Gioco
Prendersi in giro: la magnifica “maledizione” di noi livornesi
Paolo Virzì, Bobo Rondelli, Eva Giovannini e Francesco Bruni sul palcoscenico del festival e in una intervista al Tirreno
LIVORNO. «La buccia di banana è dietro ogni angolo». Sotto il tendone di piazza del Luogo Pio strapieno di gente per la kermesse dell’umorismo l’inviata tv Eva Giovannini guarda il simbolo giallo shocking del festival e azzecca una definizione dell’esser livornese costruita attorno al non prendersi troppo sul serio. La declinano così, in un talk show che finalmente ha il pregio di essere una chiacchierata anziché la solita rissa tv, anche gli altri due protagonisti: il regista Paolo Virzì e il cantautore-scrittore Bobo Rondelli. Virzi: «Qui è impossibile prendersi sul serio: è una medicina ma anche una malattia». Bobo: «C’è un modo di dire che ammazza sul nascere qualsiasi prosopopea: “O rediolo», basta quello ed è una grande scuola per rendersi conto di quel che si è».
Il ping pong fra i due scalda la platea, come assistere uno scambio indiavolato all’ultimo chop-block fra Ma Long e Zhang Jike ai campionati mondiali. E se Rondelli ricorda «la scazzottata giù in piazzetta» – la piazzetta creata dai bombardamenti degli inglesi nella zona di via Palestro – che «sembrava di essere a “Oggi le comiche” con Stanlio e Ollio», Virzì sorride ricordando di esser nato «nei quartieri alti» nel senso che i primi vagiti li ha emessi «a Villa Tirrenia in via Montebello» prima di tornare nella «casa con vista profughi nella zona di via Donnini». E Giovannini: «Occhio che è un attimo e sul web diventi un radical chic delle Sorgenti».
Il botta e risposta è un fuoco di fila: in platea anche gli scolari di due classi della scuola elementare di Populonia. Ma anziché contionuare col racconto proviamo a mettere insieme una intervista-patchwork nata da quattro differenti interviste sulla “maledizione” di esser livornesi. Rispondono i protagonisti dell’appuntamento al “Senso del ridicolo”: il regista Paolo Virzì, il cantautore Bobo Rondelli, la giornalista Eva Giovannini (con l’«amichevole partecipazione», si direbbe nei film, del regista-sceneggiatore Francesco Bruni, papà del Montalbano tv).
Davvero è una “maledizione” essere livornesi?
Bruni: «Prima ho vissuto in realtà quella del non esserlo: venivo da fuori, avevo 12 anni e per il mio modo di parlare e di essere venivo un po’ preso in giro. Poi ce l’ho fatta: sono entrato in sintonia. E ho scoperto che sì, c’è una “maledizione”: questa città ti avvince, non riesci a staccartene, c’è sempre il desiderio di ritorno».
Virzì: «È un destino, ti segna molto: c’è un legame di appartenenza che talvolta sfiora l’orgoglio tribale».
Ma rinchiude o libera?
Bruni: «Penso che quando si è giovani bisogna avere il coraggio di muoversi. Ne apprezzo il fascino ritornandoci, ma effettivamente ti ipnotizza con un ritmo di vita blando e piacevole. Guai però a lasciarsi imprigionare».
Giovannini: «Non mi sento ingabbiata da Livorno. Al contrario l’ho percepita come un dna che mi ha dato gli occhi per vedere il mondo in un modo particolare che, questo sì, non ti levi mai di dosso».
Rondelli: «C’è quest’idea del livornese doc. Non ne ho mai incontrato uno: le nostre origini sono un po’ calabresi, un po’ emiliane, un po’ chissà cosa. Anche la lingua è una sfilza di altre lingue: ebrea, armena, tanti suoni del mondo».
E la livornesità, cos’è?
Rondelli: «Della livornesità abbiamo bisogno forse casomai come di una entità in cui riconoscersi noi: contro tutti. Per ricordare che c’è bisogno di volersi bene prendendosi in giro».
Virzì: «È anche una malattia. Livornesità, l’avete chiamata voi del Tirreno. La definirei semmai “livornesitudine”: fa rima con Udine ma soprattutto con solitudine. L’idea dell’isolamento».
L’isola felice o infelice, comunque un’isola: rivendicandolo. Simone Lenzi l’ha catalogato come il “lungomai”, questa catena che ti lega al tuo scoglio…
Virzì: «C’è qualcosa di affettuoso e dolce. Ma anche amaro. Dà il senso di una storia così particolare: mi riferisco alla Livorno delle Nazioni, la capacità di mettere insieme storie, religioni, lingue…».
Ok, e dall’altra parte? C’è sempre un altro piatto della bilancia.
Virzì: «Mettiamoci questa sorta di “maledizione” del non prendersi troppo sul serio. Non è detto che sia sempre e comunque negativa».
Ma prendersi in giro è un limite o una forza?
Rondelli: «E’ una forza perché ti restituisce la cognizione di te. Evita che tu finisca per recitare il tuo ruolo anche di fronte a te stesso».
È questo il volto di Livorno: il “teorema del bada lì”.
Virzì: «In realtà, Livorno ha tante facce: non c’è solo lo sghignazzo. C’è anche il garbo e la malinconia di Caproni, c’è la sobrietà di Ciampi, nel senso di Carlo Azeglio».
Ciampi aveva un aplomb che lo faceva così lontano dalle sguaiataggini labroniche: eppure non è esistito presidente della Repubblica più attaccato alla sua città. Ma questo senso delle radici non rischia di inchiodarci qui, in un perimetro chiuso.
Giovannini: «Quando si ha a che fare con esseri umani, i perimetri non possono essere muri. Questo è un momento storico in cui ciascuno sottolinea radici e identità, c’è il rischio di restringere il proprio mondo in sovranismi sempre più micro: non sei più di Livorno ma del Pontino, di Corea o di Borgo. Ecco così ci si imprigiona. Al contrario, se le identità si sovrappongono e si allargano, diventano un bel punto di partenza, un trampolino: e Livorno, ve lo assicuro, è una città dispari».
Dispari cosa?
Giovannini: «Qui non torna mai nulla, cioè non quadra: quello sguardo laterale che qui respiri ovunque, devi riuscire a portartelo con te. Come il tuo modo di guardare il mondo: ecco cos’è Livorno per me anche a mille chilometri dalla Terrazza Mascagni».
Abbiamo una grande storia alle spalle.
Virzì: «Livorno non ha un solo passato: ne ha tanti. Parlo di quello mediceo ma mi vengono in mente anche altri pezzi della nostra storia: come le villeggiature settecentesche e come la Belle Epoque. Poi siamo stati la cittadella operaia, e adesso che tante fabbriche hanno chiuso si guarda al futuro con un senso di incertezza».
Chiudono le fabbriche, si moltiplicano i musicisti, i cineasti, le figure di spettacolo: segno che non sappiamo più fare gli iniettori o i sistemi di sterzo ma la narrazione di quel che siamo?
Virzì: «Le crisi generano sfide e una delle risposte è la narrazione: un tempo sarebbe stato un lamento. La più bella raccolta di Caproni si chiama “Il seme del piangere”. Il livornese magari può essere capace di farlo ridendo: questo raccontare la tragedia con ironia, che dà forza a chi subisce ed è subalterno per farlo sentire capace di riscossa». —
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