Il Tirreno

Livorno

I luoghi / Capolavori di Modigliani sui tovaglioli del Caffé Bardi ma tanti di questi buttati via a fine serata

Simone Fulciniti
Foto tratta da "Il Caffè Bardi di Livorno (1909 - 1921) le arti all'incontro"
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Foto tratta da "Il Caffè Bardi di Livorno (1909 - 1921) le arti all'incontro"

La storia dei disegni realizzati da Amedeo Modigliani sui tavoli. A raccontarla è il critico d’arte Michele Pierleoni

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«Sono certo che tante opere improvvisate al Caffé Bardi, sui tovaglioli o sul cartone da torte, sono andate perdute. Nessuno, allora, poteva immaginare che uno ‘schizzo’ di Modigliani cento anni dopo avrebbe avuto un valore inestimabile; quindi a fine serata, quel che rimaneva sui tavoli veniva cestinato senza pensarci troppo. Ma da quel poco, miracolosamente salvato, come il famoso ritratto di Sommati, si nota la grande differenza tra Amedeo e gli altri pittori». Così introduce l’argomento lo storico e critico d’arte Michele Pierleoni della galleria ‘Athena’. Ora sta curando una bellissima esposizione dedicata a Nedo Luschi. Ma questa è un’altra storia, qui l’argomento è Amedeo Modigliani e i luoghi labronici che lo hanno visto protagonista. E lo storico caffè di piazza Cavour, è senza dubbi uno di questi. «C’è , per esempio, - racconta Pierleoni - un tondo di cartone, che probabilmente supportava una torta, su cui Mario Puccini realizza un disegno in chiaro scuro, assai strutturato. Il disegno di Dedo invece mostra un senso differente . Lui va all’essenza, alla sintesi; in sintonia con lo stile di Picasso, e di Parigi».

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La storia del locale, è intensa ma fulminea. «Nacque nel 1909, e non nel 1908 come erroneamente riporta la targa in memoria. E terminò la sua attività nel 1921, anno in cui il palazzo fu acquistato dal Banco di Roma . Ebbe vita molto breve. Tuttavia, favorito dal proprietario, Ugo Bardi, diventò ben presto un luogo di aggregazione di artisti: non solo pittori, ma di ogni genere, una sorta di circolo di ritrovo culturale livornese». In questo contesto si mosse anche il giovane Amedeo, nei famosi interludi labronici.

«Ma fino ad un certo punto - continua Pierleoni - , perché quella di Amedeo con Livorno è una storia di tangenza: quando arriva, non si mette a dipingere il porto, le tamerici o i tramonti. Vive altre emozioni. Porta avanti una ricerca personale: è il periodo della scultura, una fase che vive in solitudine. Il suo genio non è compreso. Non conta l’aneddoto in questi casi, bensì il fatto che nessuno si accorga di questa Ferrari in mezzo alle utilitarie. Solo il tempo gli ha reso giustizia».

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Gli anni in cui opera il Caffè Bardi sono pirotecnici. «Parliamo di una Livorno molto diversa: ci sono tanti teatri, l’opera lirica, i veglioni, i circhi. La Livorno che narra Natali, una città che si diverte. Tante belle feste ai Pancaldi, alle Terme del Corallo. Ma è anche una città con sfaccettature più cupe, la Livorno degli accoltellamenti: durante i miei studi ho potuto approfondire quest’aspetto. Alcuni quartieri sono paragonabili al Far west con omicidi all’ordine del giorno. Ritengo poco probabile, ad esempio, che i signori di Ardenza frequentassero via Santa Barbara o via San Francesco, le zone dei ‘casini’. Anni in cui i 'veneziani' non escono dalla Venezia, La presenza in molte chiese del quadro della Madonna di Montenero, illustra bene quest’aspetto. Andare al 'sacro colle' è considerato un viaggio: più comodo averci l’immagine sacra a portata di mano».

Ai tavoli del caffè, tra fumi ed assenzio, trascorrono le ore. «Le varie vicissitudini personali, si riverberano - spiega Pierleoni - c’è chi condivide la propria esperienza del momento, e qualcuno prova a vendere qualcosa. Opere grafiche, per esempio, che si acquistano a costi minori rispetto ai dipinti. E quando giunge l’estate, le sale si svuotano: tutti si spostano negli stabilimenti balneari». Però, non dobbiamo dimenticare che il Bardi era essenzialmente un luogo di ristoro. «Da una vecchia rivista dell’epoca - conclude lo storico - si evince quale fosse la specialità della casa: ‘la cassata’. Ovviamente non quella siciliana, bensì quella labronica, con un perimetro in gustoso marzapane e al centro una buona quantità di gelato. Tutti ne andavano matti».

E fu Gastone Razzaguta, nel suo libro ‘Virtù degli artisti labronici’, a regalarci un breve ritratto di Modigliani che arriva al caffè. «Aveva il viso tondeggiante - si legge - la testa rasata come quella d’un evaso, sì e no coperta da un berretto cui era stata strappata la visiera, giacchetta di tela, camicioletta scollata, pantaloni tenuti da una funicella legata alla vita e, ai piedi le spardegne. Altro paio di spardegne gli ciondolavano in mano. Disse di essere tornato a Livorno per l’amore della torta di ceci e di quella economica calzatura. Poi soggiunse: “Si beve? E chiese un assenzio”». —
 

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di Redazione web