Gioco
A Caccia di storie da raccontare
Al festival "Il senso del ridicolo" di Livorno lo story-teller Matteo Caccia ha portato sul palcoscenico una sfilza di storie labroniche. Dalla voce dei protagonisti
LIVORNO. Matteo Caccia, talent scout di storie da raccontare, stavolta ha portatao sul palcoscenico del festival di Stefano Bartezzaghi direttamente chi aveva da raccontare una storia legata a Livorno: come Marco Voleri, Filippo Quilghini, Raffaele Palumbo, Stefano Busoni e Cecilia Resio, oltre a Ardemagni.
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Voleri, cantante lirico assai conosciuto, ha rievocato un episodio all’interno del lunghissimo corridoio di un aeroporto portoghese deserto nel cuore della notte. Dall’altro capo del tunnel, sente un grido: «Boia, ma te sei quello dell’aula blu?». «Ero in arrivo da Johannesburg, forse anche un po’ frastornato, sentivo la cadenza livornese ma non capivo cos’era questa storia dell’aula blu. Poi un flash: stava parlando dell’asilo. Dopo mille anni, in un posto chissà dove nella notte. Ecco cos’è Livorno».
Per Cecilia Resio, livornese trapiantata a Parigi per 17 anni, poi ritornata, la storia è un’odissea burocratica: riguarda il permesso Ztl. «Quasi una esperienza mistica», dice. Che fa il paio solo con «l’incredulità e poco meno dello sgomento di chi ti compatisce perché non vede proprio il motivo di andarsene a vivere a Parigi».
Stefano Busoni torna con la memoria a un episodio di qualche tempo fa: «Quando un ladro è entrato di notte in casa nostra: si faceva luce con l’accendino. I miei genitori sono spaventati sì ma non ci sono state conseguenze. L’abbiamo poi consegnato alle forze dell’ordine».
Filippo Quilghini parla dei livornesi ma non da livornese: lo fa da follonichese. «Cioè da un toscano che sente questo mito della livornesità. E’ un po’ come al rivisitazione di un americano a Roma: solo che io sono un toscano a Livorno».
Raffaele Palumbo invece torna con la memoria alla figura della Compagnia portuali quand’era potente, negli anni ’80: l’episodio riguardava un portuale che era andato a chiedere un prestito in banca. «Guadagnava un milione e 200 al mese, ma un milione e 100 l’aveva già impegnato per le rate di una serie di prestiti: inizialmente glielo rifiutarono, rispose che in realtà lui ce la faceva a pagare perché le quote le saldava con i soldi di parenti vari. Era la Compagnia, insomma, a garantire: come una mamma». E i figli cos’hanno imparato? «A non aver consapevolezza del denaro. Meglio disoccupato all’Ardenza che ingegnere a Milano? Non c’entrano né l’Ardenza né Milano: c’entra che comunque, anche da disoccupato, ce la facevi a sbarcare il lunario perché svoltavi in qualche modo la giornata. E allora perché affannarsi a lavorare...».
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