Il Tirreno

Livorno

Valle Benedetta «Nell’eremo il nostro sogno di fraternità»

Mauro Zucchelli

Salta la “camminata” per l’allerta meteo ma la comunità non rinuncia al suo progetto: e lo lancia con un olivo 

4 MINUTI DI LETTURA







. Ai due lati dell’altare i cartelloni mostrano l’identikit degli scenari progettuali con cui si immagina di resuscitare dall’abbandono l’eremo millenario della Sambuca. Ma l’idea ha solo in parte a che con l’edilizia, le tegole e i mattoni (e già quello sarebbe un miracolo). In realtà prefigura un nuovo ordine delle cose: «lo spazio di una nuova fraternità, di rapporti nuovi fra le persone ma anche fra noi e il creato», come dice don Cristian Leonardelli, parroco della Valle Benedetta.

L’allerta meteo ha messo i bastoni fra le ruote agli organizzatori della “camminata di pacificazione” dal mare alle sorgenti che, nel secondo anniversario dell’alluvione, era in programma che portasse oltre 400 persone fino all’eremo: proprio per lanciare lì l’idea di salvare questo tesoro. Rischiamo di perderlo perché il tetto è squarciato e alcune travi hanno quasi ceduto: soprattutto nell’ala restaurata a metà anni ’90.

Era previsto che il simbolo di questa caparbia volontà di rinascere fosse un olivo da piantare vicino all’eremo. Figuriamoci se l’allerta poteva azzerare tutto: certo, sono stati ovviamente annullati i nove percorsi in bici, a piedi e a cavallo (comunque un piccolo gruppo ne ha simbolicamente fatto un tratto) ma l’olivo è stato piantato, sia pure per ora solo in un vaso davanti all’altare.

Il progetto mira come prima cosa a un tris di pre-requisiti: 1) ripristino del fondo stradale per renderlo accessibile ai mezzi; 2) il collegamento alla linea elettrica; 3) la presa d’acqua dal torrente Ugione che passa lì accanto. La bussola delle scelte è orientata dalla “destinazione degli spazi”: c’è da compiere un’analisi preliminare sotto il profilo dei vincoli, dell’urbanistica, dei rischi sismici e idraulici, della sostenibilità economica.

È Alessandra Gavazza (Associazione Valle Benedetta) a dire, con le parole del parroco, che questo «sogno dell’invisibile può trovare casa e iniziare a viverla»: ha una «sorgente a cui tornare a da cui ripartire». È «il sogno di un bene comune da far crescere mettendo insieme le diversità» in un «piccolo grande luogo di amicizia e accoglienza per chi condivide un tratto di strada con noi».

È un orizzonte fuori dal comune, ma qui è un po’tutto fuori dal comune: e non solo perché la città sembra qualcosa di distante, perché ci sono i lupi che minacciano le pecore e ci sono le pastore che le accudiscono.

È fuori dal comune questa chiesa di stucchi seicenteschi che circondano gli slanci futuristi di Osvaldo Peruzzi o le geometrie espressioniste di Voltolino Fontani. È fuori dal comune anche perché don Cristian, che arrivando dai boschi del Trentino a quelli di Livorno ha comunque conservato qualcosa della bella cadenza triveneto-montanara eppure Dio continua a chiamarlo “Babbo” alla toscana anziché “Padre”. Lo fa sedendosi vicino ai fedeli per ascoltarli durante l’omelia o chiamandoli accanto a sé all’altare mentre il pane e il vino diventano l’Eucarestia di Cristo «per voi e per tutti, senza che mai nessuno ne resti escluso». Lo fa modificando le curiose esortazioni al Signore del messale romano per trasformarle in atti di fede («Il Signore è con voi» invece che «sia»); lo fa indicando nel Vangelo una «istigazione alla libertà» per «liberarsi dalle logiche di potere» in nome di un “di più” che ci fa «disposti a perdere senza curare il proprio tornaconto» e a stare «dalla parte di tutti i crocifissi della storia».

Echeggiano le note della tromba di Domenico Marmo (corpo militare volontario della Croce Rossa) sia alla consacrazione sia nel “silenzio” in ricordo delle vittime dell’apocalisse di fango. Erano state altre note, quelle del coro Springtime diretto da Cristiano Grasso, ad aprire questo “caffè” con cui la comunità parrocchiale ma anche gli scout, il popolo delle pedule da trekking o dei bastoncini da nordic walking hanno deciso di sostituire la “camminata” saltata per via dell’allerta. Saranno altre note, quelle travolgenti della Banda Svs guidata da Filippo Ceccarini, nel gran finale su un sagrato che non ha uguali.

In platea, il sindaco colligiano Adelio Antolini e il consigliere regionale Francesco Gazzetti: quest’ultimo mette l’accento sul dovere di ricordare e di recuperare il rapporto con la natura in un territorio «importante e fragile». Dai saluti a nome del governatore e del presidente del consiglio regionale, Emanuele Rossi (Associazione Valle Benedetta) coglie la palla al balzo per invitare la Regione a «un impegno anche in futuro, soprattutto sul fronte dell’eremo». —





Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa