Il Tirreno

Livorno

Super batterio, il primario: "Tampone anti New Delhi a tutti i ricoverati"

Giulio Corsi
Super batterio, il primario: "Tampone anti New Delhi a tutti i ricoverati"

Spartaco Sani, primario di malattie infettive a Livorno: «Test in entrata e in uscita dai reparti, i soggetti positivi subito messi in isolamento»

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LIVORNO. Spartaco Sani, primario di Malattie Infettive dell’ospedale di Livorno e membro dell’Unità di Crisi della Regione contro il super batterio New Delhi. Il conto dei pazienti infettati in viale Alfieri è arrivato a 9, siamo secondi solo a Cisanello che ha 31 casi. Perché agli Spedali Riuniti si è registrato un numero così alto di infettati?

«La diffusione è legata all’attività: ovviamente Cisanello è l'ospedale più grande ma anche l’ospedale di Livorno è diventato un polo di attrazione per una serie di specialistiche, penso alla Neurochirurgia che è un reparto di riferimento anche fuori dalla Toscana. Ecco, dove ci sono più casi è perché ci passano più pazienti. Lo stesso vale anche per il Versilia».

Ma perché d’improvviso è esplosa questa situazione?

«Non è che improvvisamente c'è qualcosa di drammatico che prima non c'era: la problematica dei geni multiresistenti purtroppo ha a che vedere con gli ospedali e i servizi sanitari da svariati anni. Questo tipo di germi sono in qualche modo l'esito di un miglioramento complessivo della sanità e delle cure, perché si vive più a lungo, la popolazione che si presenta negli ospedali spesso è ultraottantenne, non raramente con patologie severe che un tempo avevano una prognosi infausta, penso ai malati oncologici, oncoematologici, ai trapiantati, tutti pazienti che nell'arco degli anni hanno avuto bisogno di cure, di ospedalizzazioni e anche di terapie antibiotiche».

Torna sul banco degli imputati l’abuso di antibiotici, dunque...

«È vero che spesso c'è stato un utilizzo poco corretto, non assennato e questo deve essere evitato, ma è anche vero che gli antibiotici in certe circostanze vanno prescritti e vanno fatti. Il fenomeno dell'antibiotico-resistenza è in sé non risolvibile e non eliminabile: altri germi resistenti usciranno fuori nei prossimi anni, nei prossimi mesi».

Il New Delhi cosa ha di diverso rispetto ai precedenti batteri?

«Da fine 2018 è stata individuata e ha avuto una diffusione importante questa variante della Klebsiella Pneumoniae, batterio resistente ai carbapenemaci denominata New Delhi. Questa variante ha il difetto di avere difficoltà in più nel trattamento antibiotico perché ha meccanismi di resistenza maggiori».

Cosa sono i carbapenemici?

«Qualche anno fa erano antibiotici di ultima generazione che si adoperavano per i germi resistenti a tutti gli altri antibiotici conosciuti fino ad allora».

Ma col New Delhi non funzionano...

«Apparentemente si pensava di essere senza armi e invece abbiamo rivalutato e rimesso in commercio farmaci vecchi che in associazione hanno dato terapie efficaci. La cura è difficile, più complessa, richiede competenze specifiche, ma le armi non sono spuntate».

Qualcuno ha accusato l’ospedale di Livorno di essersi svegliato tardi...

«Non è vero, non abbiamo dormito, anzi a Livorno ci siamo allertati da ben prima che ci fosse l'Unità di Crisi della Regione composta tra maggio e giugno. Noi abbiamo inquadrato il problema dal suo esordio, nell’ottobre del 2018 e già da gennaio di quest’anno abbiamo attivato una serie di provvedimenti per fare tamponi specifici in maniera estesa e poi prendere i provvedimenti conseguenti».

Vale a dire?

«L’isolamento dei pazienti positivi».

Controllate tutti i ricoverati in ospedale?

Interviene il direttore dell’ospedale Luca Carneglia.

«Gli accertamenti sono stati oltre 4500 da inizio anno e hanno coinvolto circa 3500 pazienti. Esiste una circolare del Ministero della Salute del 2013 che dice di fare accertamenti su certe categorie di pazienti e così abbiamo sempre fatto. Da gennaio di quest'anno abbiamo cominciato ad estendere questi accertamenti e li facciamo in quasi tutti i reparti».

Quali?

«Medicina, Terapia Intensiva, Oncologia, Oncoematologia, proprio quelli che oggi vengono citati dal decreto regionale».

A Chirurgia no?

«A Chirurgia vengono fatti i test ai pazienti che hanno avuto un ricovero ospedaliero per almeno 24 ore negli ultimi 12 mesi».

Ma il batterio può resistere addirittura 12 mesi?

