Gioco
Dalla Vecchia Pescheria a quella struttura innovativa pubblicata su Casabella
Livorno, il disegno fu presentato anche su una delle riviste top di architettura ma fu un calvario: la Soprintendenza bloccò tutto e ci vollero 10 anni
LIVORNO. L'esigenza di un luogo dove commercializzare il pesce sorge pochi anni dopo la nascita della nostra città: come riferiscono Michele Montanelli e Clara Errico nel libro “La pesca nel mare di Livorno fra il XVI ed il XIX secolo” risale infatti al 1634 la realizzazione della “Pescheria vecchia” situata in via del Pesce ovvero nella parte dell'odierna via Fiume dove esisteva uno slargo detto “piazza del Villano” così denominata essendovi l'originaria statua dedicata all'eroico difensore del Castello di Livorno nel 1496.
Formata da una tettoia e da tavole di legno, poi sostituite con piani di marmo, per l'esposizione del pesce, la struttura funzionò sino alla fine del '600. Nel 1699 il granduca sollecitò l'edificazione di una nuova pescheria da situare nel quartiere Venezia all'epoca in fase di accrescimento: «L'ubicazione della struttura – scrivono Errico e Montanelli – era finalizzata alla valorizzazione di quelle parte della città fino ad allora rimasta meno edificata, in parte per il suo decentramento e in parte perché l'interesse dei commercianti e dei mercanti era ancora tutto concentrato sull'area antistante il porto».
Nel 1705 venne quindi inaugurata la Pescheria Nuova, il cui disegno, attribuito in passato a Giovan Battista Foggini, è stato di recente ritenuto opera di Giuseppe Lorenzi: è un loggiato in origine tutto aperto poi in parte tamponato (sono visibili gli archi ciechi) nell'800 per ricavarne locali di deposito quando l'edificio perse la sua importanza. La Pescheria Nuova è stata poi sede dei Vigili del Fuoco fino ad una trentina d'anni fa: da allora lo storico edificio ospita alcuni uffici comunali e nell'area circostante è ora in completamento un'ampia zona pedonale.
Dalla fine dell'800 la commercializzazione del pesce venne quindi attuata al Mercato delle Vettovaglie installandovi una macchina per produrre il ghiaccio. Nel dopoguerra, sin dal 1955, con le accresciute esigenze dei vari operatori (pescatori, grossisti, etc.) si inizia però a discutere di una struttura più funzionale arrivando al 1958 con il Comune che bandisce un concorso nazionale per la costruzione del Mercato ittico prevedendone la collocazione non lontano dalla Darsena Vecchia: nel 1961 ad uscire vincente è il progetto degli architetti romani Pietro Barucci e Beata Di Gaddo, entrambi assistenti presso la Facoltà di architettura di Roma, rispettivamente di Arnaldo Foschini e di Luigi Vagnetti (l'autore del Palazzo Grande), oltre ad avere diversi notevoli lavori all'attivo.
Non sono insomma gli ultimi arrivati: il loro progetto è pure pubblicato nel 1964 su “Casabella”, una delle più note riviste di architettura, in cui gli autori precisano come l'edificio suggerisca “l'idea di una grande copertura unica, formalmente molto semplice, che per forma e concezione statica richiami una rete o una vela disposte ad asciugare”. Ma la costruzione del mercato ittico si rivelerà un calvario: nel 1964 il progetto è bocciato dalla Soprintendenza e poi dal Provveditorato alle Opere pubbliche a cui è quindi sottoposto un elaborato modificato che stavolta ha parere favorevole. I lavori, appaltati nel 1967, andranno però avanti con lentezza esasperante a causa soprattutto della parte impiantistica giungendo infine alla sospirata inaugurazione il 14 dicembre 1974 per un costo totale di oltre 700 milioni di lire.
Negli anni seguenti la struttura, tanto avveniristica, quanto sottoutilizzata, si trasformerà poi in un continuo salasso per il Comune con ingenti perdite annue da ripianare (ben 200 milioni di lire nel 1997) tanto da farne ipotizzare la chiusura o la riconversione. Nel 1999 si affaccia quindi l'idea della privatizzazione a cui, fra alterne vicende, si arriverà nel 2010 con la concessione trentennale alla società Pesce del Tirreno che tuttora gestisce la struttura dando lavoro a 11 persone: un complesso ultimamente studiato da futuri architetti, mentre l'edificio, con la sua enorme sardina dipinta sul tetto dalla pittrice Libera Capezzone, in arte Libertà, suscita molta attrattiva nei tanti turisti di passaggio sul vicino ponte di Santa Trinita.
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