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Ippodromo-story: da quella firma ai 3 milioni che chiede Alfea
Livorno, il tribunale deve ancora pronunciarsi sul risarcimento chiesto dalla società che nel 2017 si è chiamata fuori dopo anni di botta e risposta
LIVORNO. È un mercoledì di fine novembre 2017 quando l’ultimo cavallo lascia il Caprilli, che subito dopo viene sigillato. Ironia della sorte, quel bellissimo esemplare si chiama “No way out”, senza via d’uscita. Le corse in realtà nell’impianto irriconoscibile non si vedevano già dalla fine del 2015. Ma la storia che ha portato alla chiusura dell’ippodromo è iniziata molto prima, una storia che si è annodata anno dopo anno e che oggi vede ancora sul tavolo in attesa di giudizio gli oltre 3 milioni di euro che la società pisana Alfea chiede come risarcimento al Comune.
Per capirci qualcosa bisogna correre indietro fino al 2010, quando il Comune decide di acquistare a un euro il 50 per cento delle quote della Labronica in mano ai privati, diventando così l’unico proprietario della società, che nel 2011 viene messa in liquidazione. Da giugno a dicembre di quell’anno le corse vengono gestite da Alfea. Nel 2012 Palazzo Civico pubblica il primo bando per la gestione pluriennale del Caprilli: Alfea partecipa con l’obiettivo, si disse allora, di «creare il terzo polo del galoppo italiano». Ma nel frattempo la crisi del mondo dell’ippica italiana porta a un taglio netto delle risorse per le società: alla prima gara del Comune partecipa solo Alfea e la seconda fase va deserta. Le cronache di quei giorni raccontano che l’amministrazione decide di andare a trattativa privata con Alfea e al termine invita a trattativa cinque ippodromi (Roma, Milano, Varese, Merano, Pisa), ma nessuno risponde all’invito salvo Pisa.
Il 25 giugno 2012 viene firmato un accordo con i sindacati e il 27 giugno uno dei dirigenti comunali firma la determina che si rivelerà chiave con cui, ribadiranno poi più volte da Alfea, «è stata accettata integralmente la nostra proposta». Ovvero? Gestione in affitto del ramo di azienda nel 2012 e poi concessione trentennale.
Ma qui iniziano i guai, i botta e risposta, le accuse reciproche tra Comune e società. Tutto si annoda attorno al futuro dei dipendenti Labronica: il Comune promette di ricollocarli tutti ma deve trovare strade extra ippica, che tardano ad arrivare e quando a tempo scaduto per l’avvio della stagione si dice pronto a firmare la concessione con Alfea, i dipendenti (in cassa integrazione da gennaio) occupano. Si arriva al 2014: il municipio prova a ricollocare i dipendenti extra ad Aamps, a Casalp, al nuovo golf in Banditella: ne restano fuori tre, viene avviata una nuova trattativa con Alfea e spunta una riduzione del canone dell’impianto per compensare il costi. Ma come in un risiko salta di nuovo tutto quando Alfea attiva la solidarietà a Pisa.
Si inizia a litigare anche sulle condizioni dell’ippodromo e a maggio il Comune avvia il procedimento di decadenza dalla gestione trentennale. La società pisana va al Tar mentre con una nuova gara l’impianto viene affidato a Dioscuri e a Livorno Galoppo.
Virata: a giugno cambia il sindaco, da Alessandro Cosimi (Pd) il timone passa a Filippo Nogarin (M5S). La nuova stagione si apre all’insegna del dialogo, poi riparte la battaglia legale, finché nel 2015 il Tar dà ragione ad Alfea. Il Comune ricorre al Consiglio di Stato, che dà di nuovo ragione alla società. E Alfea ricorre di nuovo al Tar perché il Comune firmi la famosa concessione.
È un gigantesco nodo con il Caprilli che vede l’ultima corsa nel dicembre 2015 (Livorno Galoppo). Nel 2016 e nel 2017 tutto torna ad annodarsi sulle condizioni dell’impianto, la Labronica arriva al fallimento e anche la strada di un accordo per una qualche forma di gestione provvisoria non decolla. Nel marzo 2017 Alfea dice basta, chiede al tribunale la rescissione del contratto e un risarcimento milionario. Si chiama fuori, ma sui soldi c’è ancora da decidere.
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