Gioco
I luoghi / Col nonno lungo i fossi. L’inedito Dedo innamorato della sua città
Dal regista Luca Dal Canto un nuovo ritratto dell’artista istruito dal nonno Isacco durante le passeggiate lungo i Fossi
LIVORNO. È il 1890 circa. Il nonno è un uomo impettito con una lunga barba bianca, il nipote un ragazzino di sei anni, vivace, dallo sguardo molto intelligente. Capita sovente di vederli passeggiare per il centro città, e lungo i fossi, mano nella mano: il vecchio parla con grande trasporto, come se raccontasse delle vicende lontane nel tempo; il bambino ascolta estasiato, la sua mente è percorsa dalla belle narrazioni, e, come una spugna, immagazzina tutto il sapere che gli viene trasferito. È così che Isacco Garsin e suo nipote Amedeo Modigliani passeggiavano in quel percorso tanto semplice quanto straordinario che tutti i biografi rammentano nei loro lavori. Tra questi c’è anche il regista e fotografo Luca Dal Canto, che nel 2014, ha dato alle stampe il libro catalogo ‘I Luoghi di Modigliani, tra Livorno e Parigi’, edito da Erasmo Edizioni. Un lavoro che , abbinato ad una mostra assai suggestiva dopo il debutto labronico, ha cominciato un tour che vivrà la sua ultima tappa nel 2020 con un’esposizione speciale proprio a Parigi. Un lavoro che, tra l’altro, ci dona anche un ritratto del grande artista molto diverso da quello che comunemente si conosce.
«I fossi reali - spiega Dal Canto - sono uno dei luoghi più importanti nella vita di Modigliani perché palcoscenico speciale del suo incredibile, affettuoso, quasi magico rapporto con il nonno materno. Un nonno che lui ha vissuto poco ma in maniera intensa: addirittura lo stesso Modigliani, tempo dopo a Parigi dirà che gran parte della sua cultura, delle sue conoscenze storiche e filosofiche furono determinate da lui». Isacco era francese, di religione ebraica, sapeva molte lingue, aveva vissuto anche in Spagna. «Partivano insieme dalla casa di via Roma - spiega Dal Canto - arrivavano al porto mediceo dopo aver svoltato in piazza Cavour e percorso il lato sinistro dei fossi». Una zona un po’ diversa da oggi. «Sopratutto vicino al mare - prosegue il regista-, era tutta vicoli e stradine: una vecchia Livorno, poi ricostruita completamente nel dopo guerra. Passeggiate che fungevano da vere e proprie lezioni, ove Dedo ebbe in sostanza la sua prima vera formazione». A Parigi, infatti, Amedeo era soprannominato ‘il filosofo’, proprio per la cultura che il nonno gli aveva trasmesso. «Le mie indagini sulla vita di Modigliani - sottolinea Dal Canto - le ho improntate al analizzando il personaggio da un punto di vista umano, soffermandomi sui rapporti con la famiglia e con gli amici. Superare insomma il lato artistico, cercando di capire che tipo fosse nella vita di tutti i giorni».
Ne esce un profilo piuttosto inedito. «Era un uomo assolutamente positivo, il contrario a come spesso lo fanno apparire - spiega - generoso altruista, sempre sorridente, nonostante le sofferenze interne dovute alla malattia, al fatto che la sua arte non fosse ancora riconosciuta, e alla lontananza dalla sua città. Non era assolutamente l’ubriacone, il maledetto, che in molti hanno raccontato. Inoltre aveva l’idea di tornare a Livorno, portando con se la famiglia. Un progetto che purtroppo non potè realizzare. Questo aspetto lo ritengo fondamentale, è tipico di noi livornesi: quando siamo fuori a lavorare in posti magari più belli e stimolanti, avvertiamo forte la mancanza della nostra città. Una sensazione nostalgica, con cui conviveva. Si tende a considerare la sua ‘livornesità’ sopita durante gli anni parigini; in realtà era molto viva». Amore verso la sua città, certo, ma anche odio. “Gli mancava quando era fuori, ma le due volte in cui è tornato (1909-1913), ebbe epici scontri con gli amici: bigotti da un punto artistico e vecchi da un punto di vista creativo; non capivano la sua arte e lo prendevano in giro. E di questo Dedo, inutile nasconderlo, ne soffrì molto».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
