Il Tirreno

Livorno

il ricordo 

Il vescovo: «Pregavo per Ciampi e dentro di me cantavo l’Inno»

Simone Fulciniti
Il vescovo: «Pregavo per Ciampi e dentro di me cantavo l’Inno»

Al cimitero della Misericordia cerimonia in memoria dell’ex presidente livornese I nipoti: «Una carriera partendo dal basso, la sua impresa l’entrata nell’euro»

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Nella ricorrenza dei morti, al cimitero della Misericordia si è svolta una cerimonia davanti alla cappella ove riposa Carlo Azeglio Ciampi, decimo presidente della Repubblica Italiana.

Sono state deposte due corone: quella inviata dal capo dello stato Sergio Mattarela, da due carabinieri in alta uniforme, e quella del comune di Livorno, dalla guardia municipale. «Sono entrato nella cappella e ho pregato - racconta il vescovo Simone Giusti -, ma mi veniva spontaneo cantare l’inno d’Italia, perché Ciampi ha ridato alla nazione l’orgoglio del tricolore, aperto ad una fratellanza universale. Questa è stata la sua miglior conquista. Ed in ordine alla conflittualità risorgente, occorre proprio una capacità di amor patrio, che non sia esclusivo, ma inclusivo con tutti i popoli».

Presenti le autorità, con in testa il sindaco Luca Salvetti, i vertici di Marina, Esercito, Guardia di finanza, membri di associazioni di ex combattenti e alcuni parenti. Pietro Caruso, vice presidente della Provincia, accompagnato da Cinzia Simoni, vice presidente del consiglio comunale, dice: «Si parla di un livornese che ha portato avanti il nome della città in tutto il mondo. Una persona che godeva enorme considerazione. Probabilmente Livorno non vedrà mai più un altro capo dello stato. Ma con immenso orgoglio possiamo dire: noi ce lo abbiamo avuto».

Il consigliere regionale Francesco Gazzetti sfoglia l’album dei ricordi: «Ho ancora nelle nella mente le sue ultime parole da Presidente della repubblica, un discorso che, non a caso, volle fare nella sala del nostro consiglio comunale: rammentava le sue radici, spronava tutti noi a tenere di conto di questa caratteristica che ci rende unici. Un grande europeo, italiano, ma sopratutto livornese».

Il sindaco evidenzia l’importanza della memoria: «Noi abbiamo il dovere di omaggiare tutti i grandi livornesi che hanno saputo segnare qualcosa di significativo nella storia del paese. E nulla può condizionare questo tipo di comportamento. Alcuni, come Ciampi, hanno fatto tanto, sono arrivati al top nel loro percorso professionale, mantenendo stretto il legame con Livorno. Io ricordo benissimo i suoi occhi, ogni qualvolta veniva nella sua città: sprizzavano gioia e soddisfazione. Scendeva alla stazione e si fermava a parlare con certi signori che lo invitavano nel pomeriggio allo stadio; oppure transitava in piazza Cavour, e camminava in via Ricasoli, soddisfatto di essere a casa. Noi dobbiamo evidenziare proprio questi aspetti, oltre alle indubbie qualità di un personaggio che nella politica, e nell’economia ha realizzato qualcosa di significativo».

Visibilmente emozionati i tre nipoti di Carlo Azeglio Ciampi, Pietro, Paolo e Letizia. «Era una persona coerente - spiega Paolo -, non parlava molto, ma quello che diceva lo faceva. Pieno di principi, di valori, quelli che oggi si vedono completamente denigrati».

«Per lui - prosegue - l’impegno più grosso fu quello dell’euro, risanare i conti pubblici per poter essere ammessi in prima battuta, insieme agli altri nove paesi. Fece un’impresa: prima combattendo per mettersi in regola, poi intraprendendo un’azione pubblicitaria che coinvolse tutti gli italiani. Fece scegliere le varie immagini delle monete, per esempio. Nonostante fosse una persona schiva, in quella circostanza si mostrò senza problemi in prima fila».

Paolo sottolinea invece il suo percorso perfetto: «Non ha mai avuto atteggiamenti particolari, sempre normale, anche nelle cose che gli altri ritenevano eccezionali. Ebbe un’ascesa lenta ma costante: entrò in banca con ruoli minori, poi è diventato segretario, vicedirettore, quindi direttore, governatore, presidente del consiglio. Rimase fermo un paio di anni, in quello che ricordiamo come il periodo più sereno della sua vita. E alla fine fu nominato Presidente».

Letizia, professoressa, torna con la mente al giorno dell’elezione. «Ero a scuola, la preside dette alla mia classe il premesso di seguire lo scrutinio alla televisione. Gli alunni erano contentissimi, uno mi disse: ma ora, che lei è la nipote del presidente che fa? Non viene più a scuola? In realtà lo zio non ha mai mosso un dito, neppure per facilitare i figli. Ha voluto che tutti conquistassero le loro carriere».

Ora si attende il fatidico momento in cui al Presidente sarà intitolata la Rotonda d’Ardenza. —

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di Redazione web