Gioco
Caccia alle storie «Il Livorno nel ’20 sfiorò lo scudetto contro l’Inter»
Il puzzle di vicende labroniche portate sul palcoscenico del festival dalle narrazioni di Voleri, Resio, Busoni, Palumbo, Voleri e Quilghini
LIVORNO. Altro che lo scudetto scucito in extremis dalle maglie amaranto a fine aprile ’43, pochi giorni prima del più devastante bombardamento alleato, con Valentino Mazzola che segna a Bari il gol che dà il primato al Torino Fiat a quattro minuti dalla fine. C’è voluto un poeta ludico-surreale milanese come Marco Ardemagni, arcinota voce radiofonica di Caterpillar, per rispolverare il quasi-scudetto del Livorno nel ’20.
«Il campionato era diverso da quello attuale, – racconta Ardemagni – quello vero riguardava gli squadroni del nord: nel resto d’Italia si arrivava sì a selezionare la finalista per lo scudetto nazionale, ma non c’era gara. Quell’anno era l’Inter la finalista del campionato del nord, l’altro girone venne vinto dal Livorno. Tutti si aspettavano un risultato tennistico e in effetti il primo tempo finì sul 3-0 per la squadra milanese. Ma nella ripresa, sul campo di Bologna, il Livorno costretto in dieci da un infortunio, trovò l’energia per segnare due gol negli ultimi minuti, uno lo fece il grande Magnozzi. Era la prima volta che qualcuno aveva insidiato lo strapotere del calcio nordista, l’aveva fatto il Livorno».
Tutte cose che potremmo trovare sui preziosi libri che Mario Di Luca ha dedicato alla storia amaranto – una miniera di notizie e di passione – ma rimaste in ombra nell’immaginario collettivo. È questa una delle storie che Matteo Caccia, gran talento di raccontastorie (soprattutto via radio), ha portato sul palcoscenico del festival sull’umorismo. Diversamente da quanto fa di solito e da quanto aveva fatto sullo stesso palcoscenico in passato, Caccia ha fatto il raccoglitore di storie e ha fatto spazio al protagonista di ciascuna di esse: le hanno raccontate, sulla scena insieme all’assessore Simone Lenzi, una sfilza di persone note e meno note: Marco Voleri, Filippo Quilghini, Raffaele Palumbo, Stefano Busoni e Cecilia Resio. Oltre al citato Ardemagni.
Voleri, cantante lirico assai conosciuto, ha rievocato un episodio all’interno del lunghissimo corridoio di un aeroporto portoghese deserto nel cuore della notte. Dall’altro capo del tunnel, sente un grido: «Boia, ma te sei quello dell’aula blu?». «Ero in arrivo da Johannesburg, forse anche un po’ frastornato, sentivo la cadenza livornese ma non capivo cos’era questa storia dell’aula blu. Poi un flash: stava parlando dell’asilo. Dopo mille anni, in un posto chissà dove nella notte. Ecco cos’è Livorno».
Per Cecilia Resio, livornese trapiantata a Parigi per 17 anni, poi ritornata, la storia è un’odissea burocratica: riguarda il permesso Ztl. «Quasi una esperienza mistica», dice. Che fa il paio solo con «l’incredulità e poco meno dello sgomento di chi ti compatisce perché non vede proprio il motivo di andarsene a vivere a Parigi».
Stefano Busoni torna con la memoria a un episodio di qualche tempo fa: «Quando un ladro è entrato di notte in casa nostra: si faceva luce con l’accendino. I miei genitori sono spaventati sì ma non ci sono state conseguenze. L’abbiamo poi consegnato alle forze dell’ordine».
Filippo Quilghini parla dei livornesi ma non da livornese: lo fa da follonichese. «Cioè da un toscano che sente questo mito della livornesità. E’ un po’ come al rivisitazione di un americano a Roma: solo che io sono un toscano a Livorno».
Raffaele Palumbo invece torna con la memoria alla figura della Compagnia portuali quand’era potente, negli anni ’80: l’episodio riguardava un portuale che era andato a chiedere un prestito in banca. «Guadagnava un milione e 200 al mese, ma un milione e 100 l’aveva già impegnato per le rate di una serie di prestiti: inizialmente glielo rifiutarono, rispose che in realtà lui ce la faceva a pagare perché le quote le saldava con i soldi di parenti vari. Era la Compagnia, insomma, a garantire: come una mamma». E i figli cos’hanno imparato? «A non aver consapevolezza del denaro. Meglio disoccupato all’Ardenza che ingegnere a Milano? Non c’entrano né l’Ardenza né Milano: c’entra che comunque, anche da disoccupato, ce la facevi a sbarcare il lunario perché svoltavi in qualche modo la giornata. E allora perché affannarsi a lavorare…». —
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google