Gioco
Migranti, Vinciguerra al lavoro sulla scultura che farà il giro d’Italia
Un progetto nato in contemporanea con quello del Papa mostrato in S. Pietro: in campo Anppia e Fondazione Lepori
LIVORNO. La prua di una nave, sette scalini che rappresentano i sette giorni della creazione ma anche le sette opere di misericordia e i sette sacramenti: un’opera di grande formato, tre metri per sei, da esporre forse in piazza Grande, forse in altri spazi-chiave della città. E come ultimo atto creativo la scritta “Inveni portum”, a caccia di un approdo sicuro: è l’ultimo progetto di Antonio Vinciguerra, scultore livornese appena reduce dalla mostra personale che l’Anppia gli ha appena dedicato a Torino.
Ma se Vinciguerra apre le porte del capannone all’interno del quale sta realizzando il progetto per conto della Fondazione Giobatta Lepori e dell’associazione antifascista Anppia, è perché le cronache vaticane hanno portato sotto i riflettori il progetto simile mostrato da papa Francesco in piazza San Pietro.
«Appena ho sentito la notizia – confessa Vincguerra – sono rimasto commosso: io e il Papa abbiamo avuto la stessa idea, lui come scelta evangelica sulle orme di Cristo e io da artista ho lavorato sulla stessa traccia, benché con una scala dimensionale differente. L’ho fatto contando sulla collaborazione di Renzo Manteri, amico e collega».
Al centro dell’attenzione sono le terribili storie dei migranti a caccia di un futuro: è per questo – aggiunge Vinciguerra – che sto puntando sulla scelta di materiali poveri, ad esempio per simulare le acque del mare sto immaginando una soluzione con la plastica dei sacchi di spazzatura mossi dal vento: un richiamo alla logica del rifiuto ma anche all’overdose di plastica che invade le nostre vite».
C’è anche un altro punto di contatto fra il progetto di Vinciguerra per Fondazione Lepori-Anppia e quello dell’artista canadese Timothy Shamalz, che raffigura una zattera che ha a bordo 140 migranti appartenenti a differenti provenienze sia nel tempo che nella geografia (ebrei dei lager nazisti, indigeni latinoamericani, profughi africani in fuga da fame e guerre). Il punto di contatto è il fatto che entrambe le opere d’arte sono destinate a viaggiare: «È giusto che la mia prua parta da Livorno che è un grande porto. Magari forse il viaggio lo farà verso terra anziché verso mare: di piazza in piazza, per sensibilizzare all’esigenza di restare umani». —
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