Il Tirreno

Livorno

I RETROSCENA SECONDO CATUREGLI 

«Burla? Eravamo in mezzo alla guerra per conquistare il controllo dei falsi»

M.Z.

Tutti in preda alla “febbre”: «Portano via la testa», scatta l’assedio all’auto pisana

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dietro le quinte

«Me lo chiese la Capitaneria: ingegnere, è proprio sicuro che le spallette dei fossi non verranno danneggiate dalla ricerca delle sculture di Modì sul fondo del canale? Una bischerata, se i calcoli li facevi con i criteri normali. Ma io, giovane ingegnere, mi sbagliavo: non avevo messo nel conto le tonnellate di “serpenti” che avrebbero pesato su questa vicenda. Mi domando ora se non avrei fatto meglio a prendere al volo questa scusa, per quanto scombiccherata: i “serpenti” non ci avrebbero schiacciato. E noi livornesi non ci saremmo ritrovati appiccata addosso questa strampalata etichetta di burloni che non ci appartiene: semmai ironici e dissacranti (anche verso la nostra città, guai però a chi ce la tocca). Ma è un’altra cosa». Era 35 anni fa e Michele Caturegli aveva 35 anni, la stessa età in cui morì Modigliani. Nell’operazione recupero delle sculture nel Fosso reale c’entra perché era l’ingegnere del Comune che si stava occupando (anche) del risanamento igienico degli antichi canali medicei per un progetto-novità: che avrebbe rimesso in circolo le acque, ormai stagnati e dotato di una nuova rete di fogne la città.

I “serpenti”, chi? «Fuor di metafora, mi accorgerò solo troppo tardi di esser finito nel mezzo del campo di battaglia fra gruppi che si contendono il controllo degli “expertise” in base ai quali un’opera viene attribuita a Modigliani. Lì si muovono un’infinità di loschi soggetti che lavorano solo per costruire dei falsi, che piano piano raggiungono sul mercato cifre da capogiro».

L’ingegner Caturegli scuote la testa: a quel tempo il Comune gli aveva messo nelle mani la patata bollente dell’operazione: da allora le sue ragioni se le è tenute per sé. Come un ovosodo in gola che non va né su né giù.

Inutile dire che la capacità di vedersi riconosciuti come i certificatori dell’autenticità di un Modigliani vale un’enormità: nelle aste internazionali degli ultimi 15 anni i capolavori di Modì sono stati aggiudicati per una cifra complessiva di 707,5 milioni di dollari solo guardando ai dieci più pagati. L’equivalente del fatturato di un grande marchio come Dolce & Gabbana.

«Ciascuno di questi gruppi – dice – punta a costruire eventi che accreditino il proprio buon nome e dia un solido curriculum di mostre ai propri quadri e, al tempo stesso, screditi come falsi le iniziative altrui per sporcare la credibilità dei gruppi rivali».

Le avvisaglie c’erano già prima che la prima (falsa) testa di Modì uscisse dal fosso. «In Spagna c’era stata una mostra che un ministro dc voleva portare nel suo collegio elettorale: Dario Durbé gli sbarrò il passo perché riteneva ci fossero dei falsi ma, mentre lui era in missione all’estero, arrivò lo stesso l’ok dei suoi funzionari. Un putiferio ma è stato solo il primo round di una guerra: forse è stata solo una coincidenza ma la mostra curata da Durbé a Livorno venne contestata da persone legate a chi aveva detto sì alla mostra spagnola». Di più: «C’era stata la richiesta degli Archivi legali Modigliani, guidata dalla figlia del pittore, Jeanne, di inserirsi nel gruppo che organizzava la mostra livornese: di nuovo era stato Durbé a stopparla perché non si fidava».

Si fa presto a dire “beffa”: Caturegli non crede granché alla storia innocente dello sberleffo contro il “re” (i critici accademici) finalmente “nudo”. La burla è uno scherzo fatto ai danni di qualcuno per mostrarne difetti o eccessi, ma senza cattiveria né scopo di lucro. Poteva essere nata così anche quella dei ragazzi del Black&Decker, ma la successiva gestione di tempi e modalità della rivelazione destano dubbi. La fanno in quattro ma poi compaiono sempre in tre. Perché? La gestione delle rivelazioni: uno dei ragazzi non doveva essere d’accordo, se è vero che si presenterà all’avvocato Uccelli per raccontare la sua versione e poi rifuggirà sempre i riflettori. Dai palcoscenici, tv, rotocalchi e quant’altro non sono rifuggiti gli altri. Burla forse, innocente no».

C’è anche dell’altro: le teste-provocazione la fa Angelo Froglia (di sua iniziativa o su richiesta di qualcuno, parte in causa nelle lotte in corso?) ma prima – aggiunge – qualcuno si era rivolto allo scultore Vaccari. «Disse che si era rifiutato perché non voleva aver niente a che fare con quella storia. E torno a chiedermi: come mai, se era solo uno scherzo?».

Da non dimenticare che «qualche tempo più tardi Froglia lo troveranno morto, credo per overdose, così come Jeanne Modigliani morirà a Parigi, in circostanze misteriose, poche ore prima di venire a Livorno». Ad aggiungere giallo a giallo ci penserà Nino Filastò nella doppia veste di avvocato e di scrittore di gialli: nelle aule di giustizia si è occupato di grandi casi come i delitti del mostro di Firenze e la strage del Moby Prince ma anche del caso Modigliani: difficile resistere alla tentazione di vedere nel giallo Mondadori del ’97 un romanzo a chiave in cui dietro la fiction c’è ben altro…

A proposito di “serpenti”, però, ce n’è anche un altro su quelle spallette. Ed è una metafora fino a un certo punto: col passare dei giorni la “febbre” contagia tanta gente, non esistono né smartphone né Facebook ma ci vuole un attimo perché si diffonda la notizia del ritrovamento della prima testa. Il traffico impazzisce per l’oceano di persone che si accalca sulle spallette.

La riprova di quell’atmosfera sta tutta in un episodio che Caturegli ha scolpito nella memoria. «È stata appena ripescata la seconda testa, sugli scali del mercato c’è un gran bailamme. Decidiamo di portarla a Villa Maria: è lì che c’è la mostra, è lì che gli esperti possono visionarla. Andiamo con l’auto del geometra della ditta Pacini, incaricata di dragare il fosso». Ma non hanno fatto attenzione a un dettaglio: allora le targhe avevano la sigla della provincia e quella era targata “Pi”. «“La vogliono portare a Pisa! Ce la vogliono rubare!”. Ci ritroviamo inseguiti, accerchiati, assediati da un nugolo di motorini che vogliono impedire il “rapimento” di quella pietra che, senza neanche averla vista, era stata proclamata “nostra”: simbolo dell’identità labronica perché creata dal genio di un artista livornese. In realtà, eravamo diretti a Villa Maria: ma quell’istante aveva reso bene il clima in cui ci muovevamo».

Poi il 9 agosto ecco una terza testa: «Noi livornesi ci sentivamo al centro dell’universo, arrivavano qui da mezzo mondo: consacrati superstar da quelle pietre. Ve la immaginate la pressione con cui il prof. Franzini fu costretto a fare i test scientifici in vista del catalogo? Non gli dettero il tempo sufficiente e si fece tirar per la giacca per accettare una compatibilità senza aver la possibilità di completare le analisi scientifiche: bastò per rovinargli la carriera». —

M.Z.

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di Redazione web