Gioco
«Così Livorno si riapproprierà di un figlio sempre rinnegato»
Carlo Pepi: «Arriveranno dei veri capolavori la città deve rivendicare questa paternità»
colloquio
Giulio Corsi
Carlo Pepi, 82 anni, collezionista d’arte, tra i massimi esperti al mondo di Amedeo Modigliani. Partiamo dall’argomento più spinoso: lei ha smascherato falsi Modì ovunque, gli ultimi in ordine di tempo alla mostra di Palazzo Ducale di Genova due anni fa e l’anno scorso a Palazzo Bonocore di Palermo. C’è il rischio che anche a Livorno arrivino opere di dubbia origine, visto che - come ha ripetuto spesso - sembra che Modigliani abbia prodotto più da morto che da vivo?
«No. Le opere che saranno esposte ai Bottini dell’Olio fanno parte della collezione di Jonas Netter, il che significa che a monte c’è una scelta di primissimo ordine e di massima garanzia. Netter, ebreo alsaziano trapiantato a Parigi, era un genio, aveva occhio e sensibilità. Aveva i soldi e insieme al poeta e gallerista polacco Léopold Zborowski si innamorò dei dipinti di Amedeo Modigliani di cui diventò uno dei principali acquirenti. Decisero di dare 500 franchi a Modigliani: Netter, che era persona seria, pagava, mentre Zborowski era assai meno affidabile. In cambio prendevano metà della produzione mensile di Modigliani. Lo stesso accadeva col dottor Paul Alexander, giovane medico, primo grande amico di Modigliani a Parigi, che foraggiava Amedeo e pagava l'affitto di una casa in cui vivevano questi disperati artisti, guarda caso tutta gente che poi è entrata nella storia universale dell’arte. Netter, come Alexander, aveva la dote innata di scoprire i talenti, grazie alla quale mise in piedi una collezione spaventosa e magnifica, che ora verrà esposta a Livorno».
Vedremo le opere di un Modigliani maturo, dipinti realizzati negli anni di poco precedenti alla morte.
«Netter conobbe Amedeo nell'ultimo periodo, quando la sua produzione era al top: tra quelle opere ci sono i capolavori assoluti, opere bellissime dipinte nel 1916, 1917, 1918, anni in cui l’arte di Modigliani ha raggiunto i massimi livelli».
Davanti alla notizia riportata ieri dal nostro giornale, l’affermazione di tutti è stata “finalmente!”.
«Lo dico anch’io. È una mostra che avevo proposto mille volte alla precedente amministrazione, la quale però è sempre stata sorda».
Se non è mai stata allestita, sarà stato per i costi che sono elevati: sarà necessaria una variazione di bilancio di 1.3 milioni di euro per ospitarla, ma per un evento del genere di norma servono assai più risorse.
«Ma questo è un investimento per la città: ci sarà un ritorno di attenzione mondiale su Livorno e decine di migliaia di persone che arriveranno per vederla. La ricaduta economica sarà eccezionale. Io auspicavo una mostra di questo tipo fin dal centenario della nascita di Modigliani, 35 anni fa: “Fate anche una piccola mostra - dicevo - scegliete 10 quadri, ma che siano capolavori”».
Nel 1984, per la verità, una mostra venne allestita a Villa Maria, con diverse sculture, bozzetti e qualche dipinto...
«Fu un’imbuzzata di robaccia, con una scultura falsa, il ritratto a Picasso falso e una serie di opere marginali. C’era solo una scultura della Tate Modern di London, molto bella, che però restò pochi giorni perché la riportarono in Inghilterra, e poco altro».
Perché, secondo lei?
«Era il segnale di come Livorno non amasse e non stimasse Modigliani. All’epoca si sarebbe potuto portare il Nudo Rosso, un capolavoro assoluto che era in Italia e che purtroppo poi è stato venduto, secondo me illegalmente, all’estero facendo 170 milioni di dollari: era in una collezione di Milano, a quei tempi potevano farselo prestare. Ma nessuno voleva sentir parlare di Modigliani, era considerato un traditore. Io mi battevo per dire che era sbagliato considerare Modigliani così: “Non vi ha tradito, livornesi, se n’è andato ma non tradendo affatto l’arte livornese, anzi sviluppandola in un percorso che è stato solo suo”. Ma per farlo amare, questo artista, bisognava far vedere una decina di suoi capolavori, cosa che non è mai avvenuta. Finalmente ora i livornesi potranno vedere chi era davvero Amedeo Modigliani».
Per la città sarà una sorta di riconciliazione con uno dei suoi figli più importanti.
«Sarà un riappropriarsi del figlio abbandonato. Ricordo che all’estero fino a poco tempo fa tutti pensavano che Modigliani fosse francese ma Livorno, davanti a ciò non s’è mai ribellata, non ha mai rivendicato di avergli dato i natali, non solo quelli fisici, ma anche artistici. Perché già prima di partire per Parigi Dedo aveva preso la strada dell’interpretazione del volto umano e proprio interpretando trovò la sua formula, il suo modo di dipingere. Quel percorso di lettura dell’interiorità iniziò a Livorno, proseguendo poi a Firenze, alla scuola di Fattori, e a Venezia. E quando arrivò a Parigi, con un bagaglio culturale enorme, grazie al liceo, alla cultura filosofica e alla conoscenza delle lingue che apprese in famiglia, Modigliani esplose grazie alla sua formazione livornese. Tutto ciò Livorno deve rivendicarlo, non per campanilismo ma per onore della verità».
Gli altri dipinti che valore aggiunto porteranno alla mostra?
«Sarà esposto tutto il gruppo che era intorno a Modigliani: ritengo che sia un bene che la mostra venga allargata, perché permetterà al visitatore di avere una panoramica di che cosa stava accadendo a Parigi e a livello mondiale in quegli anni, e allo stesso tempo metterà in luce la bravura di questo collezionista lungimirante ed eccezionale mecenate che fu Netter».
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