Il Tirreno

Livorno

Vicarello, c'era un volta il velodromo di legno dove gareggiava Giardengo

Mauro Zucchelli
Vicarello, c'era un volta il velodromo di legno dove gareggiava Giardengo

L’impianto era stato costruito negli anni ’20 appena fuori dall’abitato nei pressi di Case Marcacci dove adesso c’è lo svincolo della Fi-Pi-Li

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VICARELLO. «Vicarello è in fervore come le api nell’alveare, la passione trova uno sbocco pratico, tutti si danno da fare, costruiscono un velodromo interamente in legno; tanti giovani si prodigano chissà con quali biciclette». Così scrive il volume a cura di Alessandro Marchi che rievoca un secolo di storia dell’Us Vicarellese, il sodalizio sportivo nato agli inizi del novembre 1919 che rappresenta un caso unico nella storia sportiva del nostro territorio. Sarà presentato sabato 16 nel pomeriggio alle ore 16,30 in occasione dell’evento organizzato per il centenario dell’associazione nel teatro Marchi e Puccini all’interno del complesso parrocchiale intitolato al prete eroe della Resistenza don Libero Raglianti.

La cosa più sorprendente è la vecchia fotografia che mostra sul circuito vicarellese affollato di spettatori due star del ciclismo dei pionieri: Pietro Linari e soprattutto Costante Girardengo. Il primo, fiorentino, vincitore della Milano-Saremo nel ’24 e l’anno dopo quarto nell’inferno della Parigi-Roubaix è stato anche pistard in competizioni di rango internazionale nelle Sei Giorni (a Milano, a New York, a Stoccarda e a Parigi) nella seconda metà degli anni venti. Il secondo, piemontese di Novi Ligure, uno dei primi campionissimi nell’era prima di Coppi e Bartali (con due Giri d’Italia e sei vittorie alla Milano-Sanremo, vicecampione del mondo nel ’27 e nove volte campione tricolore), poi ct della nazionale di ciclismo ma conosciuto dal grande pubblico anche per l’epopea della sua amicizia con il bandito Sante Pollastri, suo compaesano.

Ce n’è anche un’altra, ancor più bella e evocativa, ed è stata locandina di una iniziativa dell’associazione sportiva: anche in quel caso c’è Girardengo, deve vedersela con Belloni, Bestocchi e Saltarelli. Ciascuno di loro ha al fianco un commissario di gara ed è in attesa di scattare sui pedali.

Non c’è scritta la data di quella foto ma la presenza di Girardengo e Linari la colloca probabilmente verso la fine degli anni venti e racconta quale rilevanza avesse nella mappa del ciclismo di quell’epoca. Proprio negli anni in cui cent’anni fa mandava i primi vagiti questa società che nasceva – ricorda Marchi – per occuparsi di vari sport ma, in un paese di ciclisti com’era Vicarello, «ben presto finì invece per dedicarsi completamente al ciclismo». Non è un caso, dunque, la costruzione del «mitico velodromo in legno nei pressi del Fosso Reale negli anni ’20». E non è un caso che su quella pista corresse una incredibile atleta vicarellese come Ivona Del Bravo, una pioniera del ciclismo “rosa” che meriterebbe di raggiungere la notorietà di quella Alfonsina Strada, che in quegli stessi anni arrivò a gareggiare con i maschi al Giro d’Italia.

Il velodromo vicarellese non c’è più: gli amarcord del paese lo collocano alle spalle di Case Marcacci, nei pressi dello svincolo della superstrada Fi-Pi-Li che ha ridisegnato una striscia del territorio.

«Probabilmente già al tempo della guerra era in declino o in disuso», segnala Stefano Dal Canto, presidente della rinascita dell’Usv (ora guidata da Marco Iacopini): «L’ho chiesto a mio padre e anche lui ne ha un ricordo lontano. Essendo di legno, era facile da smantellare: non sono neanche sicuro che nella pista non vi fossero tratti in terra battuta. La leggenda racconta che alcuni pezzi del nostro velodromo finirono per essere riutilizzati al Vigorelli di Milano». Costruito a metà degli anni ’30 e, dopo le devastazioni belliche con le bombe incendarie, rimesso in piedi nel ’46: chissà se è in questa seconda circostanza che qualcosa dell’impianto di Vicarello è tornata utile nel tempio milanese dello sport (ora riconvertito anche a struttura per il football americano).

Non era una bizzarria isolata, sia chiaro: si pensi al fatto che a neanche una dozzina di chilometri c’era l’analogo impianto di Fornacette, anch’esso teatro delle gesta di Coppi ma anche di pistard di rango come Mario Ghella, Reg Heargraves Harris o Sydney Patterson. Del resto, se Bruce Biddle, ex olimpionico neozelandese di Monaco 72, è venuto dall’altro capo del mondo a metter radici a Vicarello perché «era qui, in questo pezzo di Toscana, il tempio del ciclismo per chiunque avesse passione per questo sport», come disse alla cerimonia con cui la sua patria adottiva, il Comune di Collesalvetti, un paio di anni fa nel 45° anniversario dei Giochi in terra di Baviera gli ha assegnato il bronzo che il comitato olimpico gli negò per una palese ingiustizia dopo la squalifica per doping del terzo classificato.

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di Redazione web