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Moby Prince 28 anni dopo «La politica faccia la sua parte»
E’ stata la strage più grave della marineria italiana dal dopoguerra ad oggi. Le 140 vittime del disastro del traghetto passeggeri Moby Prince che entrò in collisione nella rada di Livorno con la petroliera Agip Abruzzo la notte del 10 aprile del 1991, chiedono ancora giustizia. Una “strage impunita” come titola il libro di Francesco Sanna e Gabriele Bardazzi, edito da Chiarelettere, che esamina minuziosamente non solo la vicenda processuale ma anche le carte della commissione parlamentare d’inchiesta del Senato istituita nella precedente legislatura e che ha ricostruito la vicenda ribaltando molte delle conclusioni giudiziarie che hanno portato a una prescrizione e all’archiviazione di un terzo processo nel 2010.
Ora due nuovi fascicoli sono stati aperti alla procura di Livorno per il reato di omissione di soccorso e a Roma in sede civile per il risarcimento alle vittime dove potrebbero essere chiamati a rispondere il ministero della Difesa e dei Trasporti. Già, perché una delle questioni emerse con evidenza dalla commissione d’inchiesta è che i soccorsi coordinati dalla capitaneria di Livorno non «furono in ritardo» ma invece «mai partiti», ha detto Luchino Chessa, presidente di una delle due associazioni delle vittime e figlio del comandante della Moby Prince, Ugo.
Insieme a Loris Rispoli si batte da 28 anni per chiedere verità e giustizia, per togliere la nebbia a una vicenda processuale che ne è rimasta avvolta. La nebbia, che non c’è mai stata quella notte. I soccorsi che non arrivarono perché secondo alcuni periti «non c’era più nulla da fare» nella nave avvolta dalle fiamme divampate dopo la fuoriuscita del combustibile dal cargo della Snam speronato. Soccorsi che invece dovevano essere agevolati anche da diverse navi che si trovavano nella zona, il mistero mai chiarito delle unità navali fantasma con bandiera americana. E poi, le 140 vittime non morirono tutte in poco tempo come deposto in aula dai soccorritori, nonostante l’impianto antincendio del traghetto non sia mai entrato in funzione. Anche per questo c’è «un prima e un dopo la commissione», ha detto uno dei legali delle famiglie delle vittime, Carlo Melis Costa, intervenuto alla presentazione del libro insieme agli autori e a Sara Paglini, ex senatrice del Movimento 5 Stelle che promosse l’inchiesta parlamentare. Nonostante i lavori abbiano svelato alcune zone grigie restano ancora altri pezzi del mosaico da sistemare, per capire se così tanti morti sono solo causa di negligenza o se ci sono state coperture o mistificazioni nelle ore successive al disastro.
Sanna, uno degli autori, è convinto che «troppe domande restino senza risposta» e che per questo la politica «ha il dovere di andare avanti», con il rinnovo della commissione d’inchiesta anche in questa legislatura. «Molto è stato fatto per strappare il velo di mistero sulla tragedia, ma ancora non basta», ha detto il deputato cagliaritano del Pd Andrea Frailis, «la politica può e deve fare la sua parte ». —
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