Il Tirreno

Livorno

Recuperato a 2 miglia dal porto 

Un altro delfino morto, siamo a 35

A.F.
Un altro delfino morto, siamo a 35

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LIVORNO. L'ombra è quella di uno spettro che ritorna. "L'ipotesi principale per spiegare questa moria di delfini in Toscana è un'epidemia di morbillivirus”, sostiene la biologa marina Sabina Airoldi del centro studi sui cetacei Tethys, dopo il ritrovamento della 35esima carcassa dall'inizio del 2019, la 18esima dalla fine di giugno. Trovata ieri mattina, da un diportista, a circa due miglia dalla rada del porto. Sul posto, per il recupero, personale della Capitaneria. Era della specie tursiope, come la maggior parte dei casi registrati. Una delle varie costanti che attraversano questa moria, insieme alla giovane età degli esemplari recuperati e al fatto che gli stomaci di sette delfini analizzati dall'istituto zooprofilattico di Pisa fossero vuoti, come se qualche patologia li avesse indeboliti al punto di renderli incapaci di nutrirsi. Analisi questa racchiusa in una nota della scorsa settimana della Regione Toscana e ripresa oggi da Airoldi.

«Il morbillivirus ha già colpito diverse specie di cetacei - dice la biologa - e ha causato anche un'epidemia nei primi anni Novanta: allora morirono diverse centinaia di stenelle striate in tutto il Mediterraneo, mari italiani compresi». Anche nella primavera del 2017 un focolaio ha portato a decine di decessi da parte dei delfini lungo le coste della Toscana e del Lazio. Proprio la presenza ormai constata di questo morbo nelle acque del Mediterraneo e il suo periodico riproporsi spinge Airoldi a guardare in questa direzione, sebbene lei stessa sia la prima a ribadire che finché non ci saranno i risultati delle analisi condotte nel centro pisano (attese per la seconda metà di agosto) tutte le possibilità resteranno relegate al campo delle ipotesi. Ma di un aspetto l'esperta è certa: "Sicuramente – conclude Airoldi - tutti gli inquinanti che l'uomo immette in mare, come i policlorobifenili e i composti aromatici policiclici, abbassano le difese immunitarie dei cetacei e li debilitano, impedendo loro di contrastare in modo adeguato infezioni virali e batteriche". Qualunque sia l'origine della moria, insomma, un'impronta dell'uomo sembra esserci. —

A.F.

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