Gioco
Moby Prince, i familiari fanno causa allo Stato
Rispoli: «Non sono morti subito ma il giorno dopo il rogo, l’ha chiarito la commissione d’inchiesta. I ministeri sono responsabili»
LIVORNO. «Chiamiamo in causa lo Stato perché deve riconoscere le proprie responsabilità». Loris Rispoli, fratello di Liana, morta nel rogo del Moby Prince dopo la collisione contro la petroliera Agip, da quell’aprile di 28 anni fa non ha mai mollato. E ora, alla testa del Comitato 140, insieme all’altra organizzazione dei familiari delle vittime nell’apocalisse avvenuta a bordo del traghetto Livorno-Olbia appena partito dal porto, si butta nella nuova battaglia per «chiedere verità e giustizia».
Col supporto dei legali livornesi Stefano Taddia e Paola Bernardo e degli avvocati milanesi Sabrina Peron e Ugo Milazzo (e con l’aiuto del costituzionalista Paolo Carrozza, recentemente scomparso) hanno citato in giudizio lo Stato – nelle figure dei ministri delle infrastrutture e della difesa - in una causa civile perché risarcisca i familiari. Il titolare del dicastero della difesa finisce nel mirino perché da quel ministero dipende la Capitaneria, il ministro delle infrastrutture invece viene individuato come responsabile della sicurezza della navigazione. Rispoli mette sotto tiro soprattutto un aspetto: «I nostri cari non sono affatto morti subito, stando a quanto detto frettolosamente dal processo di primo grado che di fatto è stato un processo senza imputati, come se tutte le colpe potessero essere scaricate su un marinaio di leva di turno in quel momento. Macché subito, sono morti non il 10 aprile bensì l’11 e questo significa che parecchi marittimi e passeggeri avrebbe potuto salvarsi se la macchina dei soccorsi fosse stata efficiente. Finalmente adesso non siamo più solo noi familiari a dirlo: è stata la commissione parlamentare d’inchiesta a fare luce».
Ecco, dunque, perché l’uomo-simbolo della battaglia del Moby sottolinea che questo nuovo round della battaglia legale dei familiari «è la conseguenza del lavoro della commissione d’inchiesta: un momento di verità che non intendiamo assolutamente lasciar cadere nel dimenticatoio».
Non è tutto. Rispoli punta il dito non solo contro l’inadeguatezza dei soccorsi ma anche contro i guai del traghetto Moby Prince: «Semplicemente quel traghetto non doveva viaggiare, non era nelle condizioni di sicurezza per farlo. E questo significa che ha responsabilità anche l’armatore: del resto, non è forse emerso dai lavori della commissione che la società del traghetto e quella della petroliera si erano messe d’accordo su come affrontare i risarcimenti prima ancora che fosse chiaro cos’era accaduto?».
La prima udienza della causa civile intentata dai familiari delle vittime è stato messo in preventivo dal tribunale di Firenze per il 26 marzo. Ma è solo uno dei filoni giudiziari ai quali i familiari delle vittime guardano: «Abbiamo fiducia nel lavoro della Procura di Livorno, che ha riaperto le indagini: sono maturi i tempi per arrivare a un nuovo processo penale che faccia tesoro di quelle verità che la commissione d’inchiesta ha avuto il coraggio di guardare in faccia».
Rispoli segnala che «poche settimane fa» i magistrati livornesi hanno «interrogato di nuovo l’unico sopravvissuto di quella notte, il mozzo Alessio Bertrand, che in tutti questi anni non ha mai cambiato versione insistendo sul fatto che vi erano altri superstiti al momento del suo salvataggio».
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