Gioco
Il ricordo dei poliziotti in servizio quella notte «Col fango alla gola, ma c’era bisogno di noi»
Un’agente del quarto turno della Squadra volante: «Vedevamo i livornesi con gli occhi lucidi e a Dio volevamo urlare “Mai più”»
la lettera
Dovevamo iniziare il turno di notte. Eravamo tutti presenti, quattro volanti e pioveva forte. Addosso il peso di un’intera giornata di lavoro e di famiglia. Si sentivano tuoni in lontananza, il temporale ci avvertiva del suo passaggio, i nostri figli e i nostri cari erano a casa e questo ci infondeva sicurezza. Dovevamo resistere alla strada e dovevamo aspettare la luce chiara dell’alba, per dire «È finita anche stanotte». A fine estate i temporali sono così: improvvisi, creano uno stato di assedio, poi passano. Ma quella notte era tutto troppo intenso. Sentivamo l’umidità addosso, avevamo la sensazione che la pioggia volesse spazzare via tutti i pensieri, anche i nostri. Cercavamo di concentrarci, perché le persone avevano bisogno di noi. Ci mettevamo ancora una volta alla prova; tutti in macchina, consapevoli che quel giubbotto non ci avrebbe protetto più di tanto perché, già dopo qualche passo, era impregnato d’acqua.
Tutto in due ore: ci sono problemi sulla Variante, c’è una famiglia intrappolata nell’abitacolo sotto al cavalcavia. Ci sono le persone che non possono uscire dall’Acquario. La staffetta ai sommozzatori che arrivano da Lucca, un anziano che chiede aiuto con la voce rotta dalla paura, così come un padre che con i due figli sta cercando di uscire dal tetto di casa. La vita sta sfuggendo, il poliziotto ha dei nemici: l’acqua, la notte, la paura, il fango e il freddo. Gli anfibi pesano di più, si sono riempiti d’acqua. I vestiti bagnati addosso. Acqua e fango sfiorano il tuo petto, arrivano in certi punti alla gola, ma scopri di avere così tanta forza sulle gambe perché continui a ripeterti «finché ce la farò devo andare avanti».
Sono passate 15 ore di lavoro continuative. Non c’è pietà, ora il disastro fa parte di te e la scritta “polizia” sulla schiena sta sfiorando Dio, al quale ti rivolgi e dici «Perché hai fatto tutto questo? Abbi almeno pietà di noi». Un sentimento forte, aspetti la luce del mattino che tarda ad arrivare, sorridi quando accanto a te vedi il collega che non ti sente per radio e deve sincerarsi che tu stia bene. La sirena invade la notte. Vedi occhi lucidi e vorresti urlare: «Mai più». Vorremmo darvi i nostri occhi per farvi vedere ciò che abbiamo visto, ma forse è meglio che rimanga un nostro segreto, una ferita che terremo sempre con noi. Abbiamo cercato di combattere quella forza estrema e distruttiva, che ha causato morte e disastri. Noi c’eravamo: quarto turno Squadra volante. —
Angela Bona
(segretario generale
provinciale Siulp Livorno)
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