presenza dell’autore, Ennio Amodio, avvocato e penalista, professore emerito di procedura penale all’università di Milano.

Professore, come le è venuta l’idea di un titolo tanto incisivo?

aQuesto nuovo orientamento del diritto penale, che fa capo alle forze populiste, è sostanzialmente basato su un’idea di fondo: il popolo esprime il suo sdegno e la sua invocazione nelle misure più forti e più incisive. E quindi non è concepibile nessuna mitigazione della pena. Una volta accertato il reato, la pena deve incidere così fortemente da escludere qualsiasi misura alternativa. Cioè si vuole il carcere. Questo è furore punitivo, o come dico io estremismo sanzionatorio. Le vittime reclamano la posizione più severa, al di là di quello che prevede la costituzione».

Di solito la scrittura viene dettata da un’urgenza. Qual è stata la sua?

«Cercare di vedere qual è il piano inclinato di questo modo di concepire il diritto penale, e dove porta. A me pare che si passi dallo stato di diritto, allo stato di natura. Si abbatte la sovrastruttura dello stato così come previsto dalla costituzione, e si vuole che la pena sia consegnata come strumento nelle mani delle vittime. E la bilancia, che costituisce uno degli aspetti della giustizia, sia messa da parte, buttata dalla finestra. Perché alle vittime interessa solo la pena più grave e inesorabile, senza riferimenti alla moderazione, all’equilibrio e al bilancino».

Cerchiamo di raccontare il contenuto della sua opera al lettore meno esperto in materia …

«Sostanzialmente un grido d’allarme, per dire che si regredisce a uno stato di natura, in cui si abbattono tutti quei principi della cultura che sono stati consacrati, dall’illuminismo e dalla cultura moderna. Si viene a dire che non conta assolutamente quello che c’è scritto sulla costituzione, sulla personalità della responsabilità penale, sulla necessità di modulare la pena sulla singola persona. Ad esempio nella “spazza corrotti” ci sono delle pene accessorie, perpetue che devono essere applicate, indipendentemente dalla persona: chi ha commesso un reato non avrà più rapporti con la pubblica amministrazione, se è un pubblico ufficiale, non farà più il pubblico ufficiale, e questa durezza, questa inesorabilità che comporta il più vistoso allontanamento dei principi costituzionali».

Quale eredità ci ha lasciato il governo gialloverde?

«Molto pesante, che fa pensare a come tutto l’edificio della nostra costituzione possa ad un certo punto traballare. Credo che i 5 stelle, che oggi sono portatori di queste istanze, debbano fare i conti con la costituzione, e, come è avvenuto recentemente, col pensiero europeo; perché con la decisione riguardante l’ergastolo ostativo, si è capito che noi non possiamo discostarci dal pensiero illuminato dell’europa. E temo che, dopo questo confronto, ne usciranno soccombenti».

Nessun aspetto positivo dunque …

«Per quanto riguarda la giustizia penale, ritengo di no. C’è stata la normativa sulla legittima difesa, che ha costruito la risposta che il proprietario di casa può dare a chi invade il suo spazio abitativo, come un “fai da te” punitivo. Il pensiero di Matteo Salvini andava proprio in questo senso: tu che sei padrone di casa, puoi difenderti come vuoi. Sei nel tuo regno. E in quello spazio non ci può mettere piede nessuno. Questo significa scavalcare l’autorità della polizia, del pubblico ministero, e quella del giudice, tornando alla legge della giungla. In realtà, se si leggono bene le norme, si capisce che al di là dello slogan populista (secondo cui la difesa domiciliare è sempre legittima), sarà sempre consentito ai magistrati entrare a leggere questo comportamento e valutare se non trascende, non oltrepassa dei limiti, che consentono una reazione giustificata».

Per quale ragione il suo libro andrebbe letto?

«Perché apre uno scenario che interessa tutti i cittadini. Mentre da un lato il pensiero populista dice “tu che sei una vittima di reato dovresti reagire come e quando vuoi”, dall’altro il cittadino deve pensare a quale potrebbe essere la sua posizione, qualora venisse accusato ingiustamente, di un fatto di reato. Significa tornare al medioevo, all’arbitrio non dei giudici, ma dei singoli soggetti passivi che hanno subito l’offesa, come se tutto fosse imperniato sulla vendetta. E infatti il mio libro ha al suo centro, l’idea di una giustizia vendicativa, non da promuovere, ma come punto centrale dell’itinerario imboccato dal populismo dilaganteA.

Col nuovo governo, il giallorosso, le cose sono migliorate?

«No. Io che vado spesso in giro, mi sono confrontato con molti esponenti della sinistra, e ne ho tratto l’impressione di una loro timidezza nel rapporto coi 5 stelle. Come se a questo punto, siccome c’è una debolezza politica dei dem, questa debba riflettersi anche nel lasciare spazio libero, in materia di giustizia penale, a prospettive che non sono quelle nostre tradizionali, ma sono quelle che riaffermano la repressione l’incisività, e la ferocia della risposta punitiva. Temo quindi che ci si debba attendere una stagione, in cui sempre più ci si allontanerà dai principi del garantismo. Ed affermo che il populismo è la malattia letale del garantismo».

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di Redazione web