Il Tirreno

Livorno

Alluvione a Livorno

Due anni fa l'alluvione di Livorno. Ci siamo scoperti più fragili, ora facciamo comunità

Alessandro Guarducci
Due anni fa l'alluvione di Livorno. Ci siamo scoperti più fragili, ora facciamo comunità

Il commento: così la catastrofe ha scalfito le nostre certezze

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Un’alluvione a Livorno? Ma figuriamoci. Che provocasse dei morti, poi, era assolutamente impossibile da ipotizzare. Questo è ciò che pensavano i livornesi fino a quella tragica notte di due anni fa.

Sì, siamo abituati alle mareggiate e alla furia del vento; ci sorprendono sempre le rare nevicate e il gelo; abbiamo paura degli incendi e dei terremoti; temiamo il pericolo di incidenti industriali con tutti i siti a rischio presenti nella zona portuale e dintorni. Ma un’alluvione a Livorno era impensabile. È vero, c’era stato un precedente nel 1990, ma comunque si era trattato di un episodio limitato a poco più di un quartiere - dove aveva fatto un bel po’ di danni - e la memoria collettiva lo aveva ormai quasi cancellato. Non ci passava per la testa che quei piccoli corsi d’acqua che siamo abituati a vedere in secca, tra canne sulle sponde e pietre sul letto, potessero rappresentare un pericolo anche in caso di forte pioggia. Che cosa vuoi che facciano, si pensava sbagliando, tanto che si è continuato a costruire case e addirittura scuole nelle vicinanze dei torrenti e sotto il loro livello.

Tuttalpiù i violenti nubifragi - simbolo del cambiamento climatico - potevano mettere ko i sottopassi, allagare garage e scantinati e provocare un po’ di guai. Ma quello che non immaginavamo neppure lontanamente è invece accaduto. Ed è stato terribile. Una città in ginocchio. Interi quartieri sommersi da acqua e fango. Ponti e strade portati via. Una conta dei danni sterminata. E soprattutto otto vite trascinate via dalla furia del rio Ardenza e del rio Maggiore.

Questa catastrofe ha dunque scalfito le nostre certezze e ci ha fatto sentire più fragili. Le prime reazioni sono state di dolore, rabbia, incredulità e soprattutto paura. Sì, perché da quella malanotte non siamo stati più gli stessi: quando capita un temporale, mentre l’acqua viene giù accompagnata dal bagliore dei fulmini e dal rombo dei tuoni ci domandiamo terrorizzati: e se accadesse di nuovo?

Già, perché questi eventi eccezionali - e quella notte lo fu davvero con 256 millimetri di pioggia (otto mesi di precipitazioni condensate in tre ore) - stanno diventando sempre più frequenti e dunque normali. E perciò dobbiamo essere consapevoli che non possiamo sentirci al sicuro di fronte a questi fenomeni, anche se i lavori già eseguiti e quelli importanti ancora da effettuare (stombamento del rio Maggiore, ampliamento della “luce” dei Tre Ponti, etc.) serviranno sicuramente a dare una maggiore protezione a Livorno.

Questo deve spingere i livornesi a farsi parte attiva del prossimo piano di protezione civile che sta per essere messo a punto dal Comune. Non solo conoscendolo nei suoi dettagli, che sarà già una cosa importante, ma anche collaborando con le istituzioni, le forze dell’ordine e le associazioni di soccorso per contribuire a far sì che i rischi sul nostro territorio siano sempre minori. Dobbiamo insomma diventare una comunità “vera”, che agisce per il bene di tutti. Magari cominciando a prendere sul serio, e senza perdersi in sterili polemiche, le allerte meteo diramate dal Comune sulla base delle indicazioni della sala operativa della Protezione civile della Regione: creano disagi ai cittadini, è vero, ma avvertono la popolazione che c’è la probabilità (la certezza non la può avere nessuno) di fenomeni meteo intensi e pericolosi per l’incolumità delle persone.

«Meglio una allerta inutile in più che nuovamente giorni come questi», disse il vescovo all’indomani dell’alluvione. E le sue parole furono apprezzate da tutti. Ora, se vogliamo dare un senso al nostro «mai più», non dobbiamo dimenticare quel monito. —

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