«È un’operazione fatta in maniera precauzionale: nel tempo si perde la colonizzazione e il rischio di trasmettere il germe. Ma a scopo preventivo chi ha avuto ricoveri nei mesi precedenti e torna in ospedale viene sottoposto al test».

E chi arriva al pronto soccorso?

«No, a meno che il paziente non sia destinato al ricovero».

Il test in che cosa consiste?

«È un tampone, un cotton fioc usato a livello rettale».

Dopo quanto arrivano i risultati?

Riprende la parola Sani

«Ci sono test rapidi che consentono di fare la diagnosi e individuare l'eventuale stato di portatore in tempi brevi. Oggi ci vogliono 24 ore per avere la risposta ma ci saranno forniti test più rapidi».

Cosa succede se il risultato è positivo?

«Il tampone rettale non è una diagnostica che ci serve per la terapia ma per conoscere lo stato di portatore. Il paziente positivo viene sottoposto a isolamento in modo da evitare che il germe possa diffondersi».

La facilità di contagio è alta?

«Il paziente colonizzato potenzialmente può essere fonte di passaggio ad altri pazienti: per questo si fa la prevenzione».

Che cosa è necessario fare, dunque?

«Bisogna prendere precauzioni: quelle fondamentali sono l'attenta pulizia, la gestione corretta delle urine e delle feci e soprattutto il lavaggio delle mani e l'accurata disinfezione di dove sta il paziente».

L’isolamento in cosa consiste?

risponde Carneglia

«Se c’è una stanza singola disponibile il paziente sta solo: fuori c’è un carrellino su cui ci sono i dispositivi che servono per assisterlo, dunque obbligo di guanti, sovracamice, copricapo e ciò che è utile per evitare il contatto col paziente. C’è un cesto accanto al letto in cui devono essere messi subito i suoi rifiuti. Se non esiste la disponibilità di una stanza singola si fa l’isolamento di coorte: i pazienti da isolare vengono messi insieme. Se non c’è neanche questa possibilità si fa l’isolamento funzionale: il letto si mette in fondo alla stanza, deve avere paravento, distante dagli altri. Tutte procedure previste dalle linee guida internazionali. Che non valgono da ora né solo per il New Delhi».

Ma il test viene fatto anche in uscita: significa che un paziente può tornare a casa pur essendo positivo...

risponde Sani

«Il posto ideale per un colonizzato è casa sua, meno sta in ospedale meglio è».

E a casa, i familiari che precauzioni devono prendere?

«Se un paziente viene dimesso non c'è nessuna particolare indicazione. Lui e chi gli sta intorno si lavino le mani ogni volta che entrano in contatto: questa è l'unica cosa fondamentale che serve a impedire la diffusione del germe. Negli ospedali è più facile che ci sia contaminazione, ma a casa non ci sono problemi».

Che cosa rischia il paziente che risulta positivo?

risponde Carneglia

«La presenza del germe all'interno della persona non è di per sè indicativa della malattia, potrei averla anch'io in questo momento. Il nostro sistema immunitario e la compresenza di altri germi fa sì che si crei un equilibrio, c’è sempre un equilibrio fra germe e organismo ospite. Se le difese dell'organismo ospite si abbassano, il germe tende a prendere il sopravvento. È sempre così, per tutti i tipi di germe».

E scatta l’infezione...

«Possiamo considerare questi germi come agenti opportunistici, cioè germi che danno infezione soltanto in pazienti fortemente debilitati. Più debilitati sono, più rischiano di avere conseguenze dall'infezione. Spesso sono pazienti che hanno patologie nella stragrande maggioranza di per sé mortali, è la malattia che hanno e la condizione a fare la differenza».

Si contano oltre 30 morti in Toscana dall’inizio dell’anno: i cittadini hanno paura.

«La mortalità fa paura ma gran parte di queste persone con patologie gravi avrebbe un'aspettativa di vita molto limitata proprio a causa di queste patologie. In certi tipi di situazioni ci sta che l'evento finale sia un'infezione, perché è il malato che ha certe caratteristiche, ma questo vale non solo per il New Delhi ma anche per germi che possono non essere multiresistenti, ad esempio i funghi. Il nostro obiettivo deve essere azzerare questi batteri e il rischio di infezione. Ma i cittadini devono sapere che la situazione è sotto controllo e vengono adottate tutte le azioni necessarie. La percezione del rischio ha un valore importante in questa paura: quando pochi anni fa ci furono i casi ripetuti di meningite, in realtà ci furono 7 casi di morte. Nello stesso periodo si contarono 500 vittime in incidenti stradali, nessuno però iniziò ad avere paura di andare in auto. La paura ancestrale delle epidemie tende a far sovrastimare il livello di rischio».

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