Il Tirreno

Livorno

i conti della compagnia 

Moby, al lavoro per rimettere in ordine i conti

Mauro Zucchelli
Moby, al lavoro per rimettere in ordine i conti

Niente fallimento né commissario ma gli Onorato puntano non al concordato bensì alla ristrutturazione del debito  

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LIVORNO. «Non abbiamo alcuna intenzione di puntare sul concordato, non abbiamo dato mandato né a Enrico Laghi né ad altri: questa non è la strada che vogliamo percorrere». Parola di Achille Onorato, amministratore delegato di Moby: fonti interne al quartier generale della compagnia della Balena Blu riferiscono che il numero uno l’ha detto parlando con i più stretti collaboratori dopo che sul “Messaggero” era stata pubblicata l’indiscrezione relativa all’incarico di advisor – in vista del concordato – da affidare al prof romano, classe’69 e curriculum lungo come la Divina Commedia, incluso il ruolo di commissario straordinario prima dell’Ilva e poi dell’Alitalia.

Il giallo dopo l’alt

Ad alimentare il giallo era stato anche qualcos’altro: ad esempio, il primissimo lancio Ansa – poi corretto – sullo stop all’ipotesi di fallimento che, illustrando l’invito del tribunale ad accedere a una procedura di “crisi minore”, era stata accompagnata dall’accenno giornalistico a scenari «come il concordato preventivo o l’accordo per la ristrutturazione del debito». C’è di vero che per il giudice fallimentare «attualmente» non esiste «alcuno stato di insolvenza»: tiene a ribadire però il rischio «in futuro (tra circa un anno) di una crisi concreta».

A dirla tutta, erano forse più aspettative di mercato che intenzioni vere e proprie del gruppo, anche se va rilevato che al di là di una certa soglia nell’andamento dei conti le volontà e le attese sono solo uno degli ingredienti, e magari nemmeno il più importante.

Al tirar delle somme, l’orizzonte in cui si muove la compagnia di navigazione sembra la ristrutturazione del debito. Resta da capire se e quanto inizierà la trattativa al riguardo, se e quali margini ci sono per arrivare a qualcosa di concreto prima che la situazione si avviti in una girandola di guai che riguarderebbero da vicino anche Livorno, dove il gruppo ha uno dei centri nevralgici.

I segnali degli Onorato

È arduo escludere tassativamente il concordato : potrebbe essere il “piano B” o forse “C” nel caso che l’ipotesi della ristrutturazione finisca sugli scogli. In effetti, non si può proprio dire che dagli Onorato siano stati lanciati segnali di una sorta di accettazione della diminuzione della propria “sovranità”, della propria capacità decisionale all’interno dell’azienda fondata dal patriarca che porta lo stesso nome del nipote ora in sella come amministratore delegato. Al contrario, uno degli ultimi post di Vincenzo Onorato sulla propria pagina social è una richiesta di tutela delle imprese italiane rispetto alle scorrerie giudiziarie di fondi internazionali (poi difficili da contrattaccare perché schermati dal fatto di avere il campo base in paradisi fiscali).

Niente commissario

Del resto, la decisione del tribunale fallimentare di Milano ha sì ricordato a Moby l’esigenza indifferibile di intervenire sui conti eppure, al tempo stesso, ha lasciato nel cassetto un’altra delle aspettative coltivate da settori del mercato che, come segnalato dagli autorevoli osservatori del sito specializzato Meditelegraph una settimana prima del provvedimento dei giudici, immaginavano come possibile l’affidamento a un commissario.

Cosa dice il tribunale

Non è stato così, e dunque gli Onorato sono in sella a tutti gli effetti nella compagnia di navigazione. Però il tribunale milanese è stato perentorio nel suonare tutte le possibili sirene d’allarme sui conti del gruppo: non potrebbe esserci richiamo più forte alle responsabilità specifiche sia degli amministratori sia del collegio sindacale anche solo lasciando correre: «soprattutto ora che le condotte denunciate, di evidente conflitto di interessi in cui opera l’amministratore, di operazioni con società correlate, prive di serie garanzie di restituzione dei finanziamenti, sono state portate alla luce», dice senza giri di parole il tribunale.

Insolvente no, ma...

Il giudice relatore della sentenza è uno tra i principali esperti di fallimentare in Italia ed è stato il tribunale a richiamare l’azienda con toni che difficilmente potranno essere ignorati. L’ha fatto non spossessando la proprietà bensì mettendola di fronte a responsabilità forti. Ad esempio, dopo aver respinto lo scenario d’insolvenza prospettica tiene a ribadire che «è evidente però che il gruppo (e non solo Moby) avrebbe necessità di monitoraggio e di ricorrere a strumenti di superamento di una crisi che in prospettiva ha caratteristiche importanti e che potrebbero divenire molto gravi». Anche perché «i margini operativi nascenti dal core business della società – viene segnalato – tendono a ridursi costantemente». Visto che è difficilmente percorribile l’idea di far crescere i ricavi facendo leva parecchio sul rialzo delle tariffe (il mercato è assai sensibile alla concorrenza sui prezzi), la reazione è stata finora quella di vendere le navi migliori «per contrastare la carenza di liquidità» e far fronte alle banche.

I traghetti più vecchi

Il riferimento è al fatto che le più moderne navi di Moby – la Aki nella foto in alto) e la Wonder, datata 2001 l’una e 2005 l’altra – sono state cedute ai danesi di Dfds ricevendo due traghetti vecchiotti (sulle chiglie più di trent’anni per i mari) e, cosa tutt’altro che secondaria, una iniezione di 70 milioni di euro che hanno rianimato i conti della società.

L’esposizione del gruppo è principalmente nei confronti di Unicredit: notizie di stampa allargano il ventaglio degli istituti bancari a Intesa San Paolo, Banco Bpm, Ubi e Monte Paschi. Non dev’essere senza motivo se lo stato maggiore di Moby mette in mostra l’ “Oscar” di settore (Business International Finance Award 2016) per «l’innovativa operazione di rifinanziamento conclusa»: in realtà, era già qualcosa di paragonabile a una ristrutturazione dell’indebitamento. —


 

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