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Traffici illeciti di rifiuti dal porto verso la Cina Maxi-indagine internazionale dal blitz a Livorno

Mauro Zucchelli
Traffici illeciti di rifiuti dal porto verso la Cina Maxi-indagine internazionale dal blitz a Livorno

Lunghissima inchiesta di carabinieri forestali e Dogane su un giro di scarti tessili e residui di plastiche: in cento nei guai Dopo aver utilizzato le banchine labroniche la criminalità organizzata si era spostata a Genova e Trieste, poi in Slovenia

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LIVORNO. È partito tutto da Livorno. Con un blitz in porto. Era il 2013 quando gli agenti forestali – ora confluiti nei carabinieri – insieme al personale dell’Agenzia delle Dogane sequestrano il primo carico di materiali plastici diretti in Cina e nord Africa. Un’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia toscana nella quale hanno operato coloro che oggi sono i militari del Nucleo investigativo di polizia ambientale agroalimentare e forestale, guidati dalla tenente colonnello Marta Ciampelli. Il traffico, in realtà, era solo all’inizio. Perché dopo che il porto di Livorno è stato “bruciati” dai controlli, la presunta organizzazione criminali si è spostata altrove, su Genova e Trieste ad esempio.

Al centro dello smistamento però c’è Prato. Una delle capitali italiani del tessile. Un doppio interesse all’origine dell’enorme traffico di rifiuti plastici che porta fino in Cina, con i rifiuti forse sarebbero dovuti ritornare in Europa sotto forma di giocattoli. Con un doppio interesse: quello cinese ad acquistare materie prime a basso costo e l’altro, italiano, a smaltire i rifiuti senza sostenere gli alti costi smaltimento.

È questa l’ipotesi del sostituto procuratore Angela Pietroiusti della Direzione distrettuale antimafia nell’inchiesta che nel 2017 aveva visto indagate 98 persone e 61 società (con sede a Prato, Montemurlo, ma anche in Veneto e Campania). Un affare che – secondo i carabinieri – consisteva nel prendere le materie plastiche che in Italia vanno smaltite per venderle in Cina con la classificazione di “Mps” (materia prima seconda, ovvero “non rifiuto”). Così per l’italiano c’è il guadagno della vendita (e non l’onere dello smaltimento) e per il cinese l’acquisto della materia plastica che viene riutilizzata come nuova, ma pagata ovviamente molto meno di una materia prima.

A far tornare i riflettori su quest’operazione è una nota di Europol, l’agenzia internazionale che su scala europea si occupa di lotta contro la criminalità organizzata, mettendo l’accento sull’esito di una indagine dei carabinieri che ha fatto luce su un traffico di rifiuti di plastica dall’Italia alla Cina via Slovenia: una inchiesta nata dalla costola di una indagine dell’Antimafia italiana che aveva messo nel mirino il trasferimento illecito di scarti tessili in Africa soprattutto da tre porti italiani: inizialmente, per alcuni anni, da Livorno; poi, quando nello scalo labronico un sequestro aveva fatto saltare quell canale di smistamento, spostando l’invio altrove finendo per utilizzare le banchine di Genova e di Trieste.

A quanto è stato possible ricostruire, i successi degli 007 italiani hanno spinto la gang internazionale ad aggiustare le rotte finendo poi per puntare sulla Slovenia come paese di transito in direzione Cina: le ditte slovene, anziché smaltire correttamente i rifiuti, facevano da “fornitori” di false attestazioni di riciclaggio.

Europol riferisce che l’operazione “Green Tuscany” ha documentato 560 spedizioni illegali e, siccome ciascuna spedizione vale 10-15mila euro, il solo carico dei traffici illecitati si stima abbia un valore attorno agli 8 milioni di euro.

Ci sono anche due persone ritenute legate alla camorra fra le quasi cento (74 italiane e 22 cinesi) nel mirino dell’operazione che ha visto la collaborazione tra forze dell’ordine italiane e slovene, Europol e Eurojust rivelando la dimensione internazionale dell’indagine.

Per una singolare coincidenza, del traffico illecito di rifiuti che da Prato passando dal porto di Livorno (e poi di Genova o Trieste) prendeva la via della Slovenia e poi della Cina si è tornati a parlare praticamente nelle stesse ore in cui un’altra indagine della Dda fiorentina (in tandem con la polizia municipale di Prato, la polizia provinciale e la Procura di Firenze con la collaborazione di personale dell’Agenzia delle Dogane di Livorno) ha messo la parola “fine” all’export di rifiuti verso il Sudafrica.

Mauro Zucchelli

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