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Ospedale, arrivati i primi due medici neolaureati per aiutare le attività del pronto soccorso

Giulio Corsi
Ospedale, arrivati i primi due medici neolaureati per aiutare le attività del pronto soccorso

Livorno, organico all’osso e personale stremato. Lo scorso mese una dottoressa si è licenziata e a breve in 4 andranno in pensione

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Monira Rachedi, classe 1986, porta un cognome che a Livorno fa rima con sport. Ex mezzofondista, è la sorella di Nadir, Omar e Karim, che hanno segnato un'epoca con i colori dell’Atletica Livorno.

Giulio Khader invece ha appena compiuto 27 anni e viene da Siena.

Monira ha frequentato l'Accademia Navale ed è diventata medico della Marina Militare. Giulio ha studiato nella città del palio e si è laureato pochi mesi fa in Medicina.

Rachedi e Khader sono i primi due nuovi medici arrivati per rinforzare il pronto soccorso di Livorno nell'ambito delle misure straordinarie messe in atto dalla Regione per supportare il sistema dell’emergenza urgenza e dare respiro ad un settore in grande sofferenza di organico in tutta Italia.

Dopo di loro, al pronto soccorso di via Gramsci arriveranno altri cinque giovani medici neolaureati, tre a settembre, due a novembre. Riusciranno a risolvere il problema di personale che affligge il pronto soccorso di Livorno? La risposta - è bene essere chiari - è no.

Però, come dice il primario Alessio Bertini, «è un tampone ad una situazione drammatica, perché nel prossimo periodo le uscite anche da noi saranno numerose». Col rischio sarebbe che il pronto soccorso rimanga senza un numero minimo di medici.

ORGANICO ALL’OSSO

Già oggi la struttura ha un organico inferiore del 20% rispetto a quanto dovrebbe essere: 19 medici, oltre al primario, rispetto ad una pianta organica che dovrebbe attestarsi a 25. Il problema è legato ai pochi specialisti che le scuole di specializzazione sfornano dopo la laurea. Ma non solo.

FUGA DEI MEDICI

L'attività quotidiana in pronto soccorso è logorante. Non è un caso che appena un mese una storica dottoressa del pronto soccorso si sia licenziata per andare a fare il medico di base. «Si tratta di una collega esperta, 56enne, nel pieno delle proprie capacità professionali - racconta Bertini -. Se n'è andata con grande rammarico, ma non se la sentiva più».

Non è un caso isolato: in molti pronto soccorsi anche di ospedali vicini le domande di trasferimento toccano il 30, anche il 40% dell’organico dei medici. «Noi, per fortuna, non ne abbiamo - dice Bertini -, ma i colleghi non mi nascondono la difficoltà di lavorare qui. Un medico sessantenne oggi, oltre all’attività quotidiana, fa 6 notti al mese...».

Al netto di questa situazione, nei prossimi anni dal pronto soccorso potrebbero andare in pensione 4 dottori. È in quest’ottica che va letta la soluzione tampone dei neolaureati.

UN AIUTO AGLI SPECIALISTI

Rachedi e Khader, come gli altri che arriveranno nei prossimi mesi, sono stati assunti con un contratto libero professionale di formazione e lavoro. «I colleghi li hanno accolti a braccia aperte: in tempi brevi saranno un supporto alla nostra attività», sottolinea Bertini.

Per i primi due mesi i neomedici seguiranno una fase di formazione. «Ad ognuno è stato assegnato un medico tutor, che è il loro referente e che esprimerà un giudizio del loro percorso». Tra due mesi inizierà una vera e propria fase di formazione on the job che durerà due anni: «Le loro competenze cresceranno progressivamente e le mansioni saranno decise dal sottoscritto. Partiremo dai codici minori, poi valuteremo il rendimento e la motivazione. La verifica sarà periodica».

Sul ruolo esclusivamente di supporto di queste figure, Bertini è molto chiaro, anche per evitare che passi un messaggio negativo all’utenza: «Ho letto critiche sterili da qualche parte - sottolinea il primario -,la popolazione deve aver fiducia di trovare una struttura preparata. E devo dire che nella stragrande maggioranza dei casi, noi riusciamo a fare le cose per bene. Devo elogiare i miei medici: nel settore sanitario c’è un senso del dovere quasi smodato e ci sono strutture come questa che si reggono proprio su questo senso del dovere dei professionisti, che fanno turni su turni per garantire qualche giorno di ferie ai colleghi e la funzionalità del reparto».

«SERVONO SPECIALISTI»

«L’unica soluzione vera per salvare i pronto soccorsi è l’arrivo di specialisti - continua Bertini -. Ma dato che non li avremo prima di 5 anni, visto che solo ora ci si è resi conto a livello nazionale che la programmazione dell'accesso alle scuole di specializzazione era errata e non allineata con le necessità, serviva una soluzione temporanea e quella trovata dalla Regione è una scelta intelligente. Altrove, come in Molise, sono stati chiamati i medici militari, in Veneto sono stati richiamati i pensionati e affidati turni di pronto soccorso a laureati non specializzati. La soluzione toscana è a mio avviso la migliore: si investe infatti sui giovani, si formano e tra qualche mese potranno dare un contributo di supporto importante al pronto soccorso, permettendoci di governare l’emergenza fino a quando non aumenteranno gli specialisti formati dalle scuole, cioè attorno al 2024».



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