Gioco
Modì, il figlio dimenticato o la quintessenza della livornesità? Viaggio nel Museo della Città
Il sindaco Salvetti: "Venite a vedere, ci sono cose bellissime"
LIVORNO. «Si dai, è quello che faceva i colli lunghi», bisbiglia un biondino che sembra nato a Helsinki, ma sarà sì e no del Pontino. Schierati in orizzontale, come un piccolo plotone, i ragazzini di una scuola elementare aspettano il fatidico taglio del nastro. Poi, sull’attenti, canticchiano l’inno di Mameli col sorriso a 32 denti all’immancabile “poporoppopò” del ritornello.
C’è il sole in piazza del Luogo Pio quando Luca Salvetti apre al pubblico “Modigliani e l’avventura di Montparnasse”. E dopo l’arcobaleno di mercoledì, durante l’anteprima, il segno del cielo diventa benaugurante. D’ora in avanti sarà soprattutto una questione di numeri. 133 le opere esposte, 14 gli oli di Modì con 12 disegni delle collezioni Alexander e Netter, retrospettiva arricchita da illustri rappresentanti della Ecole de Paris come Chaime Soutine, Maurice Utrillo, Suzanne Valadon, Moise Kisling e Andre Derain. Operazione a tre (Comune, Institute Restellini e Fondazione Goldoni) da 1, 2 milioni, valore assicurato delle opere d’arte 540 milioni. Le previsioni – tenendosi bassi – sono di 80. 000 visitatori da qui al 16 febbraio. La giornata inaugurale ha visto circa 400 ingressi (alle 17,30 erano 340). Il boom è atteso in questo fine settimana.
«Venite, questo è un luogo dove vedrete cose bellissime», dice il sindaco rivolto ai bambini. Cose del “più livornese di tutti, un livornese vero che è un lustro per la nostra città”. Non c’è la parola riconciliazione nel vocabolario politico di chi amministra, bensì trapela un orgoglio neppure tanto celato nel celebrare Dedo come un patrimonio assoluto di Livorno. Noi che siamo cresciuti a “pane, ponce e macchiaioli”, noi che raccontiamo a ogni piè sospinto l’arte di Fattori, Ghiglia, Lega, Signorini. Noi che forse, in questi anni, ci siamo dimenticati di questo figlio “emigrato” e mai tornato, perché stroncato da una morte prematura. Noi, ancora scottati dalla beffa delle teste.
«Modigliani? Direi che è quintessenziale», spiega Simone Lenzi, assessore alla cultura che sulla “livornesità” ci ha consegnato un piccolo trattato sociologico che si chiama Lungomai. «Dedo è la quintessenza della livornesità, direi che siamo molto meno livornesi noi di lui. Modigliani rappresenta la storia di questa città, l’incrocio delle culture, l’ebraismo sefardita». Non è rimasto all’ombra dei Quattro Mori come tanti “sprecati”, ma non per questo è meno livornese. «Semplicemente Modigliani era consapevole di chi fosse – dice Lenzi –, e giustamente è andato nel luogo dove poteva esprimersi al meglio e fare quello che sapeva fare, dipingere».
La mostra, però, non è solo Modì, sebbene si resti d’incanto di fronte a capolavori come “La bambina in azzurro”, “Elvira col colletto bianco” e i ritratti in olio delle altre donne care all’artista. Un consiglio per i visitatori. Prima di correre da Modigliani, attraverso i corridoi di tele, fermatevi subito all’inizio, svoltato il primo angolo, ad ammirare Maurice Utrillo. Uno che come Dedo aveva il vizio del bere, cresciuto dalla nonna che per calmarlo dall’epilessia gli dava un bicchiere di rosso. La sua Montmartre è spettacolare, come gli scorci di Rue Marcadet e Place de l’eglise a Montemagny. E non tralasciate Soutine, Kisling, Derain ma perdetevi volentieri nei colori e le luci della Parigi del primo Novecento.
Ieri, dopo l’avvio tiepido alle 10, la mostra ha cominciato a riempirsi. Peccato per la biglietteria “poco segnalata” (sul lato di via Bottini dell’Olio). E qualche antifurto che suona con una insolita frequenza. Le opere, il percorso e l’allestimento valgono il tutto. Semmai i più critici diranno che è una rassegna poco livornese. «Non sono d’accordo – dice ancora Lenzi – in questa Parigi c’è lo sguardo di un artista che è nato, ha studiato, è cresciuto nella nostra città. C’è molto più Livorno di quel che si pensi».
L’opportunità di scoprirlo è tutta qui, tra i corridoi del Museo della Città. –
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