Gioco
Il quasi-scudetto del Livorno che nessuno ricorda più
Non c'è solo la beffa nel campionato 1942-43 con il gol di Valentino Mazzola che a 4' dalla fine del campionato toglie lo scudetto al Livorno. A giugno saranno cent'anni dallo scudetto sfiorato contro l'Inter nella finalissima persa per 3-2 in dieci. Il racconto di Ardemagni (Caterpillar)
LIVORNO. Altro che lo scudetto scucito in extremis dalle maglie del Livorno di Stua e Raccis sotto la guida di mister Ivo Fiorentini a fine aprile ‘43, pochi giorni prima del più devastante bombardamento alleato, con Valentino Mazzola che segna a Bari il gol che dà il primato al Torino Fiat a quattro minuti dalla fine: la beffa dopo aver condotto il campionato in testa dalla prima alla 26.ma giornata. C’è voluto un poeta ludico-surreale milanese come Marco Ardemagni, arcinota voce radiofonica di Caterpillar, per rispolverare il quasi-scudetto del Livorno nel ’20 con la squadra trainata da un giovanissimo Mario Magnozzi, che diventerà la bandiera – anzi, il “motorino” - del Livorno per un decennio intero.
E' il Livorno che prima di avere lo stadio di adesso gioca a Villa Chayes, come ricordava Carlo Azeglio Ciampi, gran tifoso amaranto. La società del calcio labronico è appena nata dall’alleanza fra la Virtus Juventusque e la Spes Livorno: nel ’15, tre mesi prima dell’entrata dell’Italia nella Grande Guerra. Poi il campionato ha lo stop per via del conflitto mondiale ed ecco che, praticamente in questa sorta di debutto posticipato per cause belliche, la squadra che a parte Magnozzi superstar aveva nei suoi ranghi i fratelli Innocenti (Athos, Gontrano e Gastone), i due Jacoponi (Gino in attacco e Bruno in porta) così come l'accoppiata dei Bargagna (Tindaro e Spartaco), e poi Attilio e Innocente Fresia ma anche Gino Collaveri, Renato Nigiotti, solo per citarne alcuni. Ma erano tempi pionieristici se è vero che della prima partita sul campo del Prato si sa solo che il Livorno stravinse per 6-0 ma nessuno si prese la briga di trascrivere chi aveva fatto gol…
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Era il 20 giugno di 99 anni fa: fra qualche mese sarebbe bello – afferma il conduttore radiofonico – inventare qualcosa per celebrare il centenario di quel giorno che credo sia stato straordinario per Livorno. Quanto il 25 aprile ’43 quando il Livorno ha perso lo scudetto per gol a una manciata di minuti dalla fine del campionato. Quanto il 27 maggio 1989, data di gara 5 della sfida scudetto, anche in quel caso contro una corazzata milanese ma nel basket: parliamo di Enichem-Philips con lo scudetto che prende la via di Milano per un canestro di Andrea Forti su assist di Alessandro Fantozzi a fil di sirena ma non convalidato perché ritenuto dagli arbitri fatto a tempo scaduto.
«Il campionato di calcio del 1919-20 era diverso da quello attuale, - racconta Ardemagni al Tirreno - quello vero riguardava gli squadroni del nord: nel resto d’Italia si arrivava sì a selezionare la finalista per lo scudetto nazionale, ma non c’era gara. Quell’anno era l’Inter la finalista del campionato del nord, l’altro girone venne vinto dal Livorno. Tutti si aspettavano un risultato tennistico e in effetti il primo tempo finì sul 3-0 per la squadra milanese. Ma nella ripresa, sul campo di Bologna, il Livorno costretto in dieci da un infortunio, trovò l’energia per segnare due gol negli ultimi minuti, uno lo fece il grande Magnozzi. Era la prima volta che qualcuno aveva insidiato lo strapotere del calcio nordista, l’aveva fatto il Livorno».
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Tutte cose che potremmo trovare sui preziosi libri che Mario Di Luca ha dedicato alla storia amaranto - una miniera di notizie e di passione - ma rimaste in ombra nell’immaginario collettivo. È questa una delle storie che Matteo Caccia, gran talento di raccontastorie (soprattutto via radio), ha portato sul palcoscenico del festival sull’umorismo. Diversamente da quanto fa di solito e da quanto aveva fatto sullo stesso palcoscenico in passato, Caccia ha fatto il raccoglitore di storie e ha fatto spazio al protagonista di ciascuna di esse: le hanno raccontate, sulla scena insieme all’assessore Simone Lenzi, una sfilza di persone note e meno note: Marco Voleri, Filippo Quilghini, Raffaele Palumbo, Stefano Busoni e Cecilia Resio. Oltre al citato Ardemagni.
